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Nei giorni scorsi è stato pubblicato dal nostro poco amato Sindaco un articolo in cui si diceva che il flusso turistico nel 2018 a Massa Marittima aveva avuto un incremento del 13%.

La reazione degli addetti ai lavori e commercianti si era divisa tra chi era caduto nello scoramento più totale di fronte all’assoluta inattendibilità del dato e chi aveva pensato ad un anticipo dei pesci del 1° Aprile .

Il nostro gruppo non è saltato subito sulla notizia pur avendo la chiara sensazione di una bufala ma è andato a controllare i dati da fonti ufficiali giusto per informare correttamente i cittadini.

 

Dai dati avuti dalla Provincia, ne scaturiscono i seguenti numeri:

arrivi 2017  20.517            arrivi 2018   21.045       +2,5%

presenze 2017   65.955   presenze 2018    92.400

soggiorno medio 2017    3.21          soggiorno medio  2018     4,39

 

Il tutto però è derivato da due episodi una tantum: a Maggio “Netflix” e a Febbraio una gara di mountain bike.  

Nei mesi di aprile, giugno, luglio e agosto, il flusso ha invece subito una flessione.

Inoltre c’è un dato assolutamente non trascurabile: a giugno 2017 è entrato in vigore il D.L. 50/2017 in cui vengono obbligati anche gli affittuari di appartamenti a registirare presenze e a pagare la tassa di soggiorno e quindi nel 2018 si saranno messi in regola tutta una serie di appartamenti affittati e quindi nonostante questo dato il 2018 ha registrato nella maggior parte dei mesi un dato in flessione.

Ovviamente le sopra citate considerazioni ci testimoniano purtroppo un peggioramento dell’andamento del turismo che non può che rattristarci ma ci meraviglia e ci sconcerta che chi al timone di questo paese , anzichè allarmarsi e prendere provvedimenti, cerca di barare sui dati verso i cittadini non a conoscenza.

 

Quando gli amici di Massa Comune mi hanno proposto la ricandidatura alle prossime elezioni comunali, ho avuto mille pensieri; l’importanza dell’impegno, la mia età non più verdissima, il taglio di tanti hobbies che mi aiutano a vivere e sostituire il lavoro che ho tanto amato.

Il giorno successivo ero già a lavorare per costruire un progetto fatto stavolta non di numeri ma di idee.

Quel progetto pian piano ha preso forma ma ha dei punti fissi e indiscutibili : lavorare per i miei concittadini, lavorare molto, lavorare bene per far fare al paese un cambio di passo e soprattutto lavorare senza condizionamenti di partiti, senza giochini tipici dei politicanti.

Il progetto può partire solo dopo aver ben visionato lo stato in cui versa il paese e pensando di far capire a tutti i cittadini quali condizioni ci sono da recuperare.

In campagna elettorale spesso, e Massa non fa eccezione, ci si autocelebra per quello che si è fatto, si nasconde quello che non si è fatto e si addossa agli altri la responsabilità di ciò che non funziona.

Insomma, in campagna elettorale Pinocchio torna sempre di moda.

Tornando al progetto, si è reso indispensaile mettere insieme gente preparata, vogliosa e pronta a combattere.

Quando settimanalmente ci incontriamo, il gruppo è sempre più folto e sempre più bravo.

Non abbiamo ancora chiuso la lista, ma quel che c’è è entusiasmante e fa sognare.

Negli occhi dei/delle più giovani c’è entusiasmo, e i più esperti rispondono senza arretrare.

Siamo nel mezzo del cammin ma la struttura portante c’è e quindi…

RINCORRIAMO QUESTO SOGNO!

 

I vari schieramenti politici per tradizione sono individuabili con colori, per FI azzurro, per M5S giallo, per PD rosso, per la Lega verde etc, una distinzione che dà praticità, che i ndividua facilmente e così via.

Tutto questo ha un senso per grandi territori e grandi masse, e se ne perde il significato se si scende a comunità sotto 10.000 abitanti.

Intendo dire che nell’ambito di piccole comunità i cittadini si conoscono tutti e quello che si possono augurare è che poche persone stimate e animate da sensazioni positive, prive di aspirazioni carrieristiche, trasparenti e al tempo stesso di buona esperienza e capacità (esperienza di vita e non di partito) si mettano insieme per aiutare la propria cittadina.

Fa discutere per alcuni in senso positivo per altri in senso scandalistico, che Massa Comune apra ad altre forze;

tutto questo ha un significato ben preciso, vale a dire aprire lo scenario e facilitare il reclutamento di persone valide.

Non voglio assolutamento scendere in polemica con coloro che vanno a vedere quando recluti una persona se il proprio nonno votava PCI o Movimento Sociale; è un sintomo di arretratezza culturale che non aiuta.

Per questo motivo da un pò ho preso a dire che il bene non ha colore, perchè così è.

Siamo appena a Febbraio e già la campagna elettorale si infiamma per qualcuno.

Per quanto mi riguarda, dopo aver fatto un pò lo spettatore, molta gente mi ha chiesto ed invitato a rientrare in pista e dopo non breve riflessione ho accettato.

Ovviamente la decisione prevedeva alcune condizioni ed in particolare la ricerca di un gruppo di persone valide per costruire un progetto.

Il reclutamento non è stato e non è facile per cui sto lavorando con impegno alla costruzione della squadra.

In questo particolare momento della politica italiana, molti sono stati i cambiamenti e ancor di più sono cambiati i numeri delle forze in campo.

Pur mantenendo lo spirito civico della lista non è possibile non vedere che cosa succede nei partiti e di conseguenza non è stato difficile notare il momento di particolare difficoltà del PD e lo smarrimento di tutti coloro che ne sono rimasti delusi così come è stato possibile vedere il crescente entusiasmo di forze crescenti.

In questo quadro però noi dobbiamo pensare a Massa; lo stato di degrado è sotto gli occhi di tutti, non passi una sola volta di Piazza illeso dai soli commenti: che desolazione, non c’è più nessuno, i negozi chiudono etc etc.

Curare questo malato, senza star ad elencare le patologie, è impresa ardua e quanto meno di lunga durata e in ogni modo è impresa che deve essere affrontata da gente capaci .

In una comunità dove il 45% è di ultrasessantacinquenni che non si sono mai occupati di politica, il 20% è di giovanissimi ancora poco consapevoli di cio che li circonda e un’altra bella fetta di gente impegnata duramente alla propria vita lavorativa per tirare in fondo al mese, non è facile mettere insieme un gruppo che abbia tempo, capacità e voglia per occuparsi della gestione del proprio Comune e di conseguenza la costruzione del gruppo è lenta e attenta.

Reclutare gente valida non significa escludere a priori persone che votano Lega, FI, F.lli d’Italia, Repubblicani o che in passato hanno votato PD; serve reclutare persone serie che amino Massa e per essa vogliano lavorare .

Tutte le polemiche ormai in atto, attacchi personali, reazioni isteriche, sono solo segni di debolezza, segnali che qualcosa potrebbe cambiare, mi verrebbe da dire segnali che indicano dei piccoli uomini.

Lasciamo a chi vuol urlare la possibilità di farlo; noi continuiamo a lavorare per creare il nostro progetto senza rispondere alle provocazioni; i cittadini sapranno giudicare.

 

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A distanza di undici mesi esatti la Suprema Corte di Cassazione, sez. III penale (Pres. Di Nicola, Rel. Ramacci), con la sentenza n. 51600 depositata il 15 novembre 2018 torna ad esprimersi in ordine alla classificazione di bassa sismicità ai sensi e per gli effetti degli articoli 83 e 94 del Testo unico dell’edilizia.

Nella sentenza qui in commento il Collegio ha innanzi tutto voluto pienamente condividere gli approdi a cui era giunto il Collegio giudicante (Pres. Fiale, Rel. Liberati) nella antesignana pronuncia n. 56040/2017, allorquando fu affermato che all’indomani della OPCM 3274/2003, in assenza di definizioni legislative (ovviamente statali), solo la zona sismica 4 poteva essere qualificata a bassa sismicità.

La novità di questa sentenza risiede nell’aver stabilito che (non solo nella 3, ma) anche nella zona sismica 4 può necessitare l’autorizzazione preventiva qualora la regione abbia introdotto anche in queste aree l’obbligo di progettazione antisismica.

La decisione è decisamente magnanima, atteso che la Corte costituzionale nella sentenza n. 182/2006, avendo prima equiparato il deposito progetto ex art. 93 TUE alla denuncia di inizio attività, per poi statuire che all’indomani della legge 80/2005, riformatrice della DIA (oggi SCIA), il legislatore non consente più di operare nelle zone sismiche con procedure semplificate, ha chiaramente sgombrato il campo da ogni possibilità di iniziare un’attività edilizia in ogni zona sismica senza la preventiva autorizzazione ex art. 94 TUE.

A ben vedere non è stato finora adeguatamente valorizzato l’inciso “… all’uopo indicate …” contenuto nell’eccezione (perciò di stretta interpretazione) alla regola di munirsi di autorizzazione preventiva in tutte le zone sismiche.

Invero, il legislatore ha stabilito – con norma espressa, perciò non obliterabile – come non sia sufficiente la qualificazione di zona a bassa sismicità (quindi zona 4) per potervi iniziare opere senza la preventiva autorizzazione, essendo necessario che il decreto di classificazione sismica contenga un’espressa disposizione derogatoria (concertata tra Ministeri e Regione) alla regola generale.

Ecco, così, che la decisione della Corte costituzionale n. 182/2006 trova coerenza con la non dichiarata abrogazione implicita in parte qua, per effetto dell’entrata in vigore della legge 80/2005, della disposizione eccezionale ex art. 94 TUE.

Da qui l’irrilevanza che la regione abbia introdotto l’obbligo di progettazione tecnica antisismica per poter considerare necessaria l’autorizzazione sismica anche in zona 4, atteso che il legislatore, a mezzo dell’OPCM 3274/2003, ha attribuito all’Ufficio regionale del Genio Civile ogni valutazione tecnica in ordine alla rispondenza del progetto alle norme tecniche costruttive ex artt. 52 e 83 TUE (sia quelle generali, sia quelle contenenti particolari prescrizioni di calcolo antisismico).

In sostanza, procedendo a riclassificare interamente il territorio nazionale, così eliminando le zone sismicamente non classificate, unitamente a confermare l’obbligo del deposito progetto ex art. 93 TUE in tutte le zone sismiche (come ha ribadito la sentenza qui in commento), il legislatore ha trasferito dai Comuni agli Uffici regionali del Genio Civile l’onere di verificare (nelle zone in precedenza non qualificate sismiche) il rispetto delle norme tecniche ex art. 52 TUE, quelle generali, anche nelle zone 4 (siano esse assoggettate, o meno, dalle regioni all’obbligo di osservanza delle NTC).

Un trasferimento di funzione obbligato, atteso che i Comuni, in ispecie quelli di minime dimensioni, non hanno a capo dell’Ufficio un tecnico legalmente competente (ingegnere o architetto) che poteva dare al cittadino quell’idonea garanzia sull’effettivo rispetto delle NTC ovverosia che la costruzione che l’ente locale andava ad acconsentire non fosse pericolosa per la pubblica incolumità (v. Cons. Stato, n. 3505/2011). Sia consentito rimandare a http://www.lexambiente.it/materie/urbanistica/184-dottrina184/7311-urbanistica-statica-e-sicurezza-delle-costruzioni.html.

Per questi motivi è auspicabile che la Suprema Corte di Cassazione, qualora ritorni sull’argomento, esamini funditus l’eccezionale disposizione derogatoria ex art. 94 DPR 380/2010. E ciò anche perché in zona sismica, come detto più volte dalla giurisprudenza, lo speciale titolo abilitativo sismico è condizione d’efficacia di quello comunale, in difetto del quale le opere realizzate sono abusive e incommerciabili.

 

Sul Fatto Quotidiano del 23 ottobre 2018 è stato pubblicato un articolo riguardante un nuovo condono edilizio per le abitazioni di Ischia in guisa che possano ricevere gli aiuti di Stato per la ricostruzione delle abitazioni danneggiate dal terremoto del 2017.

Con un emendamento al decreto Emergenze presentato dai relatori Gianluca Rospi (M5s) e Flavio Di Muro (Lega), introdotto in commissione Ambiente e Trasporti, verrà stabilito che le procedure di sanatoria già richiesta ai sensi delle leggi 47/1985 e 724/1994, nonché ai sensi del decreto legge 269/2003, dovranno essere chiuse entro sei mesi.

Sennonché è notorio che oltre il 90% delle istanze dei tre condoni edilizi sono state presentate, sin dall’inizio, incomplete dei documenti essenziali prescritti dall’art. 35, terzo comma, lettere a), b), c), d) della legge 47/1985. Né sono stati presentati, ad integrazione della domanda, entro il termine di 120 giorni stabilito dal decimo comma del medesimo articolo.

E’ principio di diritto consolidato che l’art. 2934 del codice civile, in ordine alla prescrizione dei diritti se non esercitati nei termini stabiliti dalla legge, deve essere applicato anche nei rapporti con la pubblica amministrazione (Cons. Stato, adunanza plenaria, n. 8/2017) e, quindi, deve essere applicato anche alle istanze di condono edilizio, le quali non possono procedere se l’interessato non abbia prodotto un’istanza di sanatoria completa ab origine dei documenti prescritti dall’art. 35, terzo comma, L. 47/1985 oppure non l’abbia integrata nel termine decadenziale di 120 giorni. Con la conseguenza che, ricorrendo tali casi, il Comune è obbligato ad adottare il provvedimento di archiviazione (ex multis: Cons. Stato, n. 1239/2011; n. 5500/2011; n. 5884/2012).

Diversamente, statuisce il Consiglio di Stato nelle pronunce citate, il Comune opererebbe una illecita resurrezione di un procedimento morto ex lege.

Ebbene, non solo i Comuni, nei trentatre anni (come quelli di Cristo) che sono trascorsi dal primo condono edilizio hanno rilasciato condoni edilizi in ordine a procedimenti di sanatoria morti per prescrizione del diritto ex art. 2934 c.c., ma addirittura ora ci si mette pure il Parlamento ad imitare i distratti comuni.

Sarebbe l’ora che lo Stato, in tutte le sue articolazioni, cessasse con blasfeme imitazioni e si preoccupasse di sanare gli atti giuridici (compravendite ecc.) che sono stati compiuti sul falso presupposto che siano legittimi i condoni edilizi concessi dai comuni in ordine a procedimenti perenti ex lege.

In questo stato delle cose, il condono edilizio per Ischia ecc. non ha niente di dissimile dal corruttivo voto di scambio.

 

Ieri si è consumata una delle pagine più buie della nostra storia.

Mattarella, ignorando il volere popolare, ha ubbidito ai “poteri forti” dell’Europa e cancellato quel poco che restava della Democrazia italiana.

ANTISISMICA

La faccia di bronzo dei legislatori regionali e l’inerzia delle Procure nel perseguimento del loro comportamento contra ius

(Nota a Corte Costituzionale, n. 68/2018)

di Massimo GRISANTI

   

Dopo la recidiva Toscana (sentenze n. 182/2006 e n. 101/2013), la Lombardia (sentenza n. 129/2006), il recidivo Friuli Venezia Giulia (sentenze n. 254/2010 e n. 300/2013), il Veneto (sentenza n. 64/2013), il recidivo Abruzzo (sentenze n. 167/2014 e n. 60/2017), la Liguria (sentenza n. 272/2016), la Sicilia (sentenza n. 232/2017) e il tentativo sventato in extremis dalle Marche (in ordine alla L.R. 1/2018, modificata con la L.R. 2/2018 prima della proposizione del ricorso da parte del Presidente del Consiglio dei Ministri), non poteva mancare all’appello l’Umbria nel farsi cassare d’incostituzionalità una propria legge per edificazioni in zona sismica perché violativa di principi fondamentali in materia di governo del territorio e protezione civile.

Solo le Procure della Repubblica e della Corte dei Conti non si sono accorte che i legislatori regionali sono tutto meno che rispettosi dell’art. 54 della Costituzione e delle prerogative legislative esclusive dello Stato: consiglieri regionali che per mantenere il proprio orticello di consenso politivo (alias voti) sono disposti a fare le tre scimmiette certi che il loro comportamento, come è stato finora, non verrà posto sotto la lente d’ingrandimento per ipotizzabili illeciti penali (concorso da esterni in abusi edilizi) ed erariali (sperpero di denari pubblici attraverso l’attività consiliare e preparatoria delle leggi).

La Corte costituzionale, invece, è da mò che stigmatizza questo comportamento al limite dell’insubordinazione, tanto che nella sentenza in commento, in ordine all’obliterazione contenuta nella legge regionale umbra riguardo agli adempimenti prescritti dal Capo IV della Parte II del T.U.E., torna ad utilizzare espressioni quali: « … Questa Corte ha PIU’ VOLTE RIBADITO che «tali devono ritenersi le disposizioni contenute nel Capo IV della Parte II del TUE, che prevedono adempimenti procedurali, quando questi ultimi rispondano a esigenze unitarie, particolarmente pregnanti di fronte al rischio sismico» (sentenza n. 282 del 2016), come nel caso dell’autorizzazione sismica, prevista dall’art. 94 del predetto d.P.R. n. 380 del 2001. … ».

Ma il bello è che i Governatori di regioni come l’Umbria, le Marche, l’Abruzzo sono i primi, quando i terremoti tornano ad evidenziare le deficienze del compito di vigilanza assegnato dallo Stato alle strutture tecnice regionali, a piangere per avere denari pubblici per la ricostruzione, per aiutare la povera gente che subisce i danni innaturali consequenziali della loro inettitudine amministrativa.

Sono sempre quei Governatori che si lamentano quando per realizzare progetti di archistar come Boeri – e giustamente ne vengono sequestrate le opere – sono macroscopicamente violate norme poste a tutela di plurimi valori costituzionali: norme che devono essere sempre osservate per garantire l’eguaglianza dei cittadini nell’intero territorio nazionale e la primazia del principio di legalità, principi fondanti la democrazia.

Non capisco a cosa siano utili tali politici: sicuramente non al perseguimento dell’interesse pubblico.

Con la sentenza in commento la Consulta torna a stoncare i velleitari tentativi regionali di sottrarre dal preventivo controllo degli uffici tecnici regionali (e ciò è già indice di dolo, a mio avviso, atteso che una regione che legifera per auto esimersi dalle responsabilità connesse alla vigilanza è tutto dire) gli interventi relativi a categorie di opere sconosciute al legislatore statale quali interventi «privi di rilevanza ai fini della pubblica incolumità» oppure «di minore rilevanza ai fini della pubblica incolumità» od ancora «varianti di parti strutturali prive di carattere sostanziale».

Ma la Corte va oltre.

Nello statuire che a seguito delle modifiche legislative apportate agli articoli 24 e 67 del d.P.R. 380/2001 ora vi è equipollenza tra certificato di rispondenza ex art. 62 T.U.E. da rilasciarsi da parte del responsabile dell’Ufficio tecnico regionale e collaudo statico da adottarsi da parte del tecnico libero professionista, la Corte costituzionale ha affermato come occorra che il collaudo statico contenga quale presupposto – in assenza del quale tale equipollenza viene meno – l’indicazione dei termini di inizio e fine lavori dell’opera, gli estremi dell’autorizzazione sismica preventiva che ha autorizzato le opere oggetto di collaudo e, più in generale, la verifica « … della rispondenza della costruzione ai requisiti previsti in progetto e alle norme tecniche, ivi comprese quelle inerenti alle zone sismiche … ».

Qualora il collaudo sia manchevole di tali presupposti necessita ancor oggi, per poter utilizzare l’immobile e quindi validamente attestare la sussistenza dei presupposti di agibilità senza incorrere nel reato di falso ideologico, il certificato di rispondenza ex art. 62 T.U.E.

Concludo ricordando che ai sensi delle nuove disposizioni in ordine alla valutazione della sicurezza delle costruzioni esistenti, contenute al punto 8) delle nuove norme tecniche per le costruzioni vigenti dal 23 marzo 2018, non è consentito – senza incorrere in reato di natura omissiva commissiva ex art. 95 T.U.E. – utilizzare i fabbricati abusivi in tutto o in parte oppure costruiti in violazione delle norme tecniche costruttive vigenti al momento della realizzazione dei manufatti.

E ricordando che la Corte di Cassazione, con sentenza n. 56040/2017 della III^ Sezione penale, ha statuito come all’indomani dell’O.P.C.M. 3274/2003 solo nella zona sismica 4 possono iniziarsi i lavori senza l’autorizzazione sismica preventiva.

In qualità di Presidente
ho convocato una riunione
della Commissione Consiliare “Cultura”

per martedì 17

Tratteremo della questione Musei

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È FINITA LA SECONDA REPUBBLICA!

Grazie M5S…!

di Massimo Grisanti

L’art. 822 del codice civile stabilisce che fanno parte del demanio pubblico gli immobili riconosciuti d’interesse storico, archeologico e artistico a norma delle leggi vigenti in materia.

Si tratta del cd. demanio culturale che l’art. 53 del d.lgs. 42/2004 definisce “I beni culturali appartenenti allo Stato, alle regioni e agli altri enti pubblici territoriali che rientrino nelle tipologie indicate all’articolo 822 del codice civile”.

Il secondo comma dell’art. 53 d.lgs. 42/2004 recita: “I beni del demanio culturale non possono essere alienati, né formare oggetto di diritti a favore di terzi, se non nei limiti e con le modalità previsti dal presente codice”.

Occorre chiedersi come sia conciliabile la tutela e la fruizione del demanio culturale con il commercio sulle aree pubbliche.

Lo scrivente è dell’avviso che alcuna attività di commercio al dettaglio o somministrazione di alimenti e bevande sia esercitabile sulle aree costituenti il demanio culturale. E ciò per i seguenti motivi.

Soccorre, in primo luogo, il ragionamento seguito dal Consiglio di Stato nella sentenza n. 3074/2003 per individuare l’ambito di applicazione della disciplina del commercio su aree pubbliche.

I Giudici affermarono che l’art. 1 della legge n. 112/1991 – poi l’art. 27 del d.lgs. n. 114/1998 attualmente vigente: “Ai fini del presente titolo si intendono … per commercio sulle aree pubbliche, l’attività di vendita di merci al dettaglio e la somministrazione di alimenti e bevande effettuate sulle aree pubbliche, comprese quelle del demanio marittimo o sulle aree private delle quali il comune abbia la disponibilità, attrezzate o meno, coperte o scoperte …” – propone una nozione restrittiva di area pubblica, non comprendente, ad esempio, le attività commerciali su altri tipi di demanio.

Il legislatore ha compreso solo il demanio marittimo, escludendo gli altri.

Quindi, le aree del demanio culturale non sono comprese nell’ambito applicativo della disciplina del commercio al dettaglio contenuta nel d.lgs. n. 114/1998 (come prima nella legge n. 112/1991).

Di contro, ai fini della disciplina sul commercio sono espressamente ritenute aree pubbliche quelle di proprietà privata in ordine alle quali il Comune abbia la disponibilità.

Inoltre, il commercio può essere esercitato in aree appartenenti allo Stato e agli enti territoriali che – ai sensi del combinato disposto degli artt. 10, co. 1 e 4, e 54 del d.lgs. 42/2004 e dell’art. 822, secondo comma, del codice civile – sono beni culturali (come le strade, le vie, le piazze ecc.) solo per presunzione di legge, ma non per dichiarazione o riconoscimento espressi, quindi non costituenti il demanio culturale.

Se ne deve inferire che il commercio – ovverosia l’attività di vendita di merci al dettaglio e la somministrazione di alimenti e bevande – non può essere esercitato sulle aree costituenti il demanio culturale, cioè su quelle espressamente riconosciute d’interesse storico, archeologico e artistico a mezzo di decreti.

Tale conclusione non è inficiata dalle disposizioni dell’art. 52, co. 1, del d.lgs. 42/2004, atteso che espressamente richiamando le deliberazioni previste dalla normativa sul commercio le aree costituenti il demanio culturale sono automaticamente escluse dall’ambito applicativo delineato dall’art. 52 cit. perché in esse il commercio non è consentito dalla specifica normativa di settore.

Ne consegue che a mezzo delle deliberazioni contemplate dall’art. 52  d.lgs. 4272004, limitanti il commercio, possono essere individuate solamente le aree pubbliche nell’accezione contemplata dall’art. 27, co. 1, lett. a) del d.lgs. 114/1998, ovverosia i beni culturali appartenenti ai privati in disponibilità dei Comuni nonché quelli dello Stato o degli enti territoriali che ancora non sono stati rinosciuti di valore dagli organi ministeriali a mezzo di appositi decreti.

Può quindi affermarsi che ai sensi del combinato disposto dell’art. 27, co. 1, lett. a) del d.lgs. 114/1998 e degli artt. 52 e 53 del d.lgs. 42/2004 è vietato – a tutela della pubblica fruizione e per l’espletamento di un servizio di pubblica necessità (v. art. 1 e 101 d.lgs. 42/2004) – esercitare le attività di commercio al dettaglio e somministrazione di alimenti e bevande, anche in forma temporanea, su aree costituenti il demanio culturale.

Ciò comporta che ai sensi e per gli effetti dell’art. 164 del d.lgs. 42/2004 sono nulli le deliberazioni e i provvedimenti comunali, approvativi di piani del commercio su area pubblica e autorizzanti lo svolgimento dell’attività, perché trattasi di atti giuridici adottati in violazione di legge e contrari all’art. 9 della Costituzione.

Non solo sui competenti organi comunali incombe l’obbligo di annullare senza indugio le autorizzazioni concesse – attesa l’autoevidenza del preminente interesse pubblico alla fruizione dei beni costituenti demanio culturale (cfr. Consiglio di Stato, adunanza plenaria, sentenza n. 8 del 17.10.2017), in quanto beni idonei anche a sviluppare la personalità dei cittadini (cfr. Cons. Stato, n. 1109/2008 – Cass. penale, n. 9950/2016) – ma addirittura essi sono tenuti, unitamente agli organi ministeriali, ad elevare le sanzioni amministrative.

L’ordinamento impone agli organi di polizia giudiziaria di contestare i reati di abuso d’ufficio, per indebito vantaggio economico assicurato tanto agli esercenti le attività commerciali quanto ai locatori di immobili che percepiscono canoni all’evidenza influenzati dalle concessioni di suolo pubblico, e di falso ideologico in autorizzazione amministrativa perché trattasi di provvedimenti concessori contenenti accertamenti inveritieri in ordine al rispetto delle disposizioni di legge.

Il legislatore ha apprestato gli strumenti per la tutela del demanio culturale, ma nella pratica è oltremodo diffuso questo sfruttamento illecito che rende le perle del nostro patrimonio nazionale (Roma, Venezia, Napoli, Firenze, San Gimignano, Siena, Siracusa ecc.) come tante Disneyland che fanno perdere l’identità culturale al popolo italiano.

IN ITALIA

UN MILIONE E MEZZO DI EDIFICI

SONO ABUSIVI


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