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tratto da “La Nazione” del 25.03.2015

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Da “La Nazione” del 22.02.2014

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L’establishment spara (sui propri piedi) le ultime cartucce:
gli assalti della magistratura

Il finale di partita si avvicina e gli ultimi minuti scivolano via portandosi con sé anche regole, convenzioni ed etichette: il gioco si incattivisce, i falli diventano più marcati e la volontà di “aggiustare” il risultato sempre più palese. È uno spettacolo poco edificante, che indebolisce ulteriormente l’istituto della democrazia già piuttosto malconcio, ma non certo sorprendente: dopo la lunga e sanguinosa scia di attentati gestiti dalla DGSE che ha inaugurato con largo anticipo le presidenziali francesi (le prime a svolgersi in pieno stato d’emergenza dai tempi della guerra in Algeria) ed episodi sintomatici come l’omicidio della deputata Jo Cox, era scontato che l’establishment euro-atlantico desse fondo al suo arsenale in vista delle cruciali consultazioni del 2017.

Sta infatti per entrare nel vivo “l’anno della frattura”, con le legislative che si svolgeranno il 15 marzo in Olanda: se il Partito della Libertà di Geert Wilders dovesse affermarsi come prima forza politica, sarebbe l’inizio di quell’onda che, ingrossandosi elezione dopo elezione, sommergerà l’Europa, trascinando via con sél’euro e le istituzioni di Bruxelles. Di fronte a questa marea “populista”, l’oligarchia euro-atlantica, sempre più arroccata ed inquieta, spara le ultime cartucce: perso il controllo della politica con la scomparsa della fittizia dialettica tra socialisti e popolari e l’emergere del reale scontro tra “mondialisti” e “sovranisti”, persa la capacità di influenzare l’opinione pubblica con la completa esautorazione dei media, perso in sostanza il controllo della democrazia, non le resta che intervenire a gamba tesa nell’agone politico, azzoppando questo o quel candidato. Come? Ricorrendo al già rodato strumento delle inchieste giudiziarie, anche a costo di logorare definitivamente il potere giudiziario ed alimentare ancora di più lo sfaldamento delle istituzioni democratiche.

La spudoratezza con cui la magistratura sta intervenendo sulla scena politica in queste settimane è sintomo della crisi ormai irreversibile in cui versa il sistema: la giustizia ad orologeria è così maldestra e volgare che parlare di “complotti” è persino superfluo, come è ridicola quella stampa che tenta di negare l’evidenza (si veda, a questo proposito, l’editoriale di Lucia AnnunziataLa nemesi del complotto” pubblicato sull’Huffington Post il 4 marzo). Non solo però le manovre della magistratura non sortiscono gli effetti sperati, ma addirittura producono esiti opposti. Verrebbe allora da dire: lasciamoli fare! Lasciamo che sguinzaglino la magistratura in Francia come in Italia, perché così accelerano la loro fine: più i tribunali intervengono fallosamente nella campagna elettorale e maggiore sarà l’impeto dei populisti nelle urne.

L’effetto boomerang della giustizia a orologeria è evidente in Francia, dove la frenetica attività del circuito mediatico-giudiziario ha impresso nuovo slancio alla “populista” Marine Le Pen, sempre più vicina all’Eliseo proprio grazie alle schizofreniche manovre della magistratura.

Se l’iter democratico avesse seguito il suo corso naturale la vittoria del Front National non sarebbe stata facile: si prefigurava un ballottaggio tutto a destra dello schieramento politico, tra Marine Le Pen ed il candidato dei repubblicani, François Fillon. Si presentava però un problema: Fillon è considerato un“filorusso” ed il suo nome è emerso alle primarie contro ogni previsione ed auspicio, perché il candidato su cui puntava l’establishment era l’europeista e filo-atlantico Alain Juppé. Anziché lasciare che la campagna elettorale proceda sui suoi naturali binari, si sceglie così di azzoppare il candidato dei repubblicani. Parallelamente si lancia un terzo candidato, centrista e slegato dai vecchi partiti, con l’obiettivo di contrapporlo a Marine Le Pen al ballottaggio del 7 maggio: è l’ex-banchiere di Rothschild ed ex-pupillo di Jacques Attali, Emmanuel Macron, già ministro dell’Economia sotto la presidenza di Hollande.

Contro François Fillon si mette quindi in moto la solita macchina del fango: a gennaio il settimanale satirico“Le Canard Enchainé” accusa la moglie di aver usufruito per anni di un impiego fittizio al Parlamento e prontamente la procura di Parigi apre un’inchiesta per appropriazione indebita e abuso di ufficio, avviando le prime perquisizioni negli uffici dell’Assemblea nazionale. Fillon è sottoposto ad un violentissimo fuoco mediatico nella speranza che getti la spugna: fallito il primo assalto, ai primi di marzo la magistratura torna alla carica, spostando le perquisizioni dal Parlamento alla sua abitazione privata. Complice anche la diffusione di sondaggi sempre più neri3 e la defezione di un numero crescente di notabili del partito, si cerca di mettere il “filorusso” Fillon nell’angolo e reinsediare quel Juppé uscito sconfitto dalle primarie: solo con cui, assicurano i media di centro-destra, è possibile conquistare l’Eliseo. Fillon però non demorde: parla esplicitamente di “assassinio politico” e, per disinnescare le manovre di Palazzo, mobilita la propria base che invade il Trocadero il 5 marzo. “En appelant au rassemblement du Trocadéro, Fillon franchit la barrière qui le séparait du populisme” scrive scandalizzato Le Monde: Fillon ha imboccato la pericolosa strada del populismo, appellandosi direttamente al popolo contro la magistratura.

La necessità di defenestrare Fillon in piena campagna elettorale, quando mancano ormai meno di due mesi alle presidenziali, nasce quasi certamente dalla costatazione che il candidato centrista, l’ex-banchiere di Rothschild Emmanuel Macron, non dispone di quel vantaggio che i sondaggi gli attribuiscono ossessivamente: creato in laboratorio ed espressione degli stessi poteri finanziari che a suo tempo si raccolsero dietro Matteo Renzi, Macron non ha nessuna certezza di accedere al ballottaggio, nonostante la martellante campagna di media a suo favore e la complicità degli istituti demoscopici. Ne deriva quindi l’urgenza di segare le gambe a Fillon e di installare ai vertici del partito repubblicano un candidato su cui l’establishment possa fare pieno affidamento.

L’intera operazione mediatico-giudiziaria si profila però come un clamoroso autogol per il sistema: è vero infatti che anche il Front National è oggetto delle inchieste della magistratura francese per un’analoga vicenda di rimborsi fittizi al Parlamento di Strasburgo, ma non c’è alcun dubbio che sia proprio Marine Le Pen la principale beneficiaria delle faide che stanno dilaniando il centro-destra. Dimezzato dalle inchieste, abbandonato da buona parte del suo stesso partito, concentrato sulla difesa di se stesso anziché sul programma elettorale, sottoposto all’infamante convocazione dei giudici a poco più di un mese dal primo turno, François Fillon, se anche dovesse salvare la sua candidatura all’Eliseo, arriverebbe comunque esausto alle elezioni: peggio ancora sarebbe se fosse costretto a gettare la spugna ed il partito repubblicano ripiegasse su un “piano B” a poche settimane dal voto.

La strategia degli assalti giudiziari, che tante soddisfazioni ha regalato durante questi ultimi 70 anni di “democrazia liberale” (si pensi ad esempio a Tangentopoli ed all’eliminazione violenta della Prima Repubblica), rischia di costare così carissimo all’oligarchia euro-atlantica, a riprova di un sistema consunto e decrepito, ormai incapace di leggere la realtà: è la stessa élite che aveva puntato tutto su Matteo Renzi ed aveva concepito per lui, con scarsa lungimiranza e molta alienazione dal contesto sociale ed economico, unpercorso di riforme costituzionali in chiave super-maggioritaria, poi conclusosi col disastroso referendum del 4 dicembre scorso e la conseguente caduta in disgrazia del premier.

Già, l’ex-premier Matteo Renzi: incensato dai media, decantato dalla cancelliere estere, gonfiato da sondaggi artificiali simili a quelli che oggi proiettano Emmanuel Macron all’Eliseo, il presidente del Consiglio ha commesso l’errore di credere alla propria propaganda. Ha creduto, in sostanza, di essere un politico di razza, accidentalmente infortunatosi il 4 dicembre 2016: come se fosse l’artefice delle proprie fortune, il protagonista di una scalata in solitaria dalla provincia di Firenze a Palazzo Chigi, e non fosse stato accompagnato alla presidenza del Consiglio mano nella mano da quegli stessi poteri che gli hanno poi dettato l’agenda.

Con l’invito a votare “no” al referendum, The Economist e con cui lui l’oligarchia atlantica avevano già scaricato il premier, considerato ormai come una causa persa: la priorità è assicurare la stabilità del governo, scongiurare cioè a qualsiasi costo le elezioni anticipate così da non turbare i delicatissimi appuntamenti elettorali in Francia e Germania. Se l’ex-premier avesse prestato più attenzione alla parole diGiorgio Napolitano e Sergio Mattarella, i massimi rappresentanti italiani dell’oligarchia atlantica, avrebbe avuto un’altra conferma dell’ostilità a qualsiasi ipotesi di interruzione prematura della legislatura: conscio che ogni giorno del governo Gentiloni equivale ad un’erosione di consensi e convinto di disporre di una certa autonomia, Renzi però scalpita. Ai primi di febbraio si parla apertamente di elezioni entro l’estate. Immediatamente il differenziale tra Btp e Bund rialza la testa e Massimo D’Alema profetizza: “Siamo seduti su una polveriera, se si vota ora lo spread va a 400”. Più chiaro di così è impossibile.

Come neutralizzare definitivamente Renzi e le sue velleità di elezioni anticipate? Ricorrendo come in Francia alla solita magistratura. Con la riapertura dell’inchiesta Consip ferma da mesi, si mettono nel mirino il padre dell’ex-premier ed il suo braccio destro, l’ex-sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Luca Lotti, lasciando che il solito Gruppo l’Espresso lanci sinistri messaggi: “Inchiesta Consip, una domanda a Matteo Renzi: fu tutto a sua insaputa?”. Gli stessi poteri che nel febbraio 2014 crearono il mito del “premier rottamatore” a distanza di tre anni decidono di annientarlo ed i giornali di Carlo De Benedetti, che ruotano sempre attorno allo stesso sole, sia adeguano prontamente alla linea.

Come nel caso francese, la manovra mediatico-giudiziaria ai danni di Renzi si profila però come un clamoroso boomerang: infangare l’ex-premier a suo tempo presentato come “l’ultima salvezza dell’élite italiana”, trascinare fino al 2018 l’effimero governo Gentiloni, lasciare marcire il Paese in un clima di abbandono e lacerante attesa, non farà che alimentare ulteriormente le spinte anti-sistema, pronte ad tracimare alle prossime elezioni.

Ma in fondo all’oligarchia euro-atlantica forse neppure interessa: “l’anno della frattura” è vissuto in funzione delle presidenziali francesi e davanti alla vittoria di Marine Le Pen tutto il resto passerà in secondo piano, comprese le sorti del governo Gentiloni e dell’Italia.

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tratto da “La Nazione” del 28.06.2015

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tratto da “La Nazione” del 17.06.2014

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tratto da “La Nazione” del 27.02.2016

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tratto da “Il Tirreno” del 24.09.2016

di Giulia Sili 


Non può essere definito altrimenti se non un “duello” quello che ha proposto il consigliere comunale Gabriele Galeotti al sindaco di Massa Marittima Marcello Giuntini. Una sfida a singolar tenzone dove, come da antica tradizione, all’avversario vengono fatti scegliere giorno, luogo e ora. Ma per la difesa dell’onore è necessario che entrambi i duellanti accettino la sfida in modo esplicito. Insomma, quello che Galeotti vorrebbe è un incontro pubblico di fronte alla cittadinanza per risolvere, una volta per tutte, gli attriti con la controparte politica: «Mi piacerebbe che Giuntini accettasse – dice il consigliere comunale di Massa Comune – si tratta di un confronto pubblico dove potremmo tirare fuori gli argomenti e parlarne faccia a faccia per vedere chi tra noi due mente. Lui parte avvantaggiato perché ha delle capacità politiche che a me mancano».

Non è la prima volta che il rappresentante di Massa Comune chiede che si svolga un confronto pubblico: la battaglia è aspra dal 2009. Risale infatti al periodo di Lidia Bai sindaca la prima richiesta di questo genere: «La sindaca non mi ha mai concesso l’onore di confrontarsi con me di fronte ad un pubblico – dice Galeotti – Sono sempre stato snobbato ma, a differenza di quanto possano credere, io sono tenace e mi fermo solo nel momento in cui mi viene fatto vedere che sbaglio, purtroppo però non c’è mai stata una volta che abbiano smentito le mie posizioni, semmai le hanno solo smussate»

Questa è la seconda volta che Galeotti chiede un confronto pubblico a Giuntini: «Lo avevo già invitato il 1° agosto – spiega Galeotti – ma lui non accettò. Un confronto pubblico sarebbe però il modo migliore per parlare alla pari perché in consiglio comunale chi comanda è il sindaco e il consigliere ha solo due armi: le interrogazioni e le mozioni. Io per replicare devo chiedere la parola e aspettare, ma ogni volta il ferro viene battuto quando non è più caldo e io posso solo scrivere sul mio blog. Inoltre mi piacerebbe che il confronto si facesse fuori, così da permettere anche alla gente di partecipare, vorrei un campo neutro dove le persone possono sentirsi libere di intervenire»

«Galeotti me na ha fatti molti di inviti per un confronto pubblico – dice il sindaco Giuntini – Il problema è che lui interpreta il confronto politico come una sfida personale ma io non ho intenzione di sfidare qualcuno o essere sfidato. Lui mi offende sempre e mi ha anche querelato». Per il sindaco il confronto politico è un’altra cosa: «Galeotti ha la logica del nemico – dice Giuntini – ma io non lo riconosco come interlocutore. Lui è stato legittimato dai cittadini come consigliere e in quel ruolo io ho il dovere di confrontarmi con lui, ma in altri contesti: c’è già il consiglio comunale e lì non ho difficoltà a rapportarmi con lui».

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tratto da “La Nazione” del 06.07.2016

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IL TIRRENO
27 agosto 2014


 Il sindaco di Monterotondo guiderà i servizi sociosanitari
Termine è presidente della Sds 

MONTEROTONDO MARITTIMO – È Giacomo Termine, neo-sindaco di Monterotondo Marittimo, il nuovo presidente della Società della Salute Colline Metallifere, di cui fanno parte i comuni di Follonica, Massa Marittima, Montieri, Monterotondo, Scarlino e Gavorrano, oltre alla direzione aziendale dell’Asl 9. Termine è stato eletto nel corso del primo incontro, che si è svolto lunedì 25 agosto tra i nuovi amministratori della zona e l’Asl, dopo le ultime elezioni amministrative. In questa occasione si è provveduto anche alla definizione e al rinnovo degli organi di governo della SdS: l’assemblea dei soci e la giunta esecutiva, per la quale è stata presa la decisione unanime di non delegare alcun componente delle amministrazioni comunali. Saranno direttamente i sei sindaci a sedere in giunta. Con questa decisione i primi cittadini hanno scelto di essere loro stessi ad avere il polso della situazione e ad essere in prima linea nell’ottica della gestione associata, come ha voluto precisare il nuovo presidente, su materie così sensibili come la sanità e le politiche sociali. Massima convergenza, oltre che sul nome di Giacomo Termine, anche sui prossimi importanti obiettivi della SdS, come l’approvazione del Bilancio 2013 e la revisione dello Statuto. «In entrambi i casi – ha dichiarato Termine – intendiamo muoverci in piena sintonia, disponibili alla collaborazione con l’Azienda sanitaria, con l’obiettivo primario di garantire risposte ai bisogni di salute e di assistenza sociosanitaria dei nostri cittadini».

tratto da “La Nazione” del 06.05.2015

giuliani 07052015clicka per ingrandire

Com’è stato preciso e scrupoloso  il ragionier Giuliani!

Ha ritenuto che gli importi creditori fossero un po’ troppo elevati
e che la situazione debitoria del Falusi fosse molto grave…

Ha parlato anche di veridicità dei crediti tutta da verificare !!!

CHE FACCIA TOSTA RAGIONIER GIULIANI !!!

Perchè non ha fatto le medesime riflessioni sull’AMATUR
che ha presieduto negli ultimi anni e che ha portato alla rovina?

Perchè non ci ha fornito la documentazione più volte richiesta?

Fate ridere tutti quanti… ma è un riso amaro…


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