Archivi per la categoria ‘Storia di Massa’

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CENTRALE ELETTRICAclicka per ingrandire

NELL’IMMAGINE SOTTO, OTTO “TORSELLI” DELLE MONETE TARDOMEDIEVALI CONIATE DALLA ZECCA DI MASSA TRA IL 1317 E IL 1319 [tutti di proprietà del Museo Civico di Siena].

IL 4°, DA SX IN ALTO, E’ QUELLO DEL DENARO PICCOLO [molto rovinato, ma l’unico], CONSERVATO PRESSO IL MUSEO ARCHEOLOGICO DI MASSA.

IL 3°, DA SX IN BASSO, E’ QUELLO DEL GROSSO DA 20 DENARI, CONSERVATO PRESSO IL MUSEO ARCHEOLOGICO DI MASSA.

GLI ALTRI SEI, TUTTI DEL GROSSO, SI TROVANO PRESSO IL MUSEO CIVICO DI SIENA.

OLTRE A QUESTI, ESISTONO SOLAMENTE ALTRI DUE ESEMPLARI, SEMPRE DEL GROSSO: UN CONIO DI MARTELLO E UN CONIO DI INCUDINE [anche questo l’unico], CONSERVATI PRESSO LA PINACOTECA DI VOLTERRA.

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8 TORSELLI 1200clicka per ingrandire

 FONTE 2

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Angiolo (o Agnolo) di Ventura è stato un importante architetto e scultore senese, attivo in Toscana nella prima metà del Trecento.

Si hanno sue notizie solo a partire dal 1311 e la sua morte sarebbe avvenuta successivamente al 1349.

Il Vasari lo cita nelle “Vite” – insieme ad Agostino di Giovanni – nella biografia dal titolo: “Agnolo e Agostino”.

Dai pochi documenti che lo menzionano, risulta che nel 1329 riscosse un pagamento per alcuni lavori compiuti nel Campo di Siena [“in pede porte Salarie”].

Insieme al collega Agostino di Giovanni, nel 1325, infatti, aveva disegnato la torre del Palazzo Pubblico, meglio nota come Torre del Mangia.

Nel 1333, invece, assieme ad altri undici maestri, fece parte dello “staff tecnico” a cui fu richiesto un rapporto sui lavori di ampliamento del Duomo verso Vallepiatta.  

Fu anche architetto militare, attività svolta [forse] anche a Siena con i progetti per la Porta di Sant’Agata (1325) e la Porta Nuova, oggi Porta Romana (1327).

Nel 1334, con Guido di Pace e Meo di Rinaldo, si occupò dell’edificazione del Cassero di Grosseto. 

Due anni dopo, nel 1336, insieme a Domenico di Giovanni, Romeo Pepi e Giovanni Alberti, partecipò alla costruzione della fortezza di Massa Marittima: quest’ultima notizia è del 31 gennaio 1349, allorché egli figurò in Siena come testimone in un atto di vendita.

In particolare, Angiolo di Ventura – ovvero, semplicemente, l’Agnolo – sarebbe l’architetto al quale si deve il progetto del maestoso Arco [con una corda di 21,70 metri ed una freccia di 7 metri] col quale si intese collegare la Torre del Candeliere alle Mura Senesi.

È probabile che egli, pur ricordato principalmente come architetto, possa identificarsi anche con quell’Angelo da Siena che, nel 1330, insieme ad Agostino di Giovanni, scolpì il monumento Tarlati ad Arezzo; tale identificazione, proposta da Milanesi (1854) sulla scorta di Vasari (che, peraltro, attribuisce a Giotto il disegno del monumento), è accettata da pressoché tutta la maggiore critica.

Il cenotafio del Vescovo e Signore di Arezzo, Guido Tarlati (+1327), situato nel duomo e completato nel 1330 [Hoc opus fecit magister Augustinus et magister Angelus de Senis MCCCXXX], resta l’unica sua opera firmata e datata.

Tra le sculture assegnate al Maestro senese, soltanto le sette formelle dei due altari dei Santi Ottaviano e Regolo (1320 ca.), già nel duomo di Volterra (oggi nel Museo Diocesano di Arte Sacra), trovano concorde la critica.

Delle altre attribuzioni (Vasari, Le Vite – Venturi, 1904 – Valentiner, 1925), molte oggi rifiutate, sono da menzionare – restando dubbie le ipotesi attributive – il sepolcro del Vescovo Ranieri degli Ubertini (+1301) in San Domenico ad Arezzo (Valentiner, 1927) e le statuette di apostoli e profeti nel duomo di Massa Marittima (Carli, 1946), queste ultime avvicinate spesso e più ragionevolmente all’arte di Goro di Gregorio.

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CHIUNQUE AVESSE LA NOSTRA RICCHEZZA ARTISTICA
SAPREBBE VALORIZZARLA MEGLIO DI NOI

Ne è un esempio il prezioso dipinto tardomedievale
presso la Fonte dell’Abbondanza
 

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Nel 1999, presso la Fonte dell’Abbondanza in Massa Marittima, è stata rinvenuta una preziosa testimonianza pittorica risalente alla metà del Tredicesimo secolo.

Il Murale, comunemente detto “Albero della Fecondità”, è stato oggetto di approfonditi studi e sembra assurgere al ruolo di “unicum” nel pur vasto panorama artistico medioevale italiano.

Il Comune di Massa Marittima, di concerto con la Soprintendenza di Siena, ma in forme alquanto discutibili, ne ha promosso il restauro e dal 6 Agosto 2011, dopo lunghi anni, è tornato pubblicamente visibile.

Ma, poco dopo la fine del più recente intervento conservativo, esaminate doverosamente le risultanze di esso, giunsi alla conclusione che le operazioni di restauro non erano state condotte nella maniera più opportuna.

Numerose porzioni del Murale, infatti, erano state ridipinte arbitrariamente, senza alcun rispetto dei caratteri artistici originali dell’Opera.

Ai miei occhi, l’autenticità del Murale risultava FORTEMENTE PREGIUDICATA da una campagna di restauro (parlo dell’aspetto integrativo) affrettata e irrispettosa.

Diligentemente, dunque, intesi rappresentare le mie perplessità al Ministero competente.

La Soprintendenza, però, mesi dopo, ebbe a comunicarmi di aver effettuato i doverosi controlli sulle modalità di esecuzione dell’intervento e di avere anche promosso un sopralluogo da parte dell’Istituto Centrale di Restauro di Roma (dicesi eseguito il 15.02.2012).

Manco a dirlo, tutto risultava a posto: le operazioni erano state condotte correttamente, lo stato del Murale era buono e nulla ne aveva recato pregiudizio.

La questione fu liquidata con un laconico «Le operazioni di restauro eseguite sull’Albero della Fecondità risultano sostanzialmente corrette».

Peccato che tali controlli furono fatti SENZA MINIMAMENTE DARMENE CENNO così come SENZA AVERMI CHIESTO, preliminarmente, i doverosi chiarimenti nel merito delle mie rimostranze.

E, più che tutto, nonostante le reiterate richieste, SENZA PERMETTERMI DI ESPORRE LA MIA POSIZIONE E SENZA NEMMENO AVER ACQUISITO IL MATERIALE FOTOGRAFICO SU CUI SI FONDAVANO LE MIE RAGIONI (che mi richiesero solo successivamente all’essersi espressi).  

Ciò proprio quando [anche attraverso spot televisivi] si sbandierava la tanto decantata necessità che i Cittadini collaborassero con le Istituzioni.

Bene, io ho cercato di farlo ma NON ho avuto riscontro, se non risposte letteralmente umilianti, tese unicamente a travisare la realtà dei fatti e a negare l’evidenza.

Evidentemente, le Istituzioni accettano solo la collaborazione che ne esalta le gesta e rifuggono quella che mette in evidenza eventuali errori commessi.

Cupola Brunelleschi disegno 05

 

Nel 2017 ricorrevano i 700 anni dalla coniazione delle monete battute dal Libero Comune di Massa di Maremma: il Denaro Piccolo (o Pìcciolo) e il Grosso da 20 denari.

La Zecca fu operativa solamente per poco più di due anni, dal 1317 al 1319, e aveva sede nella palazzina – allora di proprietà pubblica, poi appartenuta alla famiglia dei Conti Alberti di Monterotondo – che si apre sull’attuale Via Norma Parenti e che oggi, in parte, ospita la Sede della Società dei Terzieri.

Con la dominazione Senese su Massa [dal 1336], l’edificio divenne proprietà dei Conti di Sassetta (un ramo dell’importante famiglia Gherardesca) che ne fecero una propria prestigiosa residenza privata.

Questi ultimi, nel 1401, dovettero cedere alle pressioni della Curia che volle acquistare il fabbricato per ampliare il Palazzo Vescovile, trasferito forzosamente nell’adiacente Palazzina dei Conti di Biserno [che si affaccia sulla Piazza del Duomo] dopo che i Senesi ebbero preso possesso del Castello di Monteregio.

 

Una curiosità che mi fa impazzire… (!!!)

Ma dovevano trascorrere ancora 100 anni esatti [100 anni esatti…] prima che qualcuno si ponesse seriamente il problema di “voltare” la Cupola di Santa Maria del Fiore [iniziata nel 1294-1295 sulle vestigia di Santa Reparata], pur già eretta fino al tamburo ottagonale che avrebbe dovuto sostenerla…

Solo nel 1418, infatti, l’Opera del Duomo bandì il concorso pubblico per la sua costruzione a seguito del quale, pur senza vincitori “ufficiali”, si giunse ad affidarne l’incarico a Filippo Brunelleschi e Lorenzo Ghiberti.

E’ certo che Arnolfo di Cambio – architetto progettista del Duomo – avesse previsto di caratterizzare il suo edificio con una struttura assai diversa e più ampia del tradizionale tiburio delle Cattedrali dell’epoca: tuttavia, la Cupola avrebbe dovuto avere un aspetto ben più convenzionale di quello conferitole dal Brunelleschi.

La costruzione della Cupola ebbe inizio il 7 agosto 1420 e la struttura – alla base della lanterna – fu completata il 1º agosto 1436.

torre e arco

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Ambrogio Lorenzetti, fratello di Pietro, nasce a Siena nel 1285 (circa).

Dai tratti fondamentali della sua pittura, si ritiene che abbia attinto principalmente dall’arte di Duccio di Buoninsegna e di Giotto [piuttosto che da quella del fratello e di Simone Martini].

La sua prima opera firmata, datata 1319, è “La Madonna col Bambino” nella chiesa di Sant’Angelo di Vico l’Abate presso San Casciano Val di Pesa.

Tra il 1330 e il 1333, visita Firenze e vi soggiorna più volte per avvicinarsi all’opera dell’architetto e scultore Arnolfo di Cambio (di quest’ultimo è il progetto di Santa Maria del Fiore); qui dipinge il Trittico per la Chiesa di San Procolo [oggi agli Uffizi]. 

Alcuni studiosi gli attribuiscono un ruolo di grande importanza nella complessa gestione dei rapporti culturali tra Siena e Firenze della prima metà del secolo.

Nel 1335, rientra stabilmente a Siena e realizza – col fratello – alcuni affreschi (andati persi) presso l’Ospedale di Santa Maria della Scala.

E’ dello stesso anno la “Maestà” dipinta per la Chiesa agostiniana di San Pietro all’Orto di Massa Marittima.

Immediatamente dopo, nel 1336, lavora nella cappella dell’Eremo di Montesiepi presso l’Abbazia di San Galgano.

Tra il 1337 e il 1338, dipinge nel Convento di Sant’Agostino di Siena: gli affreschi, staccati dalla Sala Capitolare, sono oggi custoditi nelle Cappelle Bandini Piccolomini e Piccolomini di Castiglia della Basilica di San Francesco.

Tra il 1338 e il 1339 (forse il 1340) – nella fantastica cornice della Sala dei Nove nel Palazzo Pubblico di Siena (contigua a quella del Mappamondo) – realizza quello che è considerato il suo capolavoro: le “Allegorie del Buono e del Cattivo Governo”.

Del 1342 é la “Presentazione al Tempio” per l’altare di San Crescenzio nella Cattedrale di Siena [oggi agli Uffizi]; del 1343, invece, sono i dipinti di facciata e la tavola d’altare di San Pietro in Castelvecchio.

Al 1344 risalgono “La Cosmografia” del Palazzo Pubblico di Siena e “L’Annunciazione” destinata all’Ufficio della Gabella della medesima città [oggi alla Pinacoteca Nazionale di Siena].

In esso, a grandi lettere, si legge la frase latina “Ambrosius Laurentii de Senis hic pinxit utrinque” (Ambrogio di Lorenzo da Siena qui dipinse da ambo i lati).

Altre, ma non troppe, sono le sue opere minori (alcune anche nell’amiatino).

Ambrogio Lorenzetti muore a Siena – di peste – nel 1348, proprio come il fratello Pietro.

Galgano PAGLIARESI (o Pagliarecci) nacque tra la fine Duecento e gli inizi del Trecento, da una famiglia magnatizia senese di tradizione ghibellina.

Domenicano, già Prefetto della Provincia romana dell’Ordine, fu Vescovo di Populonia e Massa dal 1332 (o 1333) al 1348, succedendo a Giovanni V [durante il mandato del quale Massa andò a battere moneta propria].

Uomo di probi costumi e singolare dottrina, fu autore di numerose prediche: fu tenuto in grande considerazione dal Comune di Siena che richiese più volte i suoi consigli.

La pressoché totale dispersione dell’archivio vescovile di Massa Marittima, purtroppo, non consente una ricostruzione adeguata attività di Pagliaresi.

E’ certo – comunque – che fu testimone della sottomissione di Massa a Siena.

Ciò dopo la breve signoria dell’Arcivescovo fiorentino Francesco Silvestri [originario di Cingoli nelle Marche, si trasferì a Firenze nel 1323 ove morì nel 1341]; fu lui a disporre la riesumazione dele spoglie di San Zanobi dalla Chiesa di Santa Reparata, in via di demolizione per fare spazio alla nuova Cattedrale di Santa Maria del Fiore (la sua tomba, riscoperta durante gli scavi del 1971-1972, si trovava in quell’antica struttura).

A seguito della sottomissione di Massa a Siena, egli dovette cedere a quest’ultima il Castello di Monteregio (che poi divenne parte della c.d. Fortezza Senese), trasferendo la propria residenza nella piazza della Cattedrale, entro la Palazzina dei Conti di Biserno: il nuovo episcopio fu poi ampliato annettendo ad esso la retrostante Palazzina della Zecca, successivamente acquistata dai Conti di Sassetta della famiglia Gherardesca – per 35 fiorini d’oro – dal Vescovo Niccolò Beruto († 1394-1404) .

Al pari dei suoi immediati predecessori, proseguì con le alienazioni dei castelli dell’antica signoria vescovile, confermando la vendita del castello di Tricasi alla famiglia fiorentina dei Capponi.

Il 2 febbraio del 1339, insieme al Vescovo di Siena Donusdeo Malavolti [o Malevotti, già Vescovo di Massa nel 1302], benedì la prima pietra della fabbrica per la costruzione del “Duomo Nuovo”.

VITA D’AMBRUOGIO LORENZETTI
PITTOR SANESE

Se è grande, come è senza dubbio, l’obbligo che aver deono alla natura gl’artefici di bello ingegno, molto maggior doverebbe essere il nostro verso loro, veggendo ch’eglino con molta solecitudine riempiono le città d’onorate fabriche e d’utili e vaghi componimenti di storie, arrecando a se medesimi il più delle volte fama e ricchezze con l’opere loro, come fece Ambruogio Lorenzetti pittor sanese, il quale ebbe bella e molta invenzione nel comporre consideratamente e situare in istoria le sue figure. Di che fa vera testimonianza in Siena ne’ frati Minori una storia da lui molto leggiadramente dipinta nel chiostro: dove è figurato in che maniera un giovane si fa frate, et in che modo egli et alcuni altri vanno al Soldano, e quivi sono battuti e sentenziati alle forche, et impiccati a un albero, e finalmente decapitati con la sopragiunta d’una spaventevole tempesta. Nella quale pittura con molt’altre e destrezza contrafece il rabbuffamento dell’aria e la furia della pioggia e de’ venti ne’ travagli delle figure; dalle quali i moderni maestri hanno imparato il modo et il principio di questa invenzione, per la quale, come inusitata innanzi, meritò egli comendazione infinita. Fu Ambruogio pratico coloritore a fresco, e nel maneggiar a tempera i colori gl’adoperò con destrezza e facilità grande, come si vede ancora nelle tavole finite da lui in Siena allo spedaletto che si chiama Monna Agnesa, nella quale dipinse e finì una storia con nuova e bella composizione. Et allo spedale grande nella facciata fece in fresco la natività di Nostra Donna, e quando la va fra le vergini al tempio; e ne’ frati di S. Agostino di detta città il capitolo, dove nella volta si veggionoigurati gl’Apostoli con carte in mano, ove è scritto quella parte del Credo che ciascheduno di loro fece; et a’ piè una istorietta contenente con la pittura quel medesimo, che è di sopra con la scrittura significato. Appresso, nella facciata maggiore sono tre storie di S. Caterina martire, quando disputa col tiranno in un tempio, e nel mezzo la Passione di Cristo con i ladroni in croce e le Marie da basso, che sostengono la Vergine Maria venutasi meno; le quali cose furono finite da lui con assai buona grazia e con bella maniera. Fece ancora nel palazzo della Signoria di Siena in una sala grande la guerra d’Asinalunga, e la pace appresso e gl’accidenti di quella; dove figurò una cosmografia perfetta, secondo que’ tempi: e nel medesimo palazzo fece otto storie di verde terra molto pulitamente. Dicesi che mandò ancora a Volterra una tavola a tempera che fu molto lodata in quella città; e a Massa, lavorando in compagnia d’altri una capella in fresco et una tavola a tempera, fece conoscere a coloro, quanto egli di giudizio e d’ingegno nell’arte della pittura valesse; et in Orvieto dipinse in fresco la cappella maggiore di S. Maria. Dopo quest’opere, capitando a Fiorenza, fece in S. Procolo una tavola et in una cappella le storie di S. Nicolò in figure piccole, per sodisfare a certi amici suoi, desiderosi di verder il modo dell’operar suo; et in sì breve tempo condusse, come pratico, questo lavoro, che gl’accrebbe nome e riputazione infinita. E questa opera, nella predella della quale fece il suo ritratto, fu causa che l’anno 1335 fu condotto a Cortona per ordine del vescovo degli Ubertini, allora Signore di quella città, dove lavorò nella chiesa di S. Margherita, poco inanzi stata fabricata ai frati di S. Francesco nella sommità del monte, alcune cose, e particolarmente la metà delle volte e le facciate, così bene che, ancora che oggi siano quasi consumate dal tempo, si vede ad ogni modo nelle figure affetti bellissimi, e si conosce che egli ne fu meritamente comendato. Finita quest’opera, se ne tornò Ambruogio a Siena, dove visse onoratamente il rimanente della sua vita, non solo per essere eccellente maestro nella pittura, ma ancora perché avendo dato opera nella sua giovanezza alle lettere, gli furono utile e dolce compagnia nella pittura, e di tanto ornamento in tutta la sua vita, che lo renderono non meno amabile e grato, che il mestiero della pittura si facesse. Laonde, non solo praticò sempre con letterati e virtuosi uomini, ma fu ancora con suo molto onore et utile adoperato ne’ maneggi della sua republica. Furono i costumi d’Ambruogio in tutte le parti lodevoli, e piuttosto di gentiluomo e di filosofo che di artefice; e, quello che più dimostra la prudenza degl’uomini, ebbe sempre l’animo disposto a contentarsi di quello che il mondo et il tempo recava, onde sopportò con animo moderato e quieto il bene et il male che gli venne dalla fortuna. E veramente non si può dire quanto i costumi gentili e la modestia con l’altre buone creanze siano onorata compagnia a tutte l’arti, ma particolarmente a quelle che dall’intelletto e da’ nobili et elevati ingegni procedono, onde doverebbe ciascuno rendersi non meno grato con i costumi, che con l’eccellenza dell’arte. Ambruogio, finalmente, nell’ultimo di sua vita fece con molta sua lode una tavola a Monte Oliveto di Chiusuri; e poco poi, d’anni 83, passò felicemente e cristianamente a miglior vita. Furono le opere sue nel milletrecentoquaranta. Come s’è detto, il ritratto di Ambruogio si vede di sua mano in S. Procolo nella predella della sua tavola con un capuccio in capo. E quanto valesse nel disegno si vede nel nostro libro, dove sono alcune cose di sua mano, assai buone.

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Come risulta dalle fonti documentarie, Agnolo di Ventura ebbe un ruolo di primo piano nella costruzione della fortezza di Massa Marittima effettuata per conto del Comune di Siena.

Apartire dalla prima metà del Duecento, Massa si era orientata sempre più verso un’alleanza con Siena che si fece garante nelle liti tra il Comune, gli Aldobrandeschi e i Pannocchieschi.

Nel 1274, fu istituito un patto di alleanza, rafforzato nel 1307 e conclusosi nel 1335, che segnò la devinitiva sottomissione politica di Massa alla Repubblica Senese.

L’interesse di Siena verso la città maremmana era dovuto principalmente alla ricchezza del distretto minerario che faceva capo ad essa.

Nel 1336, le autorità senesi acquisirono il castello vescovile di Montreregio e promossero la costruzione di un cassero (ovvero una fortificazione inglobata nella cinta muraria).

Sul ripiano tra la città Vecchia e la Città Nuova, i massetani avevano eretto la Torre del Candeliere [o Candelliere], simbolo del potere civico in contrapposizione a quello dei Vescovi.

La costruzione della Torre – recita un’iscrizione in essa – risale al 1228 quando era Podestà il pisano Tedice Malabarba.

Sull’angolo a destra si legge un’altra iscrizione, mutila, sotto la quale sono rappresentati due teste umane e, tra di esse, un pesce ed il collo di un’oca; variamente interpretata, essa si riferisce (secondo il Petrocchi) ai rappresentanti della giustizia cittadina.

A pianta quadrata, formata da grossi conci di pietra disposti a filetto, la Torre fu collegata mediante un ardito arco alla fortezza costruita dai senesi nel 1337.

Dopo la conquista senese, infatti, anche per assoggettare definitivamente i Massetani ribelli, i Senesi acquisirono il Castello e le sue adiacenze dal vescovo Galgano Pagliericci, in cambio del pagamento di un censo annuo, per erigervi una fortezza assunta a simbolo di sovranità sulla Maremma e per opporre una valida difesa contro le repubbliche rivali di Pisa e Firenze nonché, in caso di rivolta, contro gli stessi Massetani.

Con ogni probabilità, i lavori iniziarono nel 1337: il doppio recinto di mura in travertino ha un’ampiezza massima di 42 metri fino quasi a combaciare in corrispondenza della Porta alla Silici, dove la distanza tra le due cortine muratie è di appena quindici metri.

Queste mura circondarono anche il castello di Monteregio il quale, attestato fin dagli inizi del XII secolo come residenza vescovile, nel corso dei secoli, fu oggetto di svariati interventi, fino ad essere definitivamente trasformato, nel 1744, per iniziativa del granduca Francesco III dei Medici, ed adibito ad ospedale.

La realizzazione della fortezza produsse, di conseguenza, la netta separazione tra la città vecchia e la città nuova, collegate soltanto attraverso la Porta delle Silici.

Al di sopra dell’arco di questa porta è murata, infatti, un’iscrizione che riferisce della costruzione della fortezza avvenuta nel 1337; al di sopra di questa, lo stemma di Niccolò Spannocchi e la data “1524-25” ad indicare, probabilmente, i lavori di restauro effettuati in quegli anni; nparete sinistra di questa stessa porta si vede anche una porta murata che permetteva l’accesso alla torre senese.

Le mura, costruite con grossi blocchi squadrati in travertino e munite di torri quadrangolari come quella detta dei “senesi” presso la porta delle Silici, presentano un coronamento ad archetti guelfi (beccatelli) su entrambi i lati.

All’interno della piazza fu costruita una cisterna per l’approvvigionamento idrico della guarnigione ed una larga galleria che, pare, mettesse in comunicazione con la città vecchia, forse fino alle fonti dell’Abbondanza.

L’antica torre massetana del Candeliere fu unita al cassero senese mediante un ardito arco di collegamento, elemento quest’ultimo di grande originalità, che non trova paragoni in altre fortini cazioni dell’epoca.

I lavori furono condotti dai maestri senesi, i cui nomi compaiono nei documenti fin dal 1335, tra i quali Piero di Gregorio e soprattutto il più noto Agnolo di Ventura che viene qualifi cato come “maestro operaio per fortificare le fortezze di Massa” e al quale si deve probabilmente l’ideazione dell’intero complesso delle fortifi fazioni.

Di queste, oggi restano le cortine murarie mentre sono andate perdute le strutture all’interno della fortezza e delle quali posiamo avere un’idea attraverso le fonti iconografi che tra le quali alcuni disegni contenuti in un manoscritto del 1664 conservato nella Biblioteca di Arezzo.

Sull’area del castello di Monteregio si trovavano i Quartieri per il Capitano adiacenti la chiesa, la cisterna, il pozzo ed un’alta torre detta “il fuso”, recintato e con rivellino, mentre nella parte in piano della Lizza si trovavano i quartieri dei soldati e la strada sotterranea che portava alla città vecchia.

Queste strutture vennero probabilmente smantellate dopo la guerra di Siena ed infatti Bartolomeo Gherardini, nel 1676, fornisce una descrizione desolante del luogo.

Come già ricordato, anche il Castello di Monteregio andò completamente distrutto nel 1744 per fare posto all’Ospedale di Sant’Andrea costruito per volontà del Granduca Francesco III di Lorena (in sostituzione di due antichi ospedali posti nella città vecchia presso la Porta di Bufalona il primo e la Porta al Salnitro il secondo) e nuovamente ampliato nel 1845 da Leopoldo II.

Esso cessò di funzionare parzialmente nel 1895 quando il secondo piano fu destinato a “Ricovero di Mendicità” e totalmente abbandonato nella seconda metà del Novecento. Vasari afferma che Agostino e Agnolo sarebbero tornati a Siena l’anno 1338 dove “fu fatta con ordine e disegno loro la chiesa nuova di Santa Maria, appresso al Duomo Vecchio verso Piazza Manetti” ma il disegno del Duomo Nuovo si deve invece a Maestro Lando di Pietro, orafo ed architetto senese di bellissima fama. La chiesa fu cominciata nel 1339.

L’anno dopo, morto Lando, fu chiamato il maestro Giovanni di Agostino e fu proprio il padre Agostino in qualità di capo della bottega familiare a concedere il permesso ed il consiglio per la nomina del figlio a capomastro dell’opera del Duomo.

Questo evento fu di grande importanza per l’ascesa della bottega familiare e dei suoi componenti ma dimostra anche come nel un breve lasso di tempo, tra il 1335 ed il 1339, la fama di Giovanni aveva oltrepassato quella del padre.

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