Lista Civica Massa Comune - Il Movimento Civico per Massa Marittima e i Massetani

AREA MOLENDI - PER L'INADEMPIMENTO DELLA CONVENZIONE E PER AVER TENUTO UN COMPORTAMENTO CONTRARIO AGLI OBBLIGHI DI LEGGE, IL COMUNE STA PAGANDO 1.930.000 EURO - ALTRI 500.000 EURO (circa) SONO LE SPESE LEGALI E TECNICHE - MASSA COMUNE STA FACENDO TUTTO IL POSSIBILE AFFINCHE' A PAGARE SIANO I RESPONSABILI DIRETTI E NON LA COLLETTIVITA'

di Marco Cillario – www.europinione.it

L’8 Maggio 1945, i nazisti firmavano la resa. Era la fine della guerra in Europa. Per molti tedeschi, l’inizio di nuove sofferenze: i problemi della ricostruzione di intere città rase al suolo dai bombardamenti, l’occupazione, la divisione di un Paese che, già simbolo degli orrori della Seconda Guerra Mondiale, sarebbe presto diventato l’emblema della Guerra Fredda.

Der Tag des Jahrhunderts – il giorno del secolo: così è definita la data in cui i tedeschi firmarono la resa, l’8 maggio 1945. Ma non c’è nessuna festa nazionale in Germania a ricordare quella data: per festeggiare si aspetta il 3 ottobre, Tag der deutschen Einheit, giorno della riunificazione, avvenuta 45 anni dopo. Basta questo per intuire quanto complesso sia stato il dopoguerra tedesco. Mentre in Germania Est l’8 maggio è stato dichiarato “Giorno della liberazione del popolo tedesco” a partire dal 1950, in funzione soprattutto celebrativa del ruolo dell’Armata Rossa nella caduta del nazismo, più lento è stato il riconoscimento del valore di questa data ad Ovest.

Ci sono voluti quarant’anni, fino alla metà degli Ottanta, prima che il Presidente della Repubblica federale Richard von Weizsäcker dichiarasse apertamente l’8 maggio un giorno non di sconfitta ma di liberazione. Non certo perché fino ad allora si guardasse con nostalgia al nazismo, ma perché la fine della guerra aveva lasciato un Paese talmente distrutto non solo economicamente ma anche politicamente e culturalmente. E talmente sottomesso all’occupazione alleata (franco-anglo-americana ad Ovest, sovietica ad Est), che non fu facile percepirlo immediatamente come la conquista della libertà, la fine dell’incubo. Ci sono tante testimonianze sul “giorno del secolo”, contenute in diari, trattati, referti di interrogatori, memorie e monografie dei suoi protagonisti – nazisti e persone compromesse con il regime, reduci dei campi di concentramento, ebrei emigrati, ma anche gente comune la cui vita era stata devastata dalla guerra e a cui un futuro sconosciuto si apriva davanti.

Un Paese distrutto. All’alba dell’8 maggio 1945, la Germania è un cumulo di macerie. Dresda è praticamente polverizzata. A Colonia resta in piedi solo il Duomo. Su Berlino, l’Armata Rossa, dopo aver circondato la città il 20 aprile, ha riversato una quantità di esplosivo superiore a quella usata in tutti i bombardamenti anglo-americani; nella capitale tedesca i nazisti hanno tentato un’ultima, disperata resistenza, reclutando nell’esercito anche i bambini e giustiziando chiunque si rifiutasse di imbracciare le armi; ma le forze sovietiche erano dieci volte superiori; ormai sconfitto, Adolf Hitler si è suicidato il 30 aprile; il 2 maggio sono cessati i combattimenti in città. Una bandiera rossa sventola sul Reichstag. Mentre a Parigi, New York e Londra si festeggia, per le strade della Germania, in mezzo ai cadaveri, dieci milioni di persone sono in cammino: verso casa, in fuga dall’Armata Rossa o dal proprio passato.

Le “tre capitolazioni”. Il territorio tedesco è occupato dalle truppe alleate. Una rappresentanza del governo nazista sopravvive però nella penisola dello Jucatan e ha il proprio quartier generale a Flensburgo, al confine con la Danimarca: gli alleati lasciano sopravvivere questo avamposto ancora per qualche giorno, perché ogni resa incondizionata ha bisogno di qualcuno che la firmi.

A Flensburgo hanno riparato gli ultimi superstiti delle gerarchie naziste. Come Karl Dönitz, il successore di Hitler alla guida del Reich, che pur avendo ricevuto dal führer l’ordine di proseguire la guerra fino alla sconfitta totale, si è ormai reso conto dell’inutilità di ulteriori combattimenti. O come l’ammiraglio Hans-Georg von Friedeburg, che da Dönitz ha ricevuto l’ordine di firmare la resa con gli alleati, e il cui nome è presente in calce alle tre capitolazioni siglate tra il 4 e l’8 maggio.

Friedeburg, a bombardamenti ancora in corso, è andato prima di tutto dal generale inglese Montgomery, che ha stabilito il suo quartier generale a Lüneburg, a sud-est di Amburgo, e che alle 18.30 del 4 maggio legge ai microfoni della BBC la resa senza condizioni delle truppe tedesche in Germania Nord-Occidentale, Danimarca e Olanda, appena firmata dall’ammiraglio tedesco. Subito dopo, Friedeburg è partito alla volta di Reims, Francia, base delle truppe statunitensi. Un’altra firma, un’altra resa senza condizioni: stavolta di tutta la Wehrmacht.

Manca solo il sigillo sovietico. Friedeburg la mattina dell’8 vola a Berlino insieme al feldmaresciallo Wilhelm Keitel e al generale della Luftwaffe Hans-Jürgen Stumpff. Un’auto dell’Armata Rossa li porta alla base URSS nel quartiere Karlshorst, dove si trovano anche rappresentanti delle forze britanniche e statunitensi. Dopo un’attesa durata un intero pomeriggio per problemi nella traduzione del trattato tra l’Inglese e il Russo, ai tre tedeschi viene presentato il testo da firmare. La mezzanotte è passata da 16 minuti, ma il documento sarà retrodatato all’8 maggio. Dopo cinque anni, otto mesi e 50 milioni di morti, la guerra in Europa è finita.

La fine degli ultimi protagonisti della Germania sconfitta. Il “governo di Flensburgo” ha ormai assolto i compiti per i quali ne era stata permessa l’esistenza: resta in piedi fino al 23 maggio, quando un’unità britannica raggiunge la scuola della marina, sede del governo, per prenderne possesso. Gli ultimi esponenti della Germania sconfitta sono ormai prigionieri di guerra: diversi destini li attendono. Dönitz, Stumpff e Keitel saranno processati a Norimberga. Il primo, riconosciuto colpevole di crimini di guerra, sconterà 10 anni di carcere; morirà nel 1980. Stumpff sarà rilasciato già nel 1947 e morirà nel 1968. Keitel, dichiarato responsabile di crimini contro l’umanità, sarà condannato a morte e impiccato il 16 ottobre 1946.

Per Friedeburg, il firmatario delle tre capitolazioni, le cose vanno diversamente. Si è già fatto un’idea di cosa lo aspetta, sa di essere troppo compromesso con il regime nazista. Quando i soldati britannici lo stanno per prelevare da Flensburgo, chiede di poter controllare se ha scordato qualcosa in lavanderia. Gli viene concesso. Non vedendolo tornare, gli inglesi vanno a controllare cosa stia succedendo. Lo trovano steso a terra: ha appena ingerito una capsula di cianuro.

Altre sofferenze. Finisce così il regime nazista. Per i tedeschi, soprattutto quelli dell’Est, comincia un’altra epoca travagliata: il Paese resterà terra di occupazione per francesi, inglesi, americani e sovietici per altri 4 anni, fino alla nascita delle due Germanie; spietate vendette saranno attuate dai soldati dell’Armata Rossa: due milioni le donne stuprate; milioni di persone fuggiranno verso Ovest; Berlino diventerà il simbolo della Guerra Fredda tra Usa e Urss, prima con il blocco imposto dai sovietici tra il ’48 e il ’49, che porterà il mondo sull’orlo di una nuova guerra, poi con il Muro, eretto nel ‘61. Solo il 3 ottobre 1990, con il crollo dell’Urss, il Paese ritroverà la propria unità.

Ed è quello il giorno che in Germania si festeggia davvero, come la fine di quella lunga scia di drammi che, iniziata con l’avvento al potere del nazismo nel 1933, ha occupato la maggior parte della storia tedesca del Novecento.

Negli ultimi tempi, nell’ambito della mia attività di Consigliere Comunale della Lista Civica Massa Comune, mi sono cimentato in una “divertente” verifica che ha prodotto un esito – a dir poco – curioso.

Per gli anni 2015, 2016 e 2017, ho richiesto copia delle certificazioni – AUTENTICATE a firma del Segretario Comunale di Massa Marittima Giovanni Rubolino – attestanti le assenze dal lavoro (ENEL) giustificate e retribuite del Sindaco Giuntini.

Consultando le medesime, grande è stato il mio stupore!

Per praticità, in questa sede, mi limito a trattare del solo 2015, riferendomi ad alcuni degli atti in mio possesso afferenti tale anno.

Come si può facilmente desumere essi, a detta del Segretario Comunale, la stragrande maggioranza delle riunioni della Giunta Comunale si sarebbe tenuta tra le ore 8:30 della mattina e le ore 18:00 del pomeriggio!!!

Tali adunanze, quindi, sarebbero durate ben NOVE ORE E MEZZO ininterrotte, addirittura senza “pausa pranzo”…

Davvero instancabile la Giunta del mio Comune: direi “stacanovista”…

Ma vi è di più.

Non contento, ho consultato anche l’elenco delle argomentazioni in discussione in tali riunioni.

Talvolta, come il 12.02, il 21.04, il 22.04, il 04.09, in quelle riunioni [durate NOVE ORE E MEZZO ininterrotte] c’era UN SOLO PUNTO all’odg.

Altre volte, i punti all’odg erano DUE o TRE; qualche volta (rasentando l’inverosimile), anche QUATTRO…

Come avranno fatto – poverini – a discutere di tutto in SOLE NOVE ORE E MEZZO ininterrotte?

Ma vi è ancora di più.

Non ancora contento, ho consultato anche le “timbrature” del Segretario [il c.d. “cartellino”].

Pressoché sempre, pur certificando che le riunioni di Giunta erano iniziate alle 8:30 e terminate alle 18:00, Rubolino è entrato in servizio non prima delle 10:00 per uscire – talvolta – tra le 16:00 e le 17:00 (o anche prima)…

Orbene: cosa pensare di tutto questo? 

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di  gabriele galeotti
 

Solo se il denaro piovesse dal cielo, forse, sarebbe giusto attribuire ad esso l’importanza che ha.

In quel caso, infatti, si tratterebbe di una “concessione divina”, da prendere per come viene e senza poter fare nulla per modificarla.

Certo, l’uomo tenderebbe a trasferirsi nelle regioni più “piovose” del continente e sarebbe diffusa la pratica della danza della pioggia.

Ma così non è e il denaro non è altro che un’invenzione.

Una squallida e vile invenzione dell’uomo, andatasi legittimando nel tempo a vantaggio di alcuni (le banche e i potenti) e non di altri (i popoli).

Un bluff di fronte al quale, suo malgrado, benché sia una sua stessa opera, l’uomo è costretto a prostrarsi.

Era una volta che gli Stati mantenevano a sé la sovranità monetaria e gestivano il denaro in ragione delle proprie necessità!!!

Così come andavano ad emettere il denaro in ragione della propria “riserva aurea” disponibile, ovvero di quel capitale in metallo prezioso [blindato nelle casseforti di Stato] a garanzia del valore attribuito (in maniera fittizia) alle monete e alle banconote emesse, non più realizzate con esso (e quindi senza valore materiale). 

Oggi non è più così; oggi non c’è più nulla di razionale nell’emissione del denaro.

Così diceva Abraham Lincoln, sedicesimo presidente degli Stati Uniti: “Ogni governo può creare, emettere e far circolare tutta la valuta ed il credito necessari per soddisfare le proprie necessità di spesa ed il potere d’acquisto dei consumatori”. 

Negli Stati Uniti, i banchieri internazionali avevano combattuto per un secolo per ottenere il diritto esclusivo all’emissione monetaria da scambiare col debito pubblico: ci riuscirono finalmente nel 1913 con l’istituzione della Federal Reserve.

Questa legge autorizzava un cartello privato a creare moneta dal nulla e a prestarla ad usura (interesse) al governo statunitense, controllandone la quantità che il cartello poteva espandere o diminuire a piacere.

Per questo Abraham Lincoln volle togliere ai banchieri privati il monopolio dell’emissione e del controllo monetario ed emise una banconota di stato [il famoso “verdone”]: poco dopo venne brutalmente assassinato sugli spalti di un teatro.

Nel Medioevo, sia nell’Europa Occidentale sia nel mondo Islamico, andò affermandosi il bimetallismo: le monete auree (che venivano spesso tesaurizzate) erano quelle di maggior valore e le monete d’argento, di valore intermedio, erano utilizzate per le grandi transazioni commerciali; c’erano poi anche quelle di rame [e/o mistura], usate principalmente per il commercio al dettaglio.

Lo stato, anche in ragione della scoperta di nuovi giacimenti, stabiliva il rapporto di scambio fra oro ed argento [che, solitamente, oscillava fra 1:10 ed 1:12].

In epoca rinascimentale, coloro che disponevano di metallo prezioso potevano portarlo alla zecca (gestita da chi esercitava il potere politico) per farne moneta; la zecca tratteneva parte delle monete coniate per le spese di coniazione e come diritto di “signoraggio”.

Sta di fatto che il valore delle monete era pressoché coincidente con quello (almeno localmente riconosciuto) del metallo con cui erano state coniate.

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Nel giugno 2013, a Dubai, è stata inaugurata la Cayan Tower, meglio conosciuta come Infinity Tower, progettata dal rinomato studio di architettura americano SOM – Skidmore, Owings & Merril LLP.

Si tratta del grattacielo elicoidale più alto del mondo per la sua tipologia: 307 metri di altezza lungo i quali si sviluppa una torsione di 90°. Precedente simile, ma ben più basso (190 metri), l’edificio Turning Torso, realizzato nel 2005 a Malmo su progetto dell’architetto spagnolo Santiago Calatrava.

L’edificio, di 75 piani a destinazione prevalentemente residenziale (sono stati previsti 495 appartamenti), ha una struttura in cemento armato che ruota intorno ad un nucleo circolare; la sommità risulta ruotata di 90 gradi rispetto alla base. Ampi pilastri esterni in calcestruzzo rivestiti con una pelle metallica con schermi forati contribuiscono a proteggere l’interno dell’edificio dal sole intenso del deserto.

I sistemi meccanici, elettrici e idraulici sono ubicati nel nucleo, tra il corridoio di circolazione centrale e le unità residenziali, consentendo così agli impianti dei percorsi di distribuzione agli appartamenti diritti e verticali.

La forma della torre unisce alle esigenze estetiche anche una funzione strutturale. La sua forma elicoidale, difatti, riduce notevolmente le forze del vento sull’edificio.

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BUONA 2 

SAPEVATE CHE, DA LUNGHI ANNI,

IL SECONDO PIANO DEL PALAZZO DEL PODESTA’

NON E’ ACCESSIBILE AL PUBBLICO

ED E’ USATO SOLO COME MAGAZZINO ?

 

GUARDATE BENE L’IMMAGINE:

E’ COME SE AVESSE UN PIANO IN MENO…

 

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allegra brigata

 

L’allegra brigata del Giuntini ha accettato di pagare – coi soldi nostri – il danno causato dall’Amministrazione per la questione EX-MOLENDI.

E se il TAR – nell’udienza del 14 Febbraio 2018 – avesse stabilito una cifra inferiore di quella che andremo a pagare?

FINO A POCHI MESI FA, QUANDO LA PRIMA PERIZIA PARLAVA DI 1.550.000 EURO, IL GIUNTINI SOSTENEVA FERMAMENTE CHE L’IMPORTO FOSSE TROPPO ELEVATO!

Agli inizi della vicenda, inoltre, ad integrale ristoro del danno, il Comune aveva proposto alla Controparte una somma inferiore a 700.000 euro (esattamente 676.595)…

ED ORA GLI VA BENE UNA TRANSAZIONE E CANTA VITTORIA DOVENDO PAGARE 1.930.000 EURO?

ORA ACCETTA ALLEGRAMENTE DI PAGARE CIRCA 400.000 EURO IN PIU’ DI QUANTO GLI SEMBRAVA GIA’ TROPPO?

Ma vi è di più: se alla somma di 1.930.000 euro aggiungiamo le spese tecniche e legali sostenute dal 1997 ad oggi, ci avviciniamo ai 2.500.000 euro…

Strana sensazione: sembra che solo gli italiani – governo, opinione pubblica beatamente ignorante, banchieri – continuino a credere ottimisti  all’eternità dell’euro.

Gli altri si stanno preparando al  suo collasso: precisamente, a come guadagnarci o non perderci.


I tedeschi per primi (ovviamente)

Nel marzo scorso un parterre dei migliori e più celebri economisti germanici  si sono riuniti a Berlino in conferenza. Titolo della conferenza: “L’euro può  veramente sopravvivere, e se no, cosa succede?” .

Il professor Clemens Fuest, numero 1 del prestigioso Institut für Wirtschaftsforschung (IFO), ha auspicato  l’introduzione nelle normative europee di una clausola che permetta l’uscita di un paese  dell’eurozona dalla moneta comune.

Cioè ha affrontato esplicitamente un argomento che, se un economista italiano vi allude, viene subissato da ululati di sdegno dei politici, dagli strilli degli economisti mainstream, da  articolesse di violenta ripulsa  dai principali media;  bollato come “sovranista, populista”,  e  di statalista-fascista  da Oscar Giannino (il famoso “master of Chicago School”), espulso dal dibattito pubblico e reso una “non persona”. Una tempesta di indignazione del pensiero unico contro chi si macchia del delitto di lesa maestà,  avendo Mario Draghi – il venerato maestro – ordinato: “L’euro è irreversibile”.

 

Kombo-Schmidt-Fuest-SinnFuest e Sinn, della IFO

Qualche giornale  italico  ha riportato sì la proposta di Herr Fuest, trattandola  come quella di un originale. Nella stessa conferenza, Hans Werner Sinn, l’ex capo dell’IFO; ha detto: “Non so se l’euro durerà, ma il suo sistema di funzionamento è condannato”.

 

La finanza Usa

Bridgewater, il più titanico fondo speculativo (hedge fund) del mondo, con 160 miliardi di dollari di attivi, ne ha scommessi 22 (miliardi)  contro la zona euro,  prendendo posizioni al ribasso su tutta una serie di imprese europee, Airbus, tedesche ( Siemens, Deutsche Bank ), francesi (Total, BNP Paribas),  italiane (Intesa San Paolo, Eni, Enel) fra le tante.  Bridgewater, anche date le sue dimensioni, non è  noto per incursioni corsare contro una singola impresa per un rapido bottino, ma per scommettere sulla saluta di un’economia in generale.

 

La Francia

Patrick Artus, direttore delle ricerche e studi economici di Natixis (banca d’affari  che gestisce 21) miliardi ha mostrato in un recente studio   che in tutte le economie dei paesi sviluppati (OCSE) il capitalismo  è entrato nella fase dinamica terminale descritta da Karl Marx: a)  cala il rendimento del capitale (gli investimenti rendono sempre meno), b) le  imprese rispondono a  questa situazione abbassando i salari, distorcendo ancor più la distribuzione del reddito a favore dei profitti; c)  quando questa distorsione raggiunge i suoi limiti (che si verificano quando i salari scendono a livello di sussistenza), l’economia reale si sgonfia e dunque i capitalisti cercano altrove il profitto; d)  poiché la produttività reale non basta più, i capitalisti si abbandonano a operazioni speculative  pure: riacquisto di azioni proprie (per farle salite fittiziamente in Borsa), acquisto di attivi rischiosi, bitcoin, speculazioni immobiliari e finanziarie.

L’ultima tappa si configura come un alzo verticale delle ineguaglianze  una enorme crisi finanziaria. Così previde Marx il collasso del capitalismo per le sue contraddizioni interne. Quando  un economista come Artus comincia a dar ragione a Marx, c’è da preoccuparsi davvero.

Il fatto è che è la seconda volta che l’Indice di Schiller (che analizza le probabilità di  bolle finanziarie) raggiunge il vertice in cui è oggi: la prima volta in cui l’euforia borsistica è diventata spumeggiante  come oggi,  è stato poco prima del krack del 1929, la più grande crisi economica del ventesimo secolo.

Né mancano i segnali già visti nel 2008: mercati finanziari surriscaldati,  i consumatori super-indebitati (ed anche gli speculatori, ed anche gli Stati…) attivi finanziari  sopravvalutati. E concentrazioni dei capitali accresciuta.

Ma ha ragione Bridgewater a puntare contro la zona euro? Giudicate voi. Dal 2011, la Banca centrale europea di Mario Draghi ha iniettato nella zona euro 4 mila miliardi di €, ossia più di un terzo del PIL dell’eurozona.  Più precisamente, li ha “iniettati” nelle banche.  Dove sono finiti questi miliardi? Per lo più in Germania e in Lussemburgo,  che non sembrano essere i paesi più poveri e bisognosi: insomma l’intervento BCE aggrava la distorsione della capitalismo terminale invece di moderarla: segno inequivocabile che essa si basa  su un sistema di economia ideologica  radicalmente sbagliato.  Inoltre, le banche che hanno ricevuto questo di  miliardi, li hanno “investiti” a deposito – presso la stessa BCE: da 300 miliardi che erano nel 2011, sono 2000 miliardi adesso. Invece che nell’economia produttiva, li hanno messi a cantone per  rispettare la proporzione di liquidità (LCR),  per avere abbastanza liquidità depositata in caso di crisi. Il che conferma la concezione  “radicalmente sbagliata” a cui l’Europa obbedisce.  E che continua ad imporre nonostante i risultati.

Ciò che  hanno fatto la BCE e la Federal Reserve è stato di ingrassare le banche private acquistando i loro crediti (dubbi). Con ciò, i debiti del settore privato sono pagati essenzialmente dai contribuenti senza alcun ritorno sull’investimento. Manco a dirlo, il capo della banca centrale francese Francois Villeroy de Galhau ha incitato il governo a ridurre le regolamentazioni  e auspicato più fusioni-acquisizioni bancarie nella UE, la  “cura” che  ha visto applicare nel settore bancario USA.

Ovviamente la BCE  continua  a ordinare che la zona euro sia “rinforzata”  (ma  perché se è irreversibile?): ossia gli Stati membri devono fare “le riforme”  austeritarie, accumulare avanzi primari e integrare i mercati dei servizi  nell’intera eurozona per “meglio assorbire le perdite potenziali” in caso di crisi “senza far ricorso ai contribuenti”. Detto altrimenti: per rendere l’euro “irreversibile”, prosciugare la nazioni fino all’osso.

Ovviamente sapendo che tutto ciò è inutile se la zona euro non diventa una  zona monetaria reale e completa, il che significa un ministero delle finanze europeo e un bilancio comune dell’eurozona. Ciò che il velleitario Macron sta predicando ad orecchie tedesche, che sono più sorde di prima: perché ciò che vorrebbe Le Petit da  Berlino è che trasferisse i suoi enormi  surplus agli stati in deficit, in una redistribuzione generale del potere d’acquisto.

Al contrario, le centrali germaniche stanno preparandosi – e preparando la loro opinione pubblica  – ad uno smembramento dell’euro: ormai che ci hanno  guadagnato  tutto quel che ci potevano lucrare e si tratta di pagare in  parte il conto, la Bundesbank lamenta: l’economia tedesca è più fragile di quel che sembra. Colpa dei tassi d’interesse troppo bassi (colpa dell’italiota Draghi),   le loro banche sono le meno redditizie   della zona (con un rapporto costi/benefici del 74,9%), i loro prezzi immobiliari sono sopravvalutati del 15, anzi del 30% –  insomma non ha niente da dare ai paesi del Sud Europa. Anzi, comincino a  pensare come saldare il Target 2,  ossia il debito contabile che i meridios hanno contratto che la  Germania, dissanguando la sua povera economia all’orlo della mendicità: ben 900 miliardi di euro, di cui l’Italia secondo loro deve 450 miliardi e la Spagna  400 (la Francia è più o meno in pari). Come hanno già spiegato economisti come Bagnai e Borghi, questa cifra colossale esprime  l’enorme surplus dell’export tedesco verso i paesi- servi: un surplus – in  pratica ci hanno anticipato  i soldi con cui abbiamo comprato le loro BMW – almeno illegale quanto il demoniaco deficit superiore  al 3% di cui ci macchiamo qui al Sud. Ma i governi italiani, finora, non hanno mai risposto al piagnucolio tedesco  chiedendo a Berlino di ridurre quel  surplus contrario alle normative. Adesso che  rischiano di apparire governi meno servili, gridano al populismo e cominciano a dire che ci vuole unna clausola che per metta l’uscita  dall’euro. Irreversibile, qui da noi. I soliti a reggere il moccolo.

Per rabbonire in parte  il Club Med, la Commissione UE (Berlino)  sta decidendo dietro le quinte di togliere diversi miliardi di euro dall’Europa centrale e orientale e di ridistribuirli nell’Europa meridionale. Questo è riportato dal Financial Times.  Si riuscirà così a “punire”  Polonia, Ungheria e Repubblica ceka perché “Non accolgono gli immigrati”, e a trasferire fra Spagna e Grecia, e alcune regioni  sottosviluppate della Francia  i soldi presi a Visegrad, senza spese per i Deutsch.  Speriamo ci sia qualche briciola per l’Italia, che come la Grecia ha dovuto accettare perdite fino al 30% dei bilancio concordato nel 2013.  L’idea  è una riorganizzazione radicale della “politica di coesione” comunitaria: aiuti  non più basato solo sulla base del PIL pro-capite (ovviamente basso all’Est  più che da noi), ma tenendo conto di criteri più ampi, come la disoccupazione giovanile, l’istruzione, l’ambiente e la  “accoglienza ai migranti”.

Animal_Farm_-_1st_editionLa sentenza 6873 del 14.02.2017 della III^ Sez. della Cassazione Penale sarebbe passata sotto traccia se non avesse riguardato Palazzo Tornabuoni ovverosia il salotto fiorentino alias governativo…

I fiorentini tutti – amministratori, tecnici, operatori edili, avvocati ecc. – sembra che solo ora abbiano capito che il Granducato di Toscana non esiste più, essendo stati chiamati a rispettare le leggi dello Stato italiano.

La Cassazione non ha fatto altro che riaffermare principi di diritto urbanistico già contenuti in numerose sentenze di legittimità penale e del Giudice amministrativo: il mutamento di destinazione d’uso urbanisticamente rilevante è sempre, quantomeno, intervento di ristrutturazione edilizia (cfr. ex plurimis: Cass. penale, 1156/2008; 31135/2008; 43807/2008; 2877/2009; 42913/2009; 34769/2011; 31465/2014; 30863/2015; 39374/2015 – Cons. Stato, 4258/2012; 2295/2017) ed in Zona A ex DM 1444/1968 occorre il permesso di costruire anche per quello compatibile con l’organismo edilizio (come nel caso del restauro e risanamento conservativo – cfr. Cass. penale, 35640/2007; 42915/2009).

Una volta pizzicati dal Giudice, ecco che subito fioriscono articoli di stampa (Il Sole 24 Ore, Repubblica Firenze, Corriere Fiorentino ecc.) e proposte di legge al fine di far rientrare i mutamenti di destinazione d’uso urbanisticamente rilevanti nella categoria d’intervento del restauro.

Ancora una volta non viene compreso che ai sensi dell’art.4 della legge 1150/1942 le norme sull’attività edilizia sono funzionali per l’attuazione della disciplina urbanistica contenuta – o da obbligatoriamente contenersi [vedi DM 1444/1968] – nei piani regolatori, in guisa che a specifici insediamenti (residenziali, commerciali, artigianali-industriali, direzionali) corrisponda una quantità minima prefissata di spazi pubblici, tra loro diversi e non fungibili, da destinare ad opere di urbanizzazione primaria e secondaria (le quali, ovviamente, devono essere realizzate).

Pertanto, anche ai sensi dell’art.3, comma 1, lettera e) DPR 380/2001, non si ha nuova costruzione solamente quando viene realizzato, per la prima volta, un edificio, ma anche quando le modifiche apportate a quello esistente siano tali da farlo transitare tra categorie urbanistiche ex DM 1444/1968.

In sostanza, si ha nuova costruzione allorquando viene variato almeno uno dei termini dell’endiadi “destinazione d’uso dell’edificio – standard urbanistici ex artticoli 3 e 5 DM 1444/1968”.

Del resto, il mutamento di destinazione d’uso di un edificio direzionale in residenziale in niente differisce dalla costruzione ex novo di un edificio residenziale riguardo all’entità e qualità di servizi che il Comune è costretto ad assicurare (sempreché voglia, o gli sia imposto di, rispettare la legge dello Stato chiamata art.41-quinquies Legge 1150/1942 e DM 1444/1968).

E siccome la destinazione d’uso è un elemento essenziale e qualificante una costruzione, ecco che anche ai sensi dell’articolo 3, comma 1, lettera e) TUE sono interventi di nuova costruzione «… quelli di trasformazione edilizia E URBANISTICA del territorio NON RIENTRANTI nelle categorie definite alle lettere precedenti».

Concludendo, il mutamento di destinazione d’uso di una costruzione è sempre NUOVA COSTRUZIONE qualora avviene tra categorie diverse ex DM 1444/1968 e gli standards urbanistici non sono reperiti e realizzati nel concreto.

E la dimostrazione che gli standard esistano non solo nella carta, ma anche in realtà deve essere fornita tanto dall’interessato all’intervento, quanto dai tecnici comunali. Diversamente si chiama abuso d’ufficio.

Saremo chiamati a leggere sulla Gazzetta Ufficiale la Fattoria degli Animali in salsa fiorentina?

 

tratto da   www.quinewsvolterra.it

 

Tra opere pubbliche, sociale, cultura e turismo

Il bilancio di previsione è stato approvato a febbraio

Un vero e proficuo lavoro di squadra

 

VOLTERRA — Introduzione del baratto amministrativo e del canone concordato per tutelare le fasce più deboli; riduzione dell’Irpef e risorse inalterate per il sociale. Sono questi alcuni dei capisaldi del bilancio di previsione che sarà portato in approvazione a febbraio.

“Questo bilancio è figlio di un lavoro di squadra che comprende anche i consiglieri per le loro deleghe – dichiara il vicesindaco e assessore al bilancio Riccardo Fedeli – Per quanto riguarda direttamente il mio operato non solo torneremo a fare il bilancio di previsione dopo moltissimi anni agli inizi di febbraio, ma ci siamo proposti come obiettivo nel 2016 di farlo entro dicembre con evidenti ricadute sull’intera operatività del Comune. Sul bilancio sicuramente pesa la variabile rifiuti con la chiusura della discarica e l’operazione differenziata,che porterà inevitabilmente a un aumento della tariffa Tari nel breve periodo, ma nel medio e lungo periodo non mancheranno i benefici da questa operazione”. 

Nel frattempo per attenuarne gli effetti “si va a investire su una riduzione dell’Irpef (che continuerà anche nei prossimi anni) e che come chiedevano i sindacati torna a scaglioni. Entreranno, inoltre, nuovi strumenti grazie al lavoro dell’assessore al sociale Francesca Tanzini, come il baratto amministrativo e il canone concordato a protezione delle fasce più deboli. Anticipo che non ci sarà alcun taglio di risorse per cultura e turismo ma anzi saranno favoriti nuovi investimenti,visto il buon lavoro e i risultati ottenuti dagli assessori di riferimento Alessia Dei e Gianni Baruffa. Completamente preservate le risorse al sociale e anche qui con potenziamento per quanto riguarda i nuovi progetti. Nonostante le difficoltà per le risorse su investimenti sono molti i lavori pubblici in cantiere che spaziano dai parcheggi alle scuole agli impianti sportivi e decoro urbano di competenza dell’assessore Paolo Moschi”. 

Un documento, il bilancio di previsione, per cui il sindaco Marco Buselli auspica un confronto costruttivo con le parti sociali: “So che non sarà facile, perché ci troveremo anche di fronte ad aumenti di tariffe, come quella sui rifiuti, non dipendenti dalla nostra volontà – spiega il primo cittadino -, ma ci terremmo a chiudere un accordo, in seguito ad un confronto con le parti sociali, che avremo a breve. Con i sindacati dei pensionati, in particolare, ogni anno, c’è sempre un confronto sereno e costruttivo, anche se non siamo mai riusciti a chiudere un accordo sugli aspetti generali delle politiche di bilancio. Il vicesindaco sta lavorando, assieme agli uffici, per fare presto il bilancio di previsione. In questi giorni quindi verranno messi in piedi gli incontri con le sigle sindacali per poter dar loro elementi utili e ricevere da loro indicazioni e suggerimenti importanti”.

Chiostro

di Gianfredo Ruggiero
tratto da   www.controinformazione.info


Ogni anno, con l’approssimarsi del 25 aprile, si susseguono a ritmo incalzante le rievocazioni della guerra di liberazione. E’ un crescendo di manifestazioni, convegni e interventi per celebrare degnamente il sacrificio dei partigiani e di quanti si immolarono per riportare in Italia libertà e democrazia. Le piazze si tingono di rosso e i ricordi della barbarie nazifascista riaffiorano alla mente. Tutto bene tranne che…

Dei crimini fascisti oramai sappiamo tutto o quasi. Ma cosa sappiamo del lato oscuro della Resistenza, quello fatto di processi sommari, fucilazioni, fosse comuni e soldati uccisi sui letti di ospedale o prelevati dalle prigioni e freddati con un colpo alla nuca? Cosa sappiamo delle violenze e degli stupri ai danni delle ausiliarie e delle donne fasciste? Poco, molto poco…

E delle motivazioni, non sempre nobili, che hanno portato i partigiani a coprirsi il volto e a imbracciare il fucile cosa ci è fatto sapere? Praticamente nulla. Conosciamo tutti la triste vicenda dei 7 fratelli Cervi uccisi dai fascisti (è stato perfino tratto un film), ma quanti conoscono l’altrettanto dolorosa storia dei 7 fratelli Govoni, tra cui una donna, assassinati dai partigiani perché uno di essi vestiva la camicia nera?

Si ricordano giustamente le 365 vittime della strage nazista delle Fosse Ardeatine, mentre è stata rimossa dalla storia un’altra orribile strage, quella di Oderzo dove, a guerra finita, 598 tra allievi ufficiali e soldati della Guardia Nazionale Repubblicana furono fucilati dai partigiani e gettati nel Piave dopo la loro resa. Si celebra la strage nazista di Marzabotto, ma si dimentica la strage partigiana di Schio… Di vicende come queste la storia, quella vera, ne è piena.

Non è mia intenzione fare la macabra contabilità dei morti o stabilire chi maggiormente si macchiò le mani di sangue innocente, ma solo contribuire a sollevare quel velo di omertà che copre le malefatte dei vincitori e questo non per spirito di rivalsa, ma solo per amore di verità, perché solo riconoscendo gli errori del passato possiamo evitare di ripeterli in futuro (1).

Messi con le spalle al muro i sostenitori della mitologia partigiana, dopo aver negato per sessant’anni i crimini della loro parte, ora ammettono, a bassa voce e con evidente imbarazzo, che “in effetti  qualche errore e qualche eccesso effettivamente ci furono… però”…

E qui incomincia la solita stucchevole tesi di comodo secondo cui da una parte, quella partigiana, c’era chi combatteva per la libertà, mentre dall’altra parte c’erano i sostenitori della tirannide nazifascista. Quindi, secondo loro, quei crimini sono pienamente giustificati dal presunto nobile fine.
Se dovesse prevalere questa logica qualunque crimine, anche il più efferato, sarebbe giustificato, basta inventarsi una motivazione più o meno plausibile, tanto a renderla credibile ci pensa la “libera stampa” e l’autocensura degli “storici” che per conformismo tacciono.

Per motivi anagrafici non ho conosciuto il Fascismo e anch’io, come la maggior parte degli italiani, sono cresciuto a pane e resistenza avendo appreso la storia in maniera superficiale dai libri di testo, dai programmi televisivi e attraverso la cinematografia imperniata sui soliti luoghi comuni che vede i cattivi da una parte e i buoni dall’altra.

Solo che non mi sono accontentato della verità ufficiale e ho voluto approfondire le mie conoscenze. Il risultato è stato che mentre colmavo i miei vuoti i dubbi aumentavano. Dubbi che a tutt’oggi nessuno è stato in grado di sciogliermi.


Il primo dubbio riguarda la definizione dei partigiani quali  ”patrioti  e combattenti  per la libertà”.

Il movimento partigiano pur essendo estremamente variegato (2) – e al suo interno profondamente diviso (3) – era militarmente e, soprattutto, politicamente egemonizzato dal Partito Comunista Italiano, all’epoca diretta emanazione della Russia Sovietica da cui prendeva ordine (e denari) tramite Togliatti, stretto collaboratore di Stalin, che infatti viveva in Russia.

Obiettivo dichiarato di questi partigiani era quello di instaurare la dittatura del proletariato e fare dell’Italia, una volta sconfitto il fascismo, uno stato comunista satellite dell’Unione Sovietica.

Non si capisce quindi su quale base logica e storica i partigiani si possano definire tout court patrioti e combattenti per la libertà. Se l’Italia è oggi una Repubblica “democratica” (sul concetto di democrazia, altro grande equivoco, torneremo) non è certo per merito dei partigiani, ma in virtù della divisione del mondo in due blocchi contrapposti decretata a Yalta nel ’45, da cui scaturì la nostra collocazione nel campo occidentale e la conseguente dipendenza americana.

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NELL’IMMAGINE SOTTO, BEN OTTO “TORSELLI” DELLE MONETE TARDOMEDIEVALI CONIATE DALLA ZECCA DI MASSA TRA IL 1317 E IL 1319 [tutti di proprietà del Museo Civico di Siena].

IL 4°, DA SX IN ALTO, E’ QUELLO DEL DENARO PICCOLO [molto rovinato, ma l’unico], CONSERVATO PRESSO IL MUSEO ARCHEOLOGICO DI MASSA.

IL 3°, DA SX IN BASSO, E’ QUELLO DEL GROSSO DA 20 DENARI, CONSERVATO PRESSO IL MUSEO ARCHEOLOGICO DI MASSA.

GLI ALTRI SEI, TUTTI DEL GROSSO, SI TROVANO PRESSO IL MUSEO CIVICO DI SIENA.

OLTRE A QUESTI, ESISTONO SOLAMENTE ALTRI DUE ESEMPLARI, SEMPRE DEL GROSSO: UN CONIO DI MARTELLO E UN CONIO DI INCUDINE [anche questo l’unico], CONSERVATI PRESSO LA PINACOTECA DI VOLTERRA.

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