Archivi per la categoria ‘iovotoNO’

 

14713694_10209729481748097_397955654791824167_n

 •

COMITATO PER IL NO – Massa Marittima

Seguici QUI

Tratto dal sito del “Comitato Nazionale per il No”. A cura di Alessandro Pace, professore emerito di Diritto Costituzionale all’Università di Roma, e Andrea Aurelio Di Todaro, avvocato in Roma.

 

1. IL CONTENUTO DELLA RIFORMA BOSCHI E’ COERENTE E OMOGENEO?

NO. La riforma Boschi ha un contenuto disomogeneo, in quanto modifica in più parti, diverse tra di loro, la Costituzione vigente. Non può pertanto essere considerata una “legge di revisione” come previsto dall’art. 138 della Costituzione, secondo il quale il quesito sottoposto all’elettore dovrebbe essere unico ed omogeneo. Avendo la riforma Boschi un contenuto disomogeneo, essa coercirà la libertà di voto degli elettori che hanno a loro disposizione solo un Sì e solo un NO.

 

2. QUALI SONO I FATTORI DI CRITICITA’ DELLA RIFORMA DERIVANTI DAL SUO ITER PARLAMENTARE?

La riforma Boschi è stata approvata dalla Camera e dal Senato nonostante che la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 1 del 2014, avesse dichiarato la legge lettorale c.d. Porcellum, sulla cui base la XVII legislatura era stata eletta. Per di più, la riforma consegue da un’iniziativa governativa e non da una’iniziativa parlmentare – come avrebbe dovuto essere – con il rischio, puntualmente avveratosi, di condizionarne l’approvazione alle scelte di indirizzo politico del Governo.

 

3. CI SONO ALTRI PROFILI DI CONTRASTO TRA LA RIFORMA E LA SENTENZA N. 1 DEL 2014 DELLA CORTE?

La riforma Boschi, nell’attribuire ai Consigli regionali, e non ai cittadini, il diritto di eleggere il Senato, viola la sovranità popolare, di cui “la volontà dei cittadini espressa attraverso il voto […] costituisce il principale strumento di manifestazione”, come affermato dalla Corte Costituzionale nella sentenza n. 1 del 2014. E la Consulta potrebbe dichiararne l’incostituzionalità perchè la norma violerebbe uno dei “principi supremi della Costituzione”, secondo quanto statuito nella sentenza n. 1146 del 1988.

 

4. PERCHE’ L’ELEZIONE DEL SENATO DOVREBBE ESSERE DIRETTA?

Come scrisse, proprio nel 1948, Carlo Esposito, uno dei massimi costituzionalisti italiani dello scorso secolo: “Il contenuto della democrazia non è che il popolo costituisca la fonte storica o ideale del potere, ma che abbia il potere; non già che esso abbia solo il potere costituente, ma che a lui spettino i poteri costituiti; e che non abbia la nuda sovranità (che praticamente non è niente) ma l’esercizio della sovranità (che praticamente è tutto)”.

 

5. MA DAI SOSTENITORI DELLA RIFORMA SI SOSTIENE CHE SI TRATTEREBBE DI UNA ELEZIONE “INDIRETTA”. NON HANNO RAGIONE?

NO. I sostenitori di questa tesi sbagliano platealmente. Leopoldo Elia, autorevolissimo costituzionalista spesso ricordato dallo stesso ex Presidente Napolitano, precisò, in maniera definitiva, che si ha elezione indiretta “in senso proprio” solo quando siano previsti a tal fine dei “grandi elettori”, come appunto accade in Francia dove il popolo elegge 150 mila “grandi elettori” che a loro volta eleggeranno 349 senatori. Affermare che il popolo italiano eleggerebbe indirettamente il Senato perché i Consigli regionali, eletti dal popolo, eleggerebbero a loro volta i senatori, è quindi una vera baggianata. E’ come dire che il popolo italiano elegge il Presidente della Repubblica perché il Presidente viene eletto da Camera e Senato, che sono eletti dal popolo. Si tratta di un’analogia superficiale e, come tale, giuridicamente improponibile.

 

6. LA RIFORMA ABOLISCE IL SENATO?

La riforma NON abolisce il Senato ed anzi ne ribadisce la funzione legislativa e quella di revisione costituzionale, ancorchè, non essendo stato eletto direttamente dal popolo, il Senato sarebbe privo della legittimazione democratica.

 

7. QUALI PERPLESSITà SUSCITA LA RIFORMA, A PROPOSITO DEL RUOLO DEI MEMBRI DEL “NUOVO” SENATO?

La riforma prevede che i senatori esercitino contemporaneamente anche le funzioni di consigliere regionale o di sindaco, senza considerare che l’importanza e l’onerosità (= il peso NDR) delle funzioni senatoriali (funzione legislativa ordinaria e costituzionale; raccordo tra lo Stato, le regioni e i Comuni, con l’UE; valutazione delle politiche pubbliche e dell’attività delle pubbliche amministrazioni; verifica dell’impatto delle politiche dell’UE sui territori ecc.) ne renderebbero aprioristicamente impossibile il puntuale espletamento.

 

8. PERCHE’ CRITICARE LA RIFORMA SE, COME SOSTENUTO DA ALCUNI SUOI FAUTORI, ESSA NON FA ALTRO CHE SEGUIRE L’ESEMPIO DEL SENATO STATUNITENSE?

Non lo ripropone affatto. E’ vero che negli USA il Senato è composto da 100 senatori, esattamente come nel “futuro” Senato della Repubblica Italiana. Tuttavia, negli USA i senatori sono eletti dai cittadini e ciascun senatore lavora a tempo pieno e gode per giunta della collaborazione di uno staff di circa 34 persone, tra consulenti e impiegati. Per contro i senatori italiani, dovendo svolgere anche le funzioni di consigliere regionale o sindaco, non avrebbero a disposizione non solo uno staff di quella importanza, il che è giustificabile, ma nemmeno il tempo necessario per assolvere tutte le funzioni connesse alle loro cariche.

 

9. E’ VERO CHE I FUTURI SENATORI NON PERCEPIRANNO ALCUN EMOLUMENTO E NON SARANNO PIù DEI “PRIVILEGIATI” RISPETTO AL RESTO DEI CITTADINI?

I futuri 100 senatori, in quanto sindaci o consiglieri regionali, non saranno compensati per le loro funzioni di senatore, ma avranno soltanto un “rimborso-spese”. Godranno dell’insidacabilità giudiziaria per i fatti posti in essere nell’esercizio delle proprie funzioni – il che è condivisibile – e, ancorchè senatori solo part time, godrebbero anche dell’immunità “personale” dagli arresti, perquisizioni personali e domiciliari, e dai sequestri della corrispondenza, col rischio – connesso all’abnorme numero dei consiglieri indagati o addirittura rinviati a giudizio – di trasformare il Senato in un refugium peccatorum.

 

10. LA RIFORMA ATTRIBUISCE POTERI LEGISLATIVI ALL’ESECUTIVO, CIOE’ AL GOVERNO?

La riforma amplia il potere d’iniziativa legislativa del Governo mediante la previsione di disegni di legge “attuativi del programma di governo”, da approvare, da parte della Camera dei deputati, entro 70 giorni dalla deliberazione d’urgenza dell’assemblea. Il che rischia di restringere ulteriormente gli spazi per l’iniziativa legislativa parlamentare – attualmente ridotti al solo 20 per cento – grazie a possibili capziose interpretazione estensive sia del concetto di “programma di governo”, sia del concetto di “attuazione del programma”.

noooooooooooooooooooooooooo


Entra
Commenti recenti
IL NOSTRO SPOT
Categorie
GRAZIE PER LA VISITA