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arca di San Cerbone - Goro di Gregorio (1324)

 

L’Arca di San Cerbone fu commissionata da tal Peruccio – membro dell’Opera della Cattedrale di Massa Marittima (lo stesso che nel 1316 si era fatto carico di giungere al compimento della Maestà di Duccio di Buoninsegna destinata all’Altare Maggiore) – e fu terminata nel 1324, come informa l’iscrizione in lettere capitali che corre al di sotto dei rilievi figurati.


ANNO D(OMI)NI MCCCXXIIII I(N)DI(C)T(IONE) VII MAGIST(ER)
PERUCI(US) OP(ER)ARI(US) EC(C)L(ESIA)E
FECIT FI(ERI) H(OC) OPUS MAG(IST)RO GORO GREGORII DE SENIS.


Trattasi di un VERO E PROPRIO CAPOLAVORO della scultura gotica senese, come pochi altri – del genere – sono giunti a noi.

Come attestano il verbale del 4 giugno 1600 circa la ricomposizione delle reliquie di san Cerbone nel monumento marmoreo (dopo il loro rinvenimento il 26 giugno 1599) e una “relatione” in volgare relativa al medesimo evento, l’Arca fu collocata sotto la mensa dell’Altare Maggiore negli ultimi anni del Cinquecento.

In seguito, fu inglobata nel nuovo altare costruito tra il 1623 e il 1626 da Flaminio Del Turco; in origine, però, probabilmente, doveva essere sorretta da colonnine marmoree (forse tra quelle reimpiegate da Del Turco come sostegno della mensa eucaristica).

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Galgano PAGLIARESI (o Pagliarecci) nacque tra la fine Duecento e gli inizi del Trecento, da una famiglia magnatizia senese di tradizione ghibellina.

Domenicano, già Prefetto della Provincia romana dell’Ordine, fu Vescovo di Populonia e Massa dal 1332 (o 1333) al 1348, succedendo a Giovanni V [durante il mandato del quale Massa andò a battere moneta propria].

Uomo di probi costumi e singolare dottrina, fu autore di numerose prediche: fu tenuto in grande considerazione dal Comune di Siena che richiese più volte i suoi consigli.

La pressoché totale dispersione dell’archivio vescovile di Massa Marittima, purtroppo, non consente una ricostruzione adeguata attività di Pagliaresi.

E’ certo – comunque – che fu testimone della sottomissione di Massa a Siena.

Ciò dopo la breve signoria dell’Arcivescovo fiorentino Francesco Silvestri [originario di Cingoli nelle Marche, si trasferì a Firenze nel 1323 ove morì nel 1341]; fu lui a disporre la riesumazione dele spoglie di San Zanobi dalla Chiesa di Santa Reparata, in via di demolizione per fare spazio alla nuova Cattedrale di Santa Maria del Fiore (la sua tomba, riscoperta durante gli scavi del 1971-1972, si trovava in quell’antica struttura).

A seguito della sottomissione di Massa a Siena, egli dovette cedere a quest’ultima il Castello di Monteregio (che poi divenne parte della c.d. Fortezza Senese), trasferendo la propria residenza nella piazza della Cattedrale, entro la Palazzina dei Conti di Biserno: il nuovo episcopio fu poi ampliato annettendo ad esso la retrostante Palazzina della Zecca, successivamente acquistata dai Conti di Sassetta della famiglia Gherardesca – per 35 fiorini d’oro – dal Vescovo Niccolò Beruto († 1394-1404) .

Al pari dei suoi immediati predecessori, proseguì con le alienazioni dei castelli dell’antica signoria vescovile, confermando la vendita del castello di Tricasi alla famiglia fiorentina dei Capponi.

Il 2 febbraio del 1339, insieme al Vescovo di Siena Donusdeo Malavolti [o Malevotti, già Vescovo di Massa nel 1302], benedì la prima pietra della fabbrica per la costruzione del “Duomo Nuovo”.

VITA D’AMBRUOGIO LORENZETTI
PITTOR SANESE

Se è grande, come è senza dubbio, l’obbligo che aver deono alla natura gl’artefici di bello ingegno, molto maggior doverebbe essere il nostro verso loro, veggendo ch’eglino con molta solecitudine riempiono le città d’onorate fabriche e d’utili e vaghi componimenti di storie, arrecando a se medesimi il più delle volte fama e ricchezze con l’opere loro, come fece Ambruogio Lorenzetti pittor sanese, il quale ebbe bella e molta invenzione nel comporre consideratamente e situare in istoria le sue figure. Di che fa vera testimonianza in Siena ne’ frati Minori una storia da lui molto leggiadramente dipinta nel chiostro: dove è figurato in che maniera un giovane si fa frate, et in che modo egli et alcuni altri vanno al Soldano, e quivi sono battuti e sentenziati alle forche, et impiccati a un albero, e finalmente decapitati con la sopragiunta d’una spaventevole tempesta. Nella quale pittura con molt’altre e destrezza contrafece il rabbuffamento dell’aria e la furia della pioggia e de’ venti ne’ travagli delle figure; dalle quali i moderni maestri hanno imparato il modo et il principio di questa invenzione, per la quale, come inusitata innanzi, meritò egli comendazione infinita. Fu Ambruogio pratico coloritore a fresco, e nel maneggiar a tempera i colori gl’adoperò con destrezza e facilità grande, come si vede ancora nelle tavole finite da lui in Siena allo spedaletto che si chiama Monna Agnesa, nella quale dipinse e finì una storia con nuova e bella composizione. Et allo spedale grande nella facciata fece in fresco la natività di Nostra Donna, e quando la va fra le vergini al tempio; e ne’ frati di S. Agostino di detta città il capitolo, dove nella volta si veggionoigurati gl’Apostoli con carte in mano, ove è scritto quella parte del Credo che ciascheduno di loro fece; et a’ piè una istorietta contenente con la pittura quel medesimo, che è di sopra con la scrittura significato. Appresso, nella facciata maggiore sono tre storie di S. Caterina martire, quando disputa col tiranno in un tempio, e nel mezzo la Passione di Cristo con i ladroni in croce e le Marie da basso, che sostengono la Vergine Maria venutasi meno; le quali cose furono finite da lui con assai buona grazia e con bella maniera. Fece ancora nel palazzo della Signoria di Siena in una sala grande la guerra d’Asinalunga, e la pace appresso e gl’accidenti di quella; dove figurò una cosmografia perfetta, secondo que’ tempi: e nel medesimo palazzo fece otto storie di verde terra molto pulitamente. Dicesi che mandò ancora a Volterra una tavola a tempera che fu molto lodata in quella città; e a Massa, lavorando in compagnia d’altri una capella in fresco et una tavola a tempera, fece conoscere a coloro, quanto egli di giudizio e d’ingegno nell’arte della pittura valesse; et in Orvieto dipinse in fresco la cappella maggiore di S. Maria. Dopo quest’opere, capitando a Fiorenza, fece in S. Procolo una tavola et in una cappella le storie di S. Nicolò in figure piccole, per sodisfare a certi amici suoi, desiderosi di verder il modo dell’operar suo; et in sì breve tempo condusse, come pratico, questo lavoro, che gl’accrebbe nome e riputazione infinita. E questa opera, nella predella della quale fece il suo ritratto, fu causa che l’anno 1335 fu condotto a Cortona per ordine del vescovo degli Ubertini, allora Signore di quella città, dove lavorò nella chiesa di S. Margherita, poco inanzi stata fabricata ai frati di S. Francesco nella sommità del monte, alcune cose, e particolarmente la metà delle volte e le facciate, così bene che, ancora che oggi siano quasi consumate dal tempo, si vede ad ogni modo nelle figure affetti bellissimi, e si conosce che egli ne fu meritamente comendato. Finita quest’opera, se ne tornò Ambruogio a Siena, dove visse onoratamente il rimanente della sua vita, non solo per essere eccellente maestro nella pittura, ma ancora perché avendo dato opera nella sua giovanezza alle lettere, gli furono utile e dolce compagnia nella pittura, e di tanto ornamento in tutta la sua vita, che lo renderono non meno amabile e grato, che il mestiero della pittura si facesse. Laonde, non solo praticò sempre con letterati e virtuosi uomini, ma fu ancora con suo molto onore et utile adoperato ne’ maneggi della sua republica. Furono i costumi d’Ambruogio in tutte le parti lodevoli, e piuttosto di gentiluomo e di filosofo che di artefice; e, quello che più dimostra la prudenza degl’uomini, ebbe sempre l’animo disposto a contentarsi di quello che il mondo et il tempo recava, onde sopportò con animo moderato e quieto il bene et il male che gli venne dalla fortuna. E veramente non si può dire quanto i costumi gentili e la modestia con l’altre buone creanze siano onorata compagnia a tutte l’arti, ma particolarmente a quelle che dall’intelletto e da’ nobili et elevati ingegni procedono, onde doverebbe ciascuno rendersi non meno grato con i costumi, che con l’eccellenza dell’arte. Ambruogio, finalmente, nell’ultimo di sua vita fece con molta sua lode una tavola a Monte Oliveto di Chiusuri; e poco poi, d’anni 83, passò felicemente e cristianamente a miglior vita. Furono le opere sue nel milletrecentoquaranta. Come s’è detto, il ritratto di Ambruogio si vede di sua mano in S. Procolo nella predella della sua tavola con un capuccio in capo. E quanto valesse nel disegno si vede nel nostro libro, dove sono alcune cose di sua mano, assai buone.

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Come risulta dalle fonti documentarie, Agnolo di Ventura ebbe un ruolo di primo piano nella costruzione della fortezza di Massa Marittima effettuata per conto del Comune di Siena.

Apartire dalla prima metà del Duecento, Massa si era orientata sempre più verso un’alleanza con Siena che si fece garante nelle liti tra il Comune, gli Aldobrandeschi e i Pannocchieschi.

Nel 1274, fu istituito un patto di alleanza, rafforzato nel 1307 e conclusosi nel 1335, che segnò la devinitiva sottomissione politica di Massa alla Repubblica Senese.

L’interesse di Siena verso la città maremmana era dovuto principalmente alla ricchezza del distretto minerario che faceva capo ad essa.

Nel 1336, le autorità senesi acquisirono il castello vescovile di Montreregio e promossero la costruzione di un cassero (ovvero una fortificazione inglobata nella cinta muraria).

Sul ripiano tra la città Vecchia e la Città Nuova, i massetani avevano eretto la Torre del Candeliere [o Candelliere], simbolo del potere civico in contrapposizione a quello dei Vescovi.

La costruzione della Torre – recita un’iscrizione in essa – risale al 1228 quando era Podestà il pisano Tedice Malabarba.

Sull’angolo a destra si legge un’altra iscrizione, mutila, sotto la quale sono rappresentati due teste umane e, tra di esse, un pesce ed il collo di un’oca; variamente interpretata, essa si riferisce (secondo il Petrocchi) ai rappresentanti della giustizia cittadina.

A pianta quadrata, formata da grossi conci di pietra disposti a filetto, la Torre fu collegata mediante un ardito arco alla fortezza costruita dai senesi nel 1337.

Dopo la conquista senese, infatti, anche per assoggettare definitivamente i Massetani ribelli, i Senesi acquisirono il Castello e le sue adiacenze dal vescovo Galgano Pagliericci, in cambio del pagamento di un censo annuo, per erigervi una fortezza assunta a simbolo di sovranità sulla Maremma e per opporre una valida difesa contro le repubbliche rivali di Pisa e Firenze nonché, in caso di rivolta, contro gli stessi Massetani.

Con ogni probabilità, i lavori iniziarono nel 1337: il doppio recinto di mura in travertino ha un’ampiezza massima di 42 metri fino quasi a combaciare in corrispondenza della Porta alla Silici, dove la distanza tra le due cortine muratie è di appena quindici metri.

Queste mura circondarono anche il castello di Monteregio il quale, attestato fin dagli inizi del XII secolo come residenza vescovile, nel corso dei secoli, fu oggetto di svariati interventi, fino ad essere definitivamente trasformato, nel 1744, per iniziativa del granduca Francesco III dei Medici, ed adibito ad ospedale.

La realizzazione della fortezza produsse, di conseguenza, la netta separazione tra la città vecchia e la città nuova, collegate soltanto attraverso la Porta delle Silici.

Al di sopra dell’arco di questa porta è murata, infatti, un’iscrizione che riferisce della costruzione della fortezza avvenuta nel 1337; al di sopra di questa, lo stemma di Niccolò Spannocchi e la data “1524-25” ad indicare, probabilmente, i lavori di restauro effettuati in quegli anni; nparete sinistra di questa stessa porta si vede anche una porta murata che permetteva l’accesso alla torre senese.

Le mura, costruite con grossi blocchi squadrati in travertino e munite di torri quadrangolari come quella detta dei “senesi” presso la porta delle Silici, presentano un coronamento ad archetti guelfi (beccatelli) su entrambi i lati.

All’interno della piazza fu costruita una cisterna per l’approvvigionamento idrico della guarnigione ed una larga galleria che, pare, mettesse in comunicazione con la città vecchia, forse fino alle fonti dell’Abbondanza.

L’antica torre massetana del Candeliere fu unita al cassero senese mediante un ardito arco di collegamento, elemento quest’ultimo di grande originalità, che non trova paragoni in altre fortini cazioni dell’epoca.

I lavori furono condotti dai maestri senesi, i cui nomi compaiono nei documenti fin dal 1335, tra i quali Piero di Gregorio e soprattutto il più noto Agnolo di Ventura che viene qualifi cato come “maestro operaio per fortificare le fortezze di Massa” e al quale si deve probabilmente l’ideazione dell’intero complesso delle fortifi fazioni.

Di queste, oggi restano le cortine murarie mentre sono andate perdute le strutture all’interno della fortezza e delle quali posiamo avere un’idea attraverso le fonti iconografi che tra le quali alcuni disegni contenuti in un manoscritto del 1664 conservato nella Biblioteca di Arezzo.

Sull’area del castello di Monteregio si trovavano i Quartieri per il Capitano adiacenti la chiesa, la cisterna, il pozzo ed un’alta torre detta “il fuso”, recintato e con rivellino, mentre nella parte in piano della Lizza si trovavano i quartieri dei soldati e la strada sotterranea che portava alla città vecchia.

Queste strutture vennero probabilmente smantellate dopo la guerra di Siena ed infatti Bartolomeo Gherardini, nel 1676, fornisce una descrizione desolante del luogo.

Come già ricordato, anche il Castello di Monteregio andò completamente distrutto nel 1744 per fare posto all’Ospedale di Sant’Andrea costruito per volontà del Granduca Francesco III di Lorena (in sostituzione di due antichi ospedali posti nella città vecchia presso la Porta di Bufalona il primo e la Porta al Salnitro il secondo) e nuovamente ampliato nel 1845 da Leopoldo II.

Esso cessò di funzionare parzialmente nel 1895 quando il secondo piano fu destinato a “Ricovero di Mendicità” e totalmente abbandonato nella seconda metà del Novecento. Vasari afferma che Agostino e Agnolo sarebbero tornati a Siena l’anno 1338 dove “fu fatta con ordine e disegno loro la chiesa nuova di Santa Maria, appresso al Duomo Vecchio verso Piazza Manetti” ma il disegno del Duomo Nuovo si deve invece a Maestro Lando di Pietro, orafo ed architetto senese di bellissima fama. La chiesa fu cominciata nel 1339.

L’anno dopo, morto Lando, fu chiamato il maestro Giovanni di Agostino e fu proprio il padre Agostino in qualità di capo della bottega familiare a concedere il permesso ed il consiglio per la nomina del figlio a capomastro dell’opera del Duomo.

Questo evento fu di grande importanza per l’ascesa della bottega familiare e dei suoi componenti ma dimostra anche come nel un breve lasso di tempo, tra il 1335 ed il 1339, la fama di Giovanni aveva oltrepassato quella del padre.

tramontofoto di Giovanni Cagnetta

Il suolo pubblico entro il perimetro urbano sottoposto a tutela DEVE – e non PUO’ – essere allestito previo ottenimento della prescritta autorizzazione ministeriale ex art.21 del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio.

Con Decreto del Ministero per i Beni e le Attività Culturali del 24.11.1999, il Centro Storico di Massa Marittima è stato dichiarato di notevole interesse pubblico e, di conseguenza, è gravato dal Vincolo Paesaggistico [Codice Ministeriale 95014, Codice Regionale 9053324].

Pur tuttavia, apprestandosi a compiere un qualsiasi intervento – edilizio o meno – che incida stabilmente sull’aspetto esteriore della proprietà pubblica entro l’ambito tutelato, è doveroso procedere nel disposto di cui alla Parte II del Codice Urbani e non di quello di cui alla Parte III.

L’art.10, comma 4, lettera g) del DLGS 22 Gennaio 2004, n.42, infatti, non lascia spazio alle interpretazioni e sancisce chiaramente che anche “le pubbliche piazze, le vie, le strade e gli altri spazi aperti urbani di interesse artistico o storico sono BENI CULTURALI”.

Non a caso, con la c.d. “vestizione” del Vincolo, si è preso a riferimento NON SOLO quanto indicato alla Lettera c) dell’art.136 del Codice MA ANCHE quanto indicato alla Lettera d) [così come modificate – rispettivamente – dall’art.6, comma 1, DLGS 157/2006, poi dall’art.2, comma 1, lettera f), n.2), DLGS 63/2008 e dall’art.2, comma 1, lettera f), n.3), DLGS 63/2008].

Il Legislatore, infatti, più che giustamente, ha inteso assimilare taluni particolari ambiti urbani di pregio – nella loro integrale complessità – ai monumenti stessi che li descrivono e ne qualificano i caratteri urbanistico-architettonici.

E, in termini pratici, ha voluto che il parere espresso al riguardo fosse NON SOLO OBBLIGATORIO MA ANCHE VINCOLANTE (diversamente da quello reso per i Beni Paesaggistici).

Giova ricordare che, sebbene sempre e comunque rilasciato per il tramite della Soprintendenza, il parere sugli interventi riguardanti i BENI CULTURALI è competenza del Ministero mentre quello sugli interventi riguardanti i BENI PAESAGGISTICI è competenza della Regione.

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