Lista Civica Massa Comune - Il Movimento Civico per Massa Marittima e i Massetani

AREA MOLENDI - PER L'INADEMPIMENTO DELLA CONVENZIONE E PER AVER TENUTO UN COMPORTAMENTO CONTRARIO AGLI OBBLIGHI DI LEGGE, IL COMUNE STA PAGANDO 1.930.000 EURO - ALTRI 500.000 EURO (circa) SONO LE SPESE LEGALI E TECNICHE

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Con la legge 30 marzo 2004 n.92, fu istituito il Giorno del Ricordo in memoria dei quasi ventimila torturati, assassinati e gettati nelle foibe (le cavità carsiche usate come discariche) dalle milizie PARTIGIANE COMUNISTE della Jugoslavia di Tito alla fine della seconda guerra mondiale.

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La prima ondata di violenza esplose dopo la firma dell’armistizio, l’8 settembre 1943: in Istria e in Dalmazia i partigiani COMUNISTI jugoslavi di Tito si vendicarono contro i fascisti che, nell’intervallo tra le due guerre, avevano amministrato questi territori con durezza, imponendo un’italianizzazione forzata e reprimendo e osteggiando le popolazioni slave locali.

Con il crollo del regime – siamo ancora alla fine del 1943 – tutti gli italiani non comunisti vennero considerati nemici del popolo, prima torturati e poi gettati nelle foibe. Morirono, si stima, circa un migliaio di persone. Le prime vittime di una lunga scia di sangue.

Tito e i suoi uomini, fedelissimi di Mosca, infatti, iniziarono la loro battaglia di (ri)conquista di Slovenia e Croazia – di fatto annesse al Terzo Reich – senza fare mistero di volersi impadronire non solo della Dalmazia e della penisola d’Istria (dove c’erano borghi e città con comunità italiane sin dai tempi della Repubblica di Venezia), ma di tutto il Veneto, fino all’Isonzo.

Fino alla fine di aprile del 1945 i partigiani jugoslavi erano stati tenuti a freno dai tedeschi che avevano dominato Serbia, Croazia e Slovenia con il pugno di ferro dei loro ben noti sistemi (stragi, rappresaglie dieci a uno, paesi incendiati e distrutti).

Ma con il crollo del Terzo Reich nulla ormai poteva più fermare gli uomini di Tito, irreggimentati nel IX Korpus, e la loro polizia segreta, l’OZNA (Odeljenje za Zaštitu NAroda, Dipartimento per la Sicurezza del Popolo). L’obiettivo era l’occupazione dei territori italiani.

Nella primavera del 1945 l’esercito jugoslavo occupò l’Istria (fino ad allora territorio italiano, e dal ’43 della Repubblica Sociale Italiana) e puntò verso Trieste, per riconquistare i territori che, alla fine della prima guerra mondiale, erano stati negati alla Jugoslavia.

Non aveva fatto i conti, però, con le truppe alleate che avanzavano dal Sud della nostra penisola, dopo avere superato la Linea Gotica. La prima formazione alleata a liberare Venezia e poi Trieste fu la Divisione Neozelandese del generale Freyberg, l’eroe della battaglia di Cassino, appartenente all’Ottava Armata britannica. Fu una vera e propria gara di velocità.

Gli jugoslavi si impadronirono di Fiume e di tutta l’Istria interna, dando subito inizio a feroci esecuzioni contro gli italiani. Ma non riuscirono ad assicurarsi la preda più ambita: la città, il porto e le fabbriche di Trieste.

Infatti, la Divisione Neozelandese del generale Freyberg entrò nei sobborghi occidentali di Trieste nel tardo pomeriggio del 1° maggio 1945, mentre la città era ancora formalmente in mano ai tedeschi che, asserragliati nella fortezza di San Giusto, si arresero il 2, impedendo in tal modo a Tito di sostenere di aver «preso» Trieste.

La rabbia degli uomini di Tito si scatenò allora contro persone inermi in una saga di sangue degna degli orrori rivoluzionari della Russia del periodo 1917-1919.

Tra il maggio e il giugno del 1945 migliaia di italiani dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia furono obbligati a lasciare la loro terra. Altri furono uccisi dai partigiani di Tito, gettati nelle foibe o deportati nei campi sloveni e croati. Secondo alcune fonti le vittime di quei pochi mesi furono tra le quattromila e le seimila, per altre diecimila.

Fin dal dicembre 1945, il premier italiano Alcide De Gasperi presentò agli Alleati «una lista di nomi di 2.500 deportati dalle truppe jugoslave nella Venezia Giulia» ed indicò «in almeno 7.500 il numero degli scomparsi».

In realtà, il numero degli infoibati e dei massacrati nei lager di Tito fu ben superiore a quello temuto da De Gasperi. Le uccisioni di italiani – nel periodo tra il 1943 e il 1947 – furono almeno 20mila; gli esuli italiani costretti a lasciare le loro case almeno 250mila.

I primi a finire in foiba nel 1945 furono carabinieri, poliziotti e guardie di finanza, nonché i pochi militari fascisti che non erano riusciti a scappare per tempo (in mancanza di questi, si prendevano le mogli, i figli o i genitori).

Le uccisioni avvenivano in maniera spaventosamente crudele. I condannati venivano legati l’un l’altro con un lungo fil di ferro stretto ai polsi, e schierati sugli argini delle foibe. Quindi si apriva il fuoco trapassando, a raffiche di mitra, non tutto il gruppo, ma soltanto i primi tre o quattro della catena, i quali, precipitando nell’abisso, morti o gravemente feriti, trascinavano con sé gli altri sventurati, condannati così a sopravvivere per giorni sui fondali delle voragini, sui cadaveri dei loro compagni, tra sofferenze inimmaginabili.


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L’allegra brigata del Giuntini ha accettato di pagare – coi soldi nostri – il danno causato dall’Amministrazione per la questione EX-MOLENDI.

FINO A POCO PRIMA, QUANDO LA PERIZIA PARLAVA DI 1.550.000 EURO, IL GIUNTINI SOSTENEVA FERMAMENTE CHE L’IMPORTO FOSSE TROPPO ELEVATO!

Agli inizi della vicenda, inoltre, ad integrale ristoro del danno, il Comune aveva proposto alla Controparte una somma inferiore a 700.000 euro (esattamente 676.595)…

PERCHE’, POI, GLI E’ ANDATA BENE UNA TRANSAZIONE E HA CANTATO VITTORIA DOVENDO PAGARE 1.930.000 EURO?

PERCHE’ HA ACCETTATO ALLEGRAMENTE DI PAGARE CIRCA 400.000 EURO IN PIU’ DI QUANTO GLI SEMBRAVA GIA’ TROPPO?

Ma vi è di più: se alla somma di 1.930.000 euro aggiungiamo le spese tecniche e legali sostenute dal 1997 ad oggi, ci avviciniamo ai 2.500.000 euro…

 
MEMORIA

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Il Sindaco, se lavoratore dipendente (ad esempio dell’ENEL), RISCUOTE PER INTERO lo stipendio dovutogli dalla propria Azienda.

Ciò pur lavorando (ovvero dovendo lavorare) al 50%, cioè per la metà delle ore dovute.

L’Azienda (ad esempio l’ENEL) paga lo stipendio al suo dipendente ma ha diritto di farselo rimborsare dal COMUNE ove egli indossa la fascia tricolore.

Quel Sindaco, però, potendo firmare egli stesso i permessi per non recarsi al lavoro, di fatto NON LAVORA NEMMENO UN’ORA per l’Azienda di cui è dipendente (ad esempio l’ENEL).

In più, furbacchione, avendo scelto di riscuotere lo STIPENDIO INTERO dall’Azienda di cui è dipendente (ad esempio l’ENEL), percepisce anche il 50% dell’indennità di Sindaco che, nei comuni tra 5.000 e 10.000 abitanti, è di 2.510,00 euro.


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da “Il Tirreno” del 15.01.2020
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All’ultimo Consiglio Comunale, è stata portata in approvazione la delibera che consente la convenzione tra Comune e il gruppo facente capo alla Conad.

Dopo una illustrazione del Sindaco e una relazione quanto mai impacciata di Santini sullo studio redatto in merito alla opportunità commerciale e sociale, vi sono stati gli interventi di Giuliani e Bussola che hanno cercato disperatamente di giustificre il proprio si rinviando ad una impossibile futura delibera di Consiglio sull’argomento.

Tralasciando alcuni atti di teatrino di bassa lega di provincia tra Giuliani e Terrosi, mi sono sentito in dovere di esprimere tre concetti fondamentali:

-un imprenditore non investe tre milioni di euro per una struttura di vendita in una cittadina in calo demografico continuo e in trend di invecchiamento; quale è la contropartita? è tutto alla luce del sole?

-le azioni dell’Amministrazione devono essere tese alla realizzazione di posti di lavoro nella produzione per mettere in tasca ai cittadini quel denaro che tanto serve per andare a spendere. Qui, prima si realizza dove spendere e poi si spera che qualcuno trovi da guadagnare.

-la millantata creazione di 14-15 posti di lavoro al centro commerciale verrà regolarmente bilanciata dalla perdita di posti in Coop e tra i negozianti 

Era facile raccogliere consensi dal cittadino comune promettendo un supermercato che creasse concorrenza, ma a quale prezzo? Ne riparliamo dopo l’estate.

Ultima, ma non ultima, la fretta del Sindaco di andare all’approvazione della delibera era dettata esclusivamente dalla necessità pressante di incassare i 90.000 euro di oneri per destinarli a coprire qualche buco o necessità impellente; gli interessi dei cittadini possono attendere.

Infine una piccola riflessione: il Partito Repubblicano nella propria storia si è sempre proposto a paladino della classe commerciante, ed ora?

State tranquilli, la gente vi giudicherà.

 

tirreno 10.01.2020da “Il Tirreno” del 10.01.2020


CONAD 1 copiatratto da:  www.comune.massamarittima.gr.it
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curriculum vite

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CURRICULUM VINAE 2

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Un paio di mesi fa pubblicai sulla stampa un’informazione in cui si evidenziava che il Comune di Massa Marittima aveva un debito verso l’Unione dei Comuni di circa 2 milioni di euro.

Il Sindaco Giuntini si affrettò a scrivere che il Sottoscritto aveva sbagliato i conti e che aveva un piano di rientro che consentiva pian piano di sanare il tutto.

Poichè non amo i ping pong sulla stampa tesi sempre a convincere in modo poco chiaro chi è disinformato, lasciai correre aspettando l’occasione propizia.

Questa mattina, al termine di un Consiglio dell’Unione di cui sono un membro di minoranza, ho chiesto ufficialmente alla Sig.ra Orizzonte, Ragioniere Capo nonchè Segretario pro tempore, davanti a tutti i componenti del Consiglio, a quanto ammontasse ad oggi il debito del Comune di Massa Marittima verso l’Unione e la risposta è stata di circa 1,5 milioni di euro.

E’ vero che l’Unione riesce ugualmente a non andare in anticipazione di cassa e quindi a non pagare interessi passivi ma questo non significa che il debito non c’è.

Ovviamente il Sindaco, disturbato da questa forzata ammissione ha cercato di tergiversare spostando la discussione per altre direzioni, ma rimane l’unico dato certo che il nostro Comune DEVE circa 1,5 milioni di euro all’Unione dei Comuni.

 

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