Archivi per la categoria ‘Massa fantastica’

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FONTE ABB

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NELL’IMMAGINE SOTTO, OTTO “TORSELLI” DELLE MONETE TARDOMEDIEVALI CONIATE DALLA ZECCA DI MASSA TRA IL 1317 E IL 1319 [tutti di proprietà del Museo Civico di Siena].

IL 4°, DA SX IN ALTO, E’ QUELLO DEL DENARO PICCOLO [molto rovinato, ma l’unico], CONSERVATO PRESSO IL MUSEO ARCHEOLOGICO DI MASSA.

IL 3°, DA SX IN BASSO, E’ QUELLO DEL GROSSO DA 20 DENARI, CONSERVATO PRESSO IL MUSEO ARCHEOLOGICO DI MASSA.

GLI ALTRI SEI, TUTTI DEL GROSSO, SI TROVANO PRESSO IL MUSEO CIVICO DI SIENA.

OLTRE A QUESTI, ESISTONO SOLAMENTE ALTRI DUE ESEMPLARI, SEMPRE DEL GROSSO: UN CONIO DI MARTELLO E UN CONIO DI INCUDINE [anche questo l’unico], CONSERVATI PRESSO LA PINACOTECA DI VOLTERRA.

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8 TORSELLI 1200clicka per ingrandire

Cupola Brunelleschi disegno 05

 

Nel 2017 ricorrono i 700 anni dalla coniazione delle monete battute dal Libero Comune di Massa di Maremma: il Denaro Piccolo (o Pìcciolo) e il Grosso da 20 denari.

La Zecca fu operativa solamente per poco più di due anni, dal 1317 al 1319, e aveva sede nella palazzina – allora di proprietà pubblica, poi appartenuta alla famiglia dei Conti Alberti di Monterotondo – che si apre sull’attuale Via Norma Parenti e che oggi, in parte, ospita la Sede della Società dei Terzieri.

Con la dominazione Senese su Massa [dal 1336], l’edificio divenne proprietà dei Conti di Sassetta (un ramo dell’importante famiglia Gherardesca) che ne fecero una propria prestigiosa residenza privata.

Questi ultimi, nel 1401, dovettero cedere alle pressioni della Curia che volle acquistare il fabbricato per ampliare il Palazzo Vescovile, trasferito forzosamente nell’adiacente Palazzina dei Conti di Biserno [che si affaccia sulla Piazza del Duomo] dopo che i Senesi ebbero preso possesso del Castello di Monteregio.

 

Una curiosità che mi fa impazzire… (!!!)

Ma dovevano trascorrere ancora 100 anni esatti [100 anni esatti…] prima che qualcuno si ponesse seriamente il problema di “voltare” la Cupola di Santa Maria del Fiore [iniziata nel 1294-1295 sulle vestigia di Santa Reparata], pur già eretta fino al tamburo ottagonale che avrebbe dovuto sostenerla…

Solo nel 1418, infatti, l’Opera del Duomo bandì il concorso pubblico per la sua costruzione a seguito del quale, pur senza vincitori “ufficiali”, si giunse ad affidarne l’incarico a Filippo Brunelleschi e Lorenzo Ghiberti.

E’ certo che Arnolfo di Cambio – architetto progettista del Duomo – avesse previsto di caratterizzare il suo edificio con una struttura assai diversa e più ampia del tradizionale tiburio delle Cattedrali dell’epoca: tuttavia, la Cupola avrebbe dovuto avere un aspetto ben più convenzionale di quello conferitole dal Brunelleschi.

La costruzione della Cupola ebbe inizio il 7 agosto 1420 e la struttura – alla base della lanterna – fu completata il 1º agosto 1436.

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Come risulta dalle fonti documentarie, Agnolo di Ventura ebbe un ruolo di primo piano nella costruzione della fortezza di Massa Marittima effettuata per conto del Comune di Siena.

Apartire dalla prima metà del Duecento, Massa si era orientata sempre più verso un’alleanza con Siena che si fece garante nelle liti tra il Comune, gli Aldobrandeschi e i Pannocchieschi.

Nel 1274, fu istituito un patto di alleanza, rafforzato nel 1307 e conclusosi nel 1335, che segnò la devinitiva sottomissione politica di Massa alla Repubblica Senese.

L’interesse di Siena verso la città maremmana era dovuto principalmente alla ricchezza del distretto minerario che faceva capo ad essa.

Nel 1336, le autorità senesi acquisirono il castello vescovile di Montreregio e promossero la costruzione di un cassero (ovvero una fortificazione inglobata nella cinta muraria).

Sul ripiano tra la città Vecchia e la Città Nuova, i massetani avevano eretto la Torre del Candeliere [o Candelliere], simbolo del potere civico in contrapposizione a quello dei Vescovi.

La costruzione della Torre – recita un’iscrizione in essa – risale al 1228 quando era Podestà il pisano Tedice Malabarba.

Sull’angolo a destra si legge un’altra iscrizione, mutila, sotto la quale sono rappresentati due teste umane e, tra di esse, un pesce ed il collo di un’oca; variamente interpretata, essa si riferisce (secondo il Petrocchi) ai rappresentanti della giustizia cittadina.

A pianta quadrata, formata da grossi conci di pietra disposti a filetto, la Torre fu collegata mediante un ardito arco alla fortezza costruita dai senesi nel 1337.

Dopo la conquista senese, infatti, anche per assoggettare definitivamente i Massetani ribelli, i Senesi acquisirono il Castello e le sue adiacenze dal vescovo Galgano Pagliericci, in cambio del pagamento di un censo annuo, per erigervi una fortezza assunta a simbolo di sovranità sulla Maremma e per opporre una valida difesa contro le repubbliche rivali di Pisa e Firenze nonché, in caso di rivolta, contro gli stessi Massetani.

Con ogni probabilità, i lavori iniziarono nel 1337: il doppio recinto di mura in travertino ha un’ampiezza massima di 42 metri fino quasi a combaciare in corrispondenza della Porta alla Silici, dove la distanza tra le due cortine muratie è di appena quindici metri.

Queste mura circondarono anche il castello di Monteregio il quale, attestato fin dagli inizi del XII secolo come residenza vescovile, nel corso dei secoli, fu oggetto di svariati interventi, fino ad essere definitivamente trasformato, nel 1744, per iniziativa del granduca Francesco III dei Medici, ed adibito ad ospedale.

La realizzazione della fortezza produsse, di conseguenza, la netta separazione tra la città vecchia e la città nuova, collegate soltanto attraverso la Porta delle Silici.

Al di sopra dell’arco di questa porta è murata, infatti, un’iscrizione che riferisce della costruzione della fortezza avvenuta nel 1337; al di sopra di questa, lo stemma di Niccolò Spannocchi e la data “1524-25” ad indicare, probabilmente, i lavori di restauro effettuati in quegli anni; nparete sinistra di questa stessa porta si vede anche una porta murata che permetteva l’accesso alla torre senese.

Le mura, costruite con grossi blocchi squadrati in travertino e munite di torri quadrangolari come quella detta dei “senesi” presso la porta delle Silici, presentano un coronamento ad archetti guelfi (beccatelli) su entrambi i lati.

All’interno della piazza fu costruita una cisterna per l’approvvigionamento idrico della guarnigione ed una larga galleria che, pare, mettesse in comunicazione con la città vecchia, forse fino alle fonti dell’Abbondanza.

L’antica torre massetana del Candeliere fu unita al cassero senese mediante un ardito arco di collegamento, elemento quest’ultimo di grande originalità, che non trova paragoni in altre fortini cazioni dell’epoca.

I lavori furono condotti dai maestri senesi, i cui nomi compaiono nei documenti fin dal 1335, tra i quali Piero di Gregorio e soprattutto il più noto Agnolo di Ventura che viene qualifi cato come “maestro operaio per fortificare le fortezze di Massa” e al quale si deve probabilmente l’ideazione dell’intero complesso delle fortifi fazioni.

Di queste, oggi restano le cortine murarie mentre sono andate perdute le strutture all’interno della fortezza e delle quali posiamo avere un’idea attraverso le fonti iconografi che tra le quali alcuni disegni contenuti in un manoscritto del 1664 conservato nella Biblioteca di Arezzo.

Sull’area del castello di Monteregio si trovavano i Quartieri per il Capitano adiacenti la chiesa, la cisterna, il pozzo ed un’alta torre detta “il fuso”, recintato e con rivellino, mentre nella parte in piano della Lizza si trovavano i quartieri dei soldati e la strada sotterranea che portava alla città vecchia.

Queste strutture vennero probabilmente smantellate dopo la guerra di Siena ed infatti Bartolomeo Gherardini, nel 1676, fornisce una descrizione desolante del luogo.

Come già ricordato, anche il Castello di Monteregio andò completamente distrutto nel 1744 per fare posto all’Ospedale di Sant’Andrea costruito per volontà del Granduca Francesco III di Lorena (in sostituzione di due antichi ospedali posti nella città vecchia presso la Porta di Bufalona il primo e la Porta al Salnitro il secondo) e nuovamente ampliato nel 1845 da Leopoldo II.

Esso cessò di funzionare parzialmente nel 1895 quando il secondo piano fu destinato a “Ricovero di Mendicità” e totalmente abbandonato nella seconda metà del Novecento. Vasari afferma che Agostino e Agnolo sarebbero tornati a Siena l’anno 1338 dove “fu fatta con ordine e disegno loro la chiesa nuova di Santa Maria, appresso al Duomo Vecchio verso Piazza Manetti” ma il disegno del Duomo Nuovo si deve invece a Maestro Lando di Pietro, orafo ed architetto senese di bellissima fama. La chiesa fu cominciata nel 1339.

L’anno dopo, morto Lando, fu chiamato il maestro Giovanni di Agostino e fu proprio il padre Agostino in qualità di capo della bottega familiare a concedere il permesso ed il consiglio per la nomina del figlio a capomastro dell’opera del Duomo.

Questo evento fu di grande importanza per l’ascesa della bottega familiare e dei suoi componenti ma dimostra anche come nel un breve lasso di tempo, tra il 1335 ed il 1339, la fama di Giovanni aveva oltrepassato quella del padre.

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CHIUNQUE AVESSE LA NOSTRA RICCHEZZA ARTISTICA
SAPREBBE VALORIZZARLA MEGLIO DI NOI

Ne è un esempio il prezioso dipinto tardomedievale
presso la Fonte dell’Abbondanza
 

AFF copiaAFFRESCO
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Nel 1999, presso la Fonte dell’Abbondanza in Massa Marittima, è stata rinvenuta una preziosa testimonianza pittorica risalente alla metà del Tredicesimo secolo.

Il Murale, comunemente detto “Albero della Fecondità”, è stato oggetto di approfonditi studi e sembra assurgere al ruolo di “unicum” nel pur vasto panorama artistico medioevale italiano.

Il Comune di Massa Marittima, di concerto con la Soprintendenza di Siena, ma in forme alquanto discutibili, ne ha promosso il restauro e dal 6 Agosto 2011, dopo lunghi anni, è tornato pubblicamente visibile.

Ma, poco dopo la fine del più recente intervento conservativo, esaminate doverosamente le risultanze di esso, giunsi alla conclusione che operazioni di restauro non erano state condotte nella maniera più opportuna.

Numerose porzioni del Murale, infatti, erano state ridipinte arbitrariamente, senza alcun rispetto dei caratteri artistici, tipologici e formali dell’Opera.

Ai miei occhi, l’autenticità del Murale risultava FORTEMENTE PREGIUDICATA da una campagna di restauro (parlo dell’aspetto integrativo) affrettata e irrispettosa

Diligentemente, dunque, intesi rappresentare le mie perplessità al Ministero competente.

La Soprintendenza, però, mesi dopo, ebbe a comunicarmi di aver effettuato i doverosi controlli sulle modalità di esecuzione dell’intervento e di avere anche promosso un sopralluogo da parte dell’Istituto Centrale di Restauro di Roma (dicesi eseguito il 15.02.2012).

Manco a dirlo, tutto risultava a posto, le operazioni erano state condotte correttamente, lo stato del Murale era buono e nulla ne aveva recato pregiudizio.

La questione fu liquidata con un laconico «Le operazioni di restauro eseguite sull’Albero della Fecondità risultano sostanzialmente corrette».

Peccato che tali controlli furono fatti SENZA MINIMAMENTE DARMENE CENNO così come SENZA AVERMI CHIESTO, preliminarmente, i doverosi chiarimenti nel merito delle mie rimostranze.

E, più che tutto, nonostante le reiterate richieste, SENZA PERMETTERMI DI ESPORRE LA MIA POSIZIONE E SENZA NEMMENO AVER ACQUISITO IL MATERIALE FOTOGRAFICO SU CUI SI FONDAVANO LE MIE RAGIONI (che mi richiesero solo successivamente all’essersi espressi).  

Ciò proprio quando [anche attraverso spot televisivi] si sbandierava la tanto decantata necessità che i Cittadini collaborassero con le Istituzioni.

Bene, io ho cercato di farlo ma NON ho avuto riscontro, se non risposte letteralmente umilianti, tese unicamente a travisare la realtà dei fatti e a negare l’evidenza.

Evidentemente, le Istituzioni accettano solo la collaborazione che ne esalta le gesta e rifuggono quella che mette in evidenza eventuali errori commessi.

Ora sto scrivendo un piccolo saggio, in parte dedicato anche all’Albero della Fecondità…

arca di San Cerbone - Goro di Gregorio (1324)

 

L’Arca di San Cerbone fu commissionata da tal Peruccio – membro dell’Opera della Cattedrale di Massa Marittima (lo stesso che nel 1316 si era fatto carico di giungere al compimento della Maestà di Duccio di Buoninsegna destinata all’Altare Maggiore) – e fu terminata nel 1324, come informa l’iscrizione in lettere capitali che corre al di sotto dei rilievi figurati.


ANNO D(OMI)NI MCCCXXIIII I(N)DI(C)T(IONE) VII MAGIST(ER)
PERUCI(US) OP(ER)ARI(US) EC(C)L(ESIA)E
FECIT FI(ERI) H(OC) OPUS MAG(IST)RO GORO GREGORII DE SENIS.


Trattasi di un VERO E PROPRIO CAPOLAVORO della scultura gotica senese, come pochi altri – del genere – sono giunti a noi.

Come attestano il verbale del 4 giugno 1600 circa la ricomposizione delle reliquie di san Cerbone nel monumento marmoreo (dopo il loro rinvenimento il 26 giugno 1599) e una “relatione” in volgare relativa al medesimo evento, l’Arca fu collocata sotto la mensa dell’Altare Maggiore negli ultimi anni del Cinquecento.

In seguito, fu inglobata nel nuovo altare costruito tra il 1623 e il 1626 da Flaminio Del Turco; in origine, però, probabilmente, doveva essere sorretta da colonnine marmoree (forse tra quelle reimpiegate da Del Turco come sostegno della mensa eucaristica).

tratto da “La Nazione” del 23.02.2015

museoorgani23022015clicka per ingrandire

tramontofoto di Giovanni Cagnetta

Galgano PAGLIARESI (fu Leonardo) nacque tra la fine Duecento e gli inizi del Trecento, da una famiglia magnatizia senese di tradizione ghibellina.

Domenicano, già Prefetto della Provincia romana dell’Ordine, fu nominato Vescovo di Populonia e Massa dal 1332 (o 1333) al 1348, succedendo a Giovanni V [durante il mandato del quale Massa andò a battere moneta propria].

Uomo di probi costumi e singolare dottrina, fu autore di numerose prediche: fu tenuto in grande considerazione dal Comune di Siena che richiese più volte i suoi consigli.

La pressoché totale dispersione dell’archivio vescovile di Massa Marittima, purtroppo, non consente una ricostruzione adeguata attività di Pagliaresi.

E’ certo – comunque – che fu testimone della sottomissione di Massa a Siena.

Ciò dopo la breve signoria dell’Arcivescovo fiorentino Francesco Silvestri [originario di Cingoli nelle Marche, si trasferì a Firenze nel 1323 ove morì nel 1341]; fu lui a disporre la riesumazione dele spoglie di San Zanobi dalla Chiesa di Santa Reparata, in via di demolizione per fare spazio alla nuova Cattedrale di Santa Maria del Fiore (la sua tomba, riscoperta durante gli scavi del 1971-1972, si trovava in quell’antica struttura).

A seguito della sottomissione di Massa a Siena, egli dovette cedere a quest’ultima il Castello di Monteregio (che poi divenne parte della c.d. Fortezza Senese), trasferendo la propria residenza nella piazza della Cattedrale, entro la Palazzina dei Conti di Biserno: il nuovo episcopio fu poi ampliato annettendo ad esso la retrostante Palazzina della Zecca, successivamente acquistata dai Conti di Sassetta della famiglia Gherardesca – per 35 fiorini d’oro – dal Vescovo Niccolò Beruto († 1394-1404) .

Al pari dei suoi immediati predecessori, proseguì con le alienazioni dei castelli dell’antica signoria vescovile, confermando la vendita del castello di Tricasi alla famiglia fiorentina dei Capponi.

Il 2 febbraio del 1339, insieme al Vescovo di Siena Donusdeo Malavolti [o Malevotti, pare già Vescovo di Massa nel 1302], benedì la prima pietra della fabbrica per la costruzione del “Duomo nuovo”.

Il suolo pubblico entro il perimetro urbano sottoposto a tutela DEVE – e non PUO’ – essere allestito previo ottenimento della prescritta autorizzazione ministeriale ex art.21 del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio.

Con Decreto del Ministero per i Beni e le Attività Culturali del 24.11.1999, il Centro Storico di Massa Marittima è stato dichiarato di notevole interesse pubblico e, di conseguenza, è gravato dal Vincolo Paesaggistico [Codice Ministeriale 95014, Codice Regionale 9053324].

Pur tuttavia, apprestandosi a compiere un qualsiasi intervento – edilizio o meno – che incida stabilmente sull’aspetto esteriore della proprietà pubblica entro l’ambito tutelato, è doveroso procedere nel disposto di cui alla Parte II del Codice Urbani e non di quello di cui alla Parte III.

L’art.10, comma 4, lettera g) del DLGS 22 Gennaio 2004, n.42, infatti, non lascia spazio alle interpretazioni e sancisce chiaramente che anche “le pubbliche piazze, le vie, le strade e gli altri spazi aperti urbani di interesse artistico o storico sono BENI CULTURALI”.

Non a caso, con la c.d. “vestizione” del Vincolo, si è preso a riferimento NON SOLO quanto indicato alla Lettera c) dell’art.136 del Codice MA ANCHE quanto indicato alla Lettera d) [così come modificate – rispettivamente – dall’art.6, comma 1, DLGS 157/2006, poi dall’art.2, comma 1, lettera f), n.2), DLGS 63/2008 e dall’art.2, comma 1, lettera f), n.3), DLGS 63/2008].

Il Legislatore, infatti, più che giustamente, ha inteso assimilare taluni particolari ambiti urbani di pregio – nella loro integrale complessità – ai monumenti stessi che li descrivono e ne qualificano i caratteri urbanistico-architettonici.

E, in termini pratici, ha voluto che il parere espresso al riguardo fosse NON SOLO OBBLIGATORIO MA ANCHE VINCOLANTE (diversamente da quello reso per i Beni Paesaggistici).

Giova ricordare che, sebbene sempre e comunque rilasciato per il tramite della Soprintendenza, il parere sugli interventi riguardanti i BENI CULTURALI è competenza del Ministero mentre quello sugli interventi riguardanti i BENI PAESAGGISTICI è competenza della Regione.

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