La miniera di Ribolla fu attiva per più di un secolo, arrivando ad un picco produttivo di 270.000 tonnellate annue di carbone nel corso della seconda guerra mondiale.

Ribolla, dagli anni trenta alla metà del novecento, divenne un villaggio minerario della Montecatini.

La miniera fu teatro, il 4 maggio 1954, della più grave tragedia mineraria italiana del secondo dopoguerra.

Un’esplosione di gas, il grisù, provocò la morte di 43 persone nella sezione “Camorra Sud” della miniera di lignite.

L’onda d’urto percorse le varie gallerie provocando una nube di polvere che rese difficoltosa la respirazione ai minatori anche degli altri reparti.

I primi soccorsi furono poco incisivi a causa della mancanza delle maschere antigas.

I funerali mobilitarono 50 000 persone.

Le famiglie, che dovettero costituirsi parte civile accettarono le offerte in denaro della Montecatini e il processo si concluse con l’assoluzione di tutti gli imputati e il disastro fu archiviato come “mera fatalità”.

A seguito del disastro la direzione della Montecatini decise la chiusura della miniera, la cui smobilitazione richiese ben cinque anni.

 

Di quell’episodio rimangono alcuni resti della miniera e il Monumento al minatore di Vittorio Basaglia.

 

La vicenda è estesamente raccontata da Luciano Bianciardi e Carlo Cassola ne I minatori della Maremma, pubblicato nel 1956 dall’editore Laterza, e richiamata nel romanzo di Bianciardi La vita agra (e quindi nel film di Carlo Lizzani, tratto dal romanzo).

 

 

 

 

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