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ANTISISMICA

La faccia di bronzo dei legislatori regionali e l’inerzia delle Procure nel perseguimento del loro comportamento contra ius

(Nota a Corte Costituzionale, n. 68/2018)

di Massimo GRISANTI

   

Dopo la recidiva Toscana (sentenze n. 182/2006 e n. 101/2013), la Lombardia (sentenza n. 129/2006), il recidivo Friuli Venezia Giulia (sentenze n. 254/2010 e n. 300/2013), il Veneto (sentenza n. 64/2013), il recidivo Abruzzo (sentenze n. 167/2014 e n. 60/2017), la Liguria (sentenza n. 272/2016), la Sicilia (sentenza n. 232/2017) e il tentativo sventato in extremis dalle Marche (in ordine alla L.R. 1/2018, modificata con la L.R. 2/2018 prima della proposizione del ricorso da parte del Presidente del Consiglio dei Ministri), non poteva mancare all’appello l’Umbria nel farsi cassare d’incostituzionalità una propria legge per edificazioni in zona sismica perché violativa di principi fondamentali in materia di governo del territorio e protezione civile.

Solo le Procure della Repubblica e della Corte dei Conti non si sono accorte che i legislatori regionali sono tutto meno che rispettosi dell’art. 54 della Costituzione e delle prerogative legislative esclusive dello Stato: consiglieri regionali che per mantenere il proprio orticello di consenso politivo (alias voti) sono disposti a fare le tre scimmiette certi che il loro comportamento, come è stato finora, non verrà posto sotto la lente d’ingrandimento per ipotizzabili illeciti penali (concorso da esterni in abusi edilizi) ed erariali (sperpero di denari pubblici attraverso l’attività consiliare e preparatoria delle leggi).

La Corte costituzionale, invece, è da mò che stigmatizza questo comportamento al limite dell’insubordinazione, tanto che nella sentenza in commento, in ordine all’obliterazione contenuta nella legge regionale umbra riguardo agli adempimenti prescritti dal Capo IV della Parte II del T.U.E., torna ad utilizzare espressioni quali: « … Questa Corte ha PIU’ VOLTE RIBADITO che «tali devono ritenersi le disposizioni contenute nel Capo IV della Parte II del TUE, che prevedono adempimenti procedurali, quando questi ultimi rispondano a esigenze unitarie, particolarmente pregnanti di fronte al rischio sismico» (sentenza n. 282 del 2016), come nel caso dell’autorizzazione sismica, prevista dall’art. 94 del predetto d.P.R. n. 380 del 2001. … ».

Ma il bello è che i Governatori di regioni come l’Umbria, le Marche, l’Abruzzo sono i primi, quando i terremoti tornano ad evidenziare le deficienze del compito di vigilanza assegnato dallo Stato alle strutture tecnice regionali, a piangere per avere denari pubblici per la ricostruzione, per aiutare la povera gente che subisce i danni innaturali consequenziali della loro inettitudine amministrativa.

Sono sempre quei Governatori che si lamentano quando per realizzare progetti di archistar come Boeri – e giustamente ne vengono sequestrate le opere – sono macroscopicamente violate norme poste a tutela di plurimi valori costituzionali: norme che devono essere sempre osservate per garantire l’eguaglianza dei cittadini nell’intero territorio nazionale e la primazia del principio di legalità, principi fondanti la democrazia.

Non capisco a cosa siano utili tali politici: sicuramente non al perseguimento dell’interesse pubblico.

Con la sentenza in commento la Consulta torna a stoncare i velleitari tentativi regionali di sottrarre dal preventivo controllo degli uffici tecnici regionali (e ciò è già indice di dolo, a mio avviso, atteso che una regione che legifera per auto esimersi dalle responsabilità connesse alla vigilanza è tutto dire) gli interventi relativi a categorie di opere sconosciute al legislatore statale quali interventi «privi di rilevanza ai fini della pubblica incolumità» oppure «di minore rilevanza ai fini della pubblica incolumità» od ancora «varianti di parti strutturali prive di carattere sostanziale».

Ma la Corte va oltre.

Nello statuire che a seguito delle modifiche legislative apportate agli articoli 24 e 67 del d.P.R. 380/2001 ora vi è equipollenza tra certificato di rispondenza ex art. 62 T.U.E. da rilasciarsi da parte del responsabile dell’Ufficio tecnico regionale e collaudo statico da adottarsi da parte del tecnico libero professionista, la Corte costituzionale ha affermato come occorra che il collaudo statico contenga quale presupposto – in assenza del quale tale equipollenza viene meno – l’indicazione dei termini di inizio e fine lavori dell’opera, gli estremi dell’autorizzazione sismica preventiva che ha autorizzato le opere oggetto di collaudo e, più in generale, la verifica « … della rispondenza della costruzione ai requisiti previsti in progetto e alle norme tecniche, ivi comprese quelle inerenti alle zone sismiche … ».

Qualora il collaudo sia manchevole di tali presupposti necessita ancor oggi, per poter utilizzare l’immobile e quindi validamente attestare la sussistenza dei presupposti di agibilità senza incorrere nel reato di falso ideologico, il certificato di rispondenza ex art. 62 T.U.E.

Concludo ricordando che ai sensi delle nuove disposizioni in ordine alla valutazione della sicurezza delle costruzioni esistenti, contenute al punto 8) delle nuove norme tecniche per le costruzioni vigenti dal 23 marzo 2018, non è consentito – senza incorrere in reato di natura omissiva commissiva ex art. 95 T.U.E. – utilizzare i fabbricati abusivi in tutto o in parte oppure costruiti in violazione delle norme tecniche costruttive vigenti al momento della realizzazione dei manufatti.

E ricordando che la Corte di Cassazione, con sentenza n. 56040/2017 della III^ Sezione penale, ha statuito come all’indomani dell’O.P.C.M. 3274/2003 solo nella zona sismica 4 possono iniziarsi i lavori senza l’autorizzazione sismica preventiva.

In qualità di Presidente
ho convocato una riunione
della Commissione Consiliare “Cultura”

per martedì 17

Tratteremo della questione Musei

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È FINITA LA SECONDA REPUBBLICA!

Grazie M5S…!

di Massimo Grisanti

L’art. 822 del codice civile stabilisce che fanno parte del demanio pubblico gli immobili riconosciuti d’interesse storico, archeologico e artistico a norma delle leggi vigenti in materia.

Si tratta del cd. demanio culturale che l’art. 53 del d.lgs. 42/2004 definisce “I beni culturali appartenenti allo Stato, alle regioni e agli altri enti pubblici territoriali che rientrino nelle tipologie indicate all’articolo 822 del codice civile”.

Il secondo comma dell’art. 53 d.lgs. 42/2004 recita: “I beni del demanio culturale non possono essere alienati, né formare oggetto di diritti a favore di terzi, se non nei limiti e con le modalità previsti dal presente codice”.

Occorre chiedersi come sia conciliabile la tutela e la fruizione del demanio culturale con il commercio sulle aree pubbliche.

Lo scrivente è dell’avviso che alcuna attività di commercio al dettaglio o somministrazione di alimenti e bevande sia esercitabile sulle aree costituenti il demanio culturale. E ciò per i seguenti motivi.

Soccorre, in primo luogo, il ragionamento seguito dal Consiglio di Stato nella sentenza n. 3074/2003 per individuare l’ambito di applicazione della disciplina del commercio su aree pubbliche.

I Giudici affermarono che l’art. 1 della legge n. 112/1991 – poi l’art. 27 del d.lgs. n. 114/1998 attualmente vigente: “Ai fini del presente titolo si intendono … per commercio sulle aree pubbliche, l’attività di vendita di merci al dettaglio e la somministrazione di alimenti e bevande effettuate sulle aree pubbliche, comprese quelle del demanio marittimo o sulle aree private delle quali il comune abbia la disponibilità, attrezzate o meno, coperte o scoperte …” – propone una nozione restrittiva di area pubblica, non comprendente, ad esempio, le attività commerciali su altri tipi di demanio.

Il legislatore ha compreso solo il demanio marittimo, escludendo gli altri.

Quindi, le aree del demanio culturale non sono comprese nell’ambito applicativo della disciplina del commercio al dettaglio contenuta nel d.lgs. n. 114/1998 (come prima nella legge n. 112/1991).

Di contro, ai fini della disciplina sul commercio sono espressamente ritenute aree pubbliche quelle di proprietà privata in ordine alle quali il Comune abbia la disponibilità.

Inoltre, il commercio può essere esercitato in aree appartenenti allo Stato e agli enti territoriali che – ai sensi del combinato disposto degli artt. 10, co. 1 e 4, e 54 del d.lgs. 42/2004 e dell’art. 822, secondo comma, del codice civile – sono beni culturali (come le strade, le vie, le piazze ecc.) solo per presunzione di legge, ma non per dichiarazione o riconoscimento espressi, quindi non costituenti il demanio culturale.

Se ne deve inferire che il commercio – ovverosia l’attività di vendita di merci al dettaglio e la somministrazione di alimenti e bevande – non può essere esercitato sulle aree costituenti il demanio culturale, cioè su quelle espressamente riconosciute d’interesse storico, archeologico e artistico a mezzo di decreti.

Tale conclusione non è inficiata dalle disposizioni dell’art. 52, co. 1, del d.lgs. 42/2004, atteso che espressamente richiamando le deliberazioni previste dalla normativa sul commercio le aree costituenti il demanio culturale sono automaticamente escluse dall’ambito applicativo delineato dall’art. 52 cit. perché in esse il commercio non è consentito dalla specifica normativa di settore.

Ne consegue che a mezzo delle deliberazioni contemplate dall’art. 52  d.lgs. 4272004, limitanti il commercio, possono essere individuate solamente le aree pubbliche nell’accezione contemplata dall’art. 27, co. 1, lett. a) del d.lgs. 114/1998, ovverosia i beni culturali appartenenti ai privati in disponibilità dei Comuni nonché quelli dello Stato o degli enti territoriali che ancora non sono stati rinosciuti di valore dagli organi ministeriali a mezzo di appositi decreti.

Può quindi affermarsi che ai sensi del combinato disposto dell’art. 27, co. 1, lett. a) del d.lgs. 114/1998 e degli artt. 52 e 53 del d.lgs. 42/2004 è vietato – a tutela della pubblica fruizione e per l’espletamento di un servizio di pubblica necessità (v. art. 1 e 101 d.lgs. 42/2004) – esercitare le attività di commercio al dettaglio e somministrazione di alimenti e bevande, anche in forma temporanea, su aree costituenti il demanio culturale.

Ciò comporta che ai sensi e per gli effetti dell’art. 164 del d.lgs. 42/2004 sono nulli le deliberazioni e i provvedimenti comunali, approvativi di piani del commercio su area pubblica e autorizzanti lo svolgimento dell’attività, perché trattasi di atti giuridici adottati in violazione di legge e contrari all’art. 9 della Costituzione.

Non solo sui competenti organi comunali incombe l’obbligo di annullare senza indugio le autorizzazioni concesse – attesa l’autoevidenza del preminente interesse pubblico alla fruizione dei beni costituenti demanio culturale (cfr. Consiglio di Stato, adunanza plenaria, sentenza n. 8 del 17.10.2017), in quanto beni idonei anche a sviluppare la personalità dei cittadini (cfr. Cons. Stato, n. 1109/2008 – Cass. penale, n. 9950/2016) – ma addirittura essi sono tenuti, unitamente agli organi ministeriali, ad elevare le sanzioni amministrative.

L’ordinamento impone agli organi di polizia giudiziaria di contestare i reati di abuso d’ufficio, per indebito vantaggio economico assicurato tanto agli esercenti le attività commerciali quanto ai locatori di immobili che percepiscono canoni all’evidenza influenzati dalle concessioni di suolo pubblico, e di falso ideologico in autorizzazione amministrativa perché trattasi di provvedimenti concessori contenenti accertamenti inveritieri in ordine al rispetto delle disposizioni di legge.

Il legislatore ha apprestato gli strumenti per la tutela del demanio culturale, ma nella pratica è oltremodo diffuso questo sfruttamento illecito che rende le perle del nostro patrimonio nazionale (Roma, Venezia, Napoli, Firenze, San Gimignano, Siena, Siracusa ecc.) come tante Disneyland che fanno perdere l’identità culturale al popolo italiano.

IN ITALIA

UN MILIONE E MEZZO DI EDIFICI

SONO ABUSIVI

 

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Siamo alla fine della tornata elettorale in Sicilia e già prima dei risultati definitivi i politici di ogni schieramento si affannano a brindare, giustificare, interpretare e nessuno si azzarda a dare quello che ritengo sia l’unico commento da fare:

ha votato il 45% degli aventi diritto e quindi chi ha preso il 38% dei voti ha il 38% del 45%, vale a dire 18 % dei consensi dei cittadini aventi diritto al voto e quindi giù giù a scendere, il PD con il 20%, ha il 20% del 45%  vale a dire il 9% dei consensi.

Ma chi sono questi signori? Gente che non rappresenta nulla. Ma è chiaro che gli unici vincitori (55%) sono coloro che si sono stufati di questa classe politica e che quindi non vanno a votare? E’ chiaro che di questa povertà intellettuale nonchè poca trasparenza gestionale la gente non ne può più?

Dopo questi insuccessi, potremmo parlare solo di mandarli a casa tutti e ricominciare. Serve una rivoluzione, non armata ma rivoluzione se vogliamo ricostruire un paese che stà in piedi solo a forza di slogan insulsi. 

BELLA 22clicka per ingrandire

I BENI PAESAGGISTICI
INDIVIDUATI E TUTELATI IN BASE ALLA LEGGE

(Nota a Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza n. 4516/2017)

 

di Massimo Grisanti

  

Alcuni giorni or sono, la rivista Lexambiente ha pubblicato la sentenza in commento con la quale il Consiglio di Stato ha stabilito che le Zone A ex art. 2 D.M. 1444/1968 individuate negli strumenti urbanistici sono beni paesaggistici ex art. 136 del Codice dei beni culturali e del paesaggio.

Il caso deciso riguarda un intervento nel centro storico di Francavilla Fontana che, dietro informazioni assunte presso l’ufficio tecnico dell’ente locale, non è vincolato per decreto, né per legge.

In sostanza, il Consiglio di Stato ha affermato che all’indomani dell’approvazione del Codice le zone A sono vincolate in base alla legge a termini dell’art. 136, c. 1, del D.Lgs. 42/2004: e per l’effetto, ai sensi dell’art. 25 del regio decreto 3 giugno 1940, n. 1357, il dirigente comunale non può rilasciare il permesso di costruire “… se non previo favorevole avviso della competente (regia) Soprintendenza …”.

L’affermazione, a parere dello scrivente, è l’approdo finale di un ragionamento che parte dalla seguente statuizione di principio contenuta nell’art. 2 del Codice: “… Sono beni paesaggistici gli immobili e le aree indicati all’articolo 134, costituenti espressione dei valori storici, culturali, naturali, morfologici ed estetici del territorio, e gli altri beni individuati dalla legge o in base alla legge”.

Non utilizzando la locuzione “in base alla presente legge”, oppure “in base al Codice”, il legislatore ha voluto affermare che, oltre a quelli indicati all’art. 134, vi sono beni immobili che l’ordinamento dichiara di notevole interesse pubblico, o che lo possono essere, al di fuori delle procedure di cui agli articoli 138 e ss. o di elaborazione del piano paesaggistico: ai quali, ai sensi dell’art. 9 della Costituzione, deve essere accordata adeguata tutela.

Una dichiarazione evidentemente avvenuta, o da farsi dopo l’entrata in vigore del Codice, a mezzo di atti amministrativi generali di natura regolamentare.

E poiché il Codice altro non è che il punto di arrivo di una complessa attività di conservazione del patrimonio culturale nazionale, si ritiene necessario, per comprendere in appieno il ragionamento svolto, ripartire con l’esame dal primo provvedimento legislativo organico ovverosia dalla legge n. 1497/1939.

All’art. 7 della L. 1497 il legislatore dispose che “i proprietari, possessori o detentori, a qualsiasi titolo, dell’immobile, il quale sia stato oggetto di notificata dichiarazione o sia stato compreso nei pubblicati elenchi delle località non possono distruggerlo né introdurvi modificazioni che rechino pregiudizio a quel suo esteriore aspetto che è protetto dalla presente legge. Essi, pertanto debbono presentare i progetti dei lavori che vogliano intraprendere alla competente Regia Soprintendenza e astenersi dal mettervi mano sino a tanto che non ne abbiano ottenuta l’autorizzazione”.

Siffatto obbligo di autorizzazione, e quindi la tutela paesaggistica dei beni, iniziava a decorrere dal momento di pubblicazione all’albo pretorio comunale dell’elenco delle bellezze individuate dalla Commissione provinciale, a cui, come è noto, seguiva sia il periodo delle opposizioni, sia il provvedimento conclusivo ministeriale con il quale il bene veniva dichiarato di notevole interesse pubblico.

Quindi, l’ordinamento conosce sin dal 1939 l’immediata tutela di beni immobili di notevole interesse paesaggistico in potenza (che possono anche non divenire stabilmente tali a seguito dell’accoglimento delle opposizioni o del rifiuto ministeriale di accogliere la proposta della Commissione).

In termini non dissimili dispone l’attuale art. 146 del Codice: “… i proprietari, possessori o detentori a qualsiasi titolo di immobili ed aree di interesse paesaggistico, tutelati dalla legge, a termini dell’articolo 142, o in base alla legge, a termini degli articoli 136, 143, comma 1, lettera d), e 157, non possono distruggerli, né introdurvi modificazioni che rechino pregiudizio ai valori paesaggistici oggetto di protezione …”. Infatti, l’art. 136 del Codice dispone che “… sono soggetti alle disposizioni di questo Titolo per il loro notevole interesse pubblico … i complessi di cose immobili che compongono un caratteristico aspetto avente valore estetico e tradizionale, inclusi i centri ed i nuclei storici …”.

Il caratteristico aspetto avente valore estetico e tradizionale trova conformità (a termini) nei requisiti richiesti dall’art. 2 del D.M. 1444/1968 affinché il Comune e la Regione – quest’ultima quale Ente preposto, dalle disposizioni di principio fondamentale della legge statale, all’approvazione del P.R.G. a mezzo di apposito decreto del potere esecutivo con il quale, ex art. 10, c. 2, lett. c) della L. 1150/1942 e s.m.i., viene assicurata “… la tutela del paesaggio e di complessi storici, monumentali, ambientali ed archeologici …” – possano legittimamente qualificare parti del territorio comunale quali zone territoriali omogenee A (centri e nuclei storici ed aree contermini) e, per l’effetto, sottoporle a specifica disciplina.

Pertanto, per le parti di territorio ivi individuate Zone A, l’atto approvativo dei piani regolatori generali porta seco la dichiarazione di interesse paesaggistico che, ai sensi del combinato disposto dell’art. 2, c. 3, e dell’art. 136, comporta la loro tutela nelle forme previste dagli articoli 146 e 167 del Codice.

Né osta a tale ricostruzione il fatto che all’articolo 143 del Codice niente venga detto in ordine al contenuto del piano paesaggistico, atteso che, per espressa disposizione di legge, il contenuto ivi indicato è quello minimo.

Del resto non si vede perché la Regione possa dichiarare un bene singolo di notevole interesse pubblico a mezzo del procedimento delineato dall’articolo 138 e ss. del Codice, ma ciò non potrebbe avvenire, in base alla legge (artt. 2 e 136 D.Lgs. 42/2004 nonché artt. 7, 10 e 41 quinquies L. 1150/1942 in correlazione all’art. 2 D.M. 1444/1968), a mezzo dell’approvazione dello strumento urbanistico generale, atteso che quest’ultimo viene formato previa partecipazione popolare e contiene le norme di attuazione quali specifiche prescrizioni d’uso (analoghe a quelle ex art. 138 del Codice).

Non si dimentichi che la Corte costituzionale, con la sentenza n. 379/1994, ha statuito che “… la riferita concezione “dinamica” del paesaggio, e la più ampia apertura del concetto di urbanistica, hanno avuto per risultato una sorta di mutualità integrativa, per effetto della quale la tutela dei valori paesaggistico-ambientali si realizza anche attraverso la pianificazione urbanistica …”.

Pertanto non è così irragionevole che nel delineato sistema pan-paesaggistico il legislatore statale abbia previsto la tutela dei centri e nuclei storici individuati dagli strumenti urbanistici – che fanno dell’Italia il paese più bello al mondo e che costituiscono complessi identitari della popolazione – a mezzo di disposizioni di tutela diretta per legge fino a quando, a mezzo di apposito decreto, venga accertato essere insussistente quel caratteristico aspetto avente valore estetico e tradizionale che è il presupposto per la sottoposizione del complesso di beni immobili alle disposizioni di tutela del Titolo I della Parte III del Codice.

Infine, si evidenzia che così come sono sottoposti a tutela i centri e nuclei storici, altrettanto lo sono i beni di cui alle lettere a) e b) del Codice, le cui peculiari caratteristiche sono state accertate a mezzo di disposizioni di legge o atti generali.

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SICUREZZA STATICA DEGLI EDIFICI
CONDOMINIO E DIRITTO DI COSTRUIRE

(Nota a Cassazione, Sez. II civile, ordinanza n. 20288/2017)

 

di Massimo Grisanti

  

Con l’ordinanza in commento, la Suprema Corte di Cassazione, Sez. II civile (Pres. Bruno Bianchini, Rel. Antonio Scarpa) è tornata sull’argomento del diritto di sopraelevazione in fabbricati condominiali.

I Giudici hanno ribadito che è imprescrittibile l’azione di accertamento negativo tendente a far valere l’inesistenza del diritto a sopraelevare quando le condizioni statiche dell’edificio non consentono l’addizione. Ciò perché l’inidoneità della struttura esistente a sopportare carichi aggiuntivi fa mancare il presupposto del diritto a sopraelevare.

Il caso portato all’esame degli Ermellini riguarda un’addizione edilizia che ha inciso sui carichi permanenti e sui sovraccarichi accidentali del fabbricato, con conseguente pregiudizio statico.

I Giudici hanno statuito che “… le condizioni statiche dell’edificio rappresentano un limite all’esistenza stessa del diritto di sopraelevazione, e non già l’oggetto di verificazione e di consolidamento per il futuro esercizio dello stesso, limite che si sostanzia nel potenziale pericolo per la stabilità del fabbricato derivante dalla sopraelevazione …”.

Con la mente agli eventi sismici e ad altri crolli che, talvolta ipocritamente, vengono chiamati accidentali, appare evidente che colui che ha concausato un danno non può invocare risarcimenti se fosse consapevole o comunque abbia quanto meno colpevolmente ignorato che la propria iniziativa era contra legem. Conseguentemente, o si deve escludere qualsiasi valore all’art. 1120, secondo comma, del codice civile o si deve negare che finanche l’affidamento riposto su progetti meramente depositati all’Ufficio del Genio Civile, ovverosia non autorizzati dal dirigente regionale a seguito di positivo accertamento dell’inesistenza di pregiudizi alla staticità dei fabbricati oggetto d’intervento, sia meritevole di tutela risarcitoria.

In un Paese ove secondo le ultime statistiche sono sicure solamente il 2% delle costruzioni, la sentenza in commento non può non aprire la questione della colpevole negligenza dei funzionari e tecnici istruttori comunali i quali, a vario titolo, consentono l’inizio di lavori di sconosciuta pericolosità per la sicurezza delle persone e delle cose rispetto ai fattori di rischio connessi all’utilizzazione e alla modificazione dei fabbricati.

Ricordando, ancora una volta, che la Corte costituzionale, nella sentenza n. 182/2006, prima ha equiparato il deposito progetto ex art. 93 d.P.R. 380/2001 alla denuncia di inizio attività, poi ha statuito che all’indomani delle modifiche apportate dal D.L. 35/2005, convertito con la L. 80/2005, non è più possibile operare con forme semplificate in zone sismiche, necessitando sempre la preventiva autorizzazione ex art. 94 T.U.E., si ritiene che ai Pubblici Ministeri e ai Giudici penali – se davvero sono soggetti solo alla legge – l’ordinamento imponga di contestare l’abuso edilizio in tutti i casi in cui, in qualunque zona sismica, vengono eseguiti lavori senza la preventiva speciale autorizzazione rilasciata dal dirigente dell’Ufficio del Genio Civile.

Autorizzazione sismica che, secondo l’insegnamento della Suprema Corte ribadito nella sentenza in commento, ha effetto costitutivo del diritto ad edificare in testa a ciascun condomino sia in caso di sopraelevazione, sia in caso di interventi incidenti sulla statica del fabbricato (i quali non sono solamente quelli che interessano le strutture propriamente portanti, ma anche qualsiasi intervento eccedente la manutenzione ordinaria e finanche i mutamenti di destinazione d’uso senza opere per effetto dei quali con l’uso dei locali vengono aggiunti sovraccarichi accidentali sulle strutture).

Inoltre, ad avviso dello scrivente deve essere rimeditato l’orientamento giurisprudenziale che attribuisce al titolo abilitativo sismico la natura di elemento integrativo dell’efficacia di quello urbanistico-edilizio, atteso che il diritto ad edificare non esiste in capo al richiedente se non viene accertato che l’intervento progettato non arreca pregiudizio alla statica dell’immobile. Pertanto, l’istanza di permesso di costruire non è procedibile, e la SCIA è inaccettabile, in assenza dell’autorizzazione sismica perché non risponde al vero, in quanto non accertato dalla P.A., che l’interessato è titolare dello ius aedificandi (non essendo bastevole rivestire la qualifica di proprietario dell’immobile).

Infine, lo scrivente ritiene inaccettabile – e contrario all’interesse pubblico – che possa essere un libero professionista (ingegnere o architetto), in luogo del dirigente dell’Ufficio del Genio Civile, a dare al cittadino – a mezzo del mero progetto depositato ex art. 93 T.U.E. – quell’idonea garanzia sull’effettiva rispondenza a legge di lavori che, nel caso in cui arrecassero pregiudizio alla statica dei fabbricati, sono potenzialmente causativi di risarcimenti statali in caso di sisma (per non dire delle ingentissime spese di protezione civile, sanitarie e quant’altro che vengono ad insorgenza dopo i terremoti nel nostro fragile, ipocrito e irresponsabile Paese).

  

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L’agiografia di Cerbonio si deve alle memorie del quasi contemporaneo – poi Papa – San Gregorio Magno.

Oriundo dell’Africa settentrionale e figlio di genitori cristiani, Cerbonio fu ordinato sacerdote dall’Arcivescovo – poi Santo – Regolo che seguì nella fuga dalle persecuzioni dei Vandali ariani per approdare fortunosamente sulle coste toscane.

Divenuto Vescovo di Populonia, a sua volta, Cerbonio fu condannato da Totila ad essere sbranato da un orso; l’animale, però, al suo cospetto si ammansì e ciò gli consentì di recuperare la libertà.

Fu convocato a Roma dal Papa per rispondere alle accuse dei suoi diocesani che si lamentavano per il fatto che celebrava la Messa del mattino troppo presto.

Durante il cammino, Cerbone si accorse di non avere nulla da dare al Pontefice; pertanto, alla vista di alcune oche selvatiche, pensò di risolvere il problema portandole con sé per donarle al Papa.

Proprio le oche sono divenute il suo attributo iconografico.

Cerbonio riferì che la sua abitudine di celebrare la Messa di buon’ora era dovuta al fatto che, così facendo, riusciva a farsi accompagnare da un coro di angeli; riuscì addirittura a dimostrarlo, tanto che il Pontefice si alzò in piedi per omaggiarlo e farlo Santo.

Da allora, e a tutt’oggi succede, è tradizione che il Pontefice si alzi un attimo dal seggio quando riceve la visita del Vescovo di Populonia e Massa.

Con l’avvento dei Longobardi Cerbone si rifugiò all’Elba, esprimendo il desiderio di essere comunque sepolto a Populonia.

Alla sua morte (575 ca.) tale desiderio fu rispettato e una tempesta miracolosa celò alla vista dei Longobardi l’imbarcazione che trasportava la salma del Santo.

 

LOCANDINA DEFIBRILLATORE

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Il mouse del mio MAC è dispettoso.

Si è bloccato sulla DELIBERA DI GIUNTA COMUNALE n.97 del 01.08.2016.

In tale data, la Giunta Comunale di Massa Marittima ASSUNSE QUELLA SOLA DECISIONE.

UN’UNICA DECISIONE, per di più molto veloce da prendere…

Deliberò di proseguire con l’utilizzo temporaneo congiunto (col Comune di Roccastrada) della Dott.ssa Angela Monticini, quale Responsabile del settore 2, fino al 30.09.2016.

EBBENE: DA CERTIFICAZIONE A FIRMA DEL SEGRETARIO COMUNALE RUBOLINO, QUELLA RIUNIONE INIZIO’ ALLE 7,30 E FINI’ ALLE 18,30.

Ovvero durò UNDICI ORE…

01.08.2016 evidclicka per ingrandire


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