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Se volete bene a voi stessi e se volete bene all’Italia
leggete attentamente…

https://ilvaloreaggiuntoblog.wordpress.com/2017/11/10/europeisti-dixit-cronistoria-di-una-vergogna/amp/

Il deprezzamento del 20% della sterlina è una buona notizia per l’economia britannica e una pessima notizia per le élites finanziarie. Parola del professor Ashoka Mody, economista ed ex vicedirettore europeo dell’FMI.

In un articolo apparso sull’Independent, Mody sostiene che contrariamente all’opinione corrente – propagandata dai media pro-Remain e immediatamente ingoiata dai piddodotati – la svalutazione ha prodotto effetti positivi, sgonfiando da un lato la bolla immobiliare e dall’altro orientando l’economia britannica verso imprese più produttive.

La narrativa mainstream (ad es. Franceschini su Repubblica), dedita al consueto terrorismo disinformato da quattro soldi, parla di supermercati deserti, rincaro drammatico dei prodotti d’importazione e perdita del potere d’acquisto del “popolino” dei Leavers (sic):

Aspettatevi in futuro una litania di strampalate sciocchezze come queste da parte dei manovali dell’informazione addomesticata, sia sul deprezzamento del pound che su altre “nefaste” conseguenze del Brexit.

 

I DATI

 

L’economista Ashoka Mody guarda invece agli indici azionari post Brexit:

L’indice FTSE 100 che include le multinazionali è salito del 10%

L’indice FTSE 250 (aziende a media capitalizzazione che realizzano metà dei ricavi sul mercato interno britannico) ha guadagnato il 5%

L’indice delle società immobiliari FTSE Property ha perso circa il 20%, seguendo fedelmente il deprezzamento della sterlina sul dollaro

 

azionario 

L’ANALISI

 

Ecco l’analisi di Ashoka Mody:

La Gran Bretagna era diventata un magnete per i capitali finanziari della speculazione internazionale

La sua posizione unica di crocevia finanziario europeo aveva creato una frenesia di acquisto di immobili a Londra e dintorni

Le banche inglesi hanno canalizzato i capitali speculativi esteri trasformando la bolla speculativa immobiliare-finanziaria in caratteristica strutturale dell’economia britannica

La bolla finanziaria-immobiliare ha anche pompato il valore della sterlina, rendendolasopravvalutata per tutti gli altri settori dell’economia

Per Mody è vero che con una sterlina sopravvalutata i cittadini inglesi potevano ottenere più servizi e prodotti esteri, ma i produttori inglesi avevano perso competitività sia in patria che fuori. Gli incentivi a investire in patria si erano indeboliti, portando il Regno Unito a una scarsa produttività e a grossi deficit delle partite correnti.

“In base all’aritmetica, il popolo britannico non era più ricco prima del Brexit. Al contrario, viveva al di sopra dei propri mezzi. Mentre la gente poteva usare la forza del pound per vacanze a buon mercato, la Gran Bretagna come Nazione spendeva più di quello che produceva, diventando nel processo più indebitato del resto del mondo: il debito estero inglese era il 300% del PIL a fine 2014″

Secondo il FMI la sterlina era sopravvalutata fino al 15% a inizio 2016. Secondo Ashoka Mody (ex funzionario FMI) questo dato è stato ribassato dal Fondo Mondiale per motivi di opportunità politica. Per l’economista indiano all’epoca del Brexit il pound era sopravvalutato del 20-25%.

Ma il Brexit con la svalutazione della sterlina ha fortuitamente corretto questa distorsione dell’economia britannica. Ecco perché gli indici di borsa salgono: il deprezzamento della sterlina ha corretto una sopravvalutazione perniciosa, migliorando le prospettive dei produttori locali, aiutando l’espansione del commercio e l’aumento della produttività. E i probabili rincari di pochi punti di alcuni generi di consumo sono poca cosa rispetto ai benefici del deprezzamento.

 

LA CONCLUSIONE

 

La conclusione di Mody è da incorniciare e far imparare a memoria ai pro-euro:

“Il nesso tra un sempre più imponente settore finanziario e la sterlina forte serviva gli interessi di pochi eletti che vivevano a Londra e dintorni. Le sole persone che perdono veramente per il deprezzamento della sterlina sono quelli che prendevano in prestito dollari a breve termine per investire in beni immobiliari a lungo termine. 

Questa “élite” continua a tenersi stretti i microfoni della politica e le sue parole hanno eco nella stampa economica. In tutti questi anni, comunque, la sterlina forte ha danneggiato la creazione di posti di lavoro e gli investimenti in crescita della produttività. E quelli che sono stati lungamente danneggiati non vivono a Londra e non reggono i microfoni.

Mentre molti fattori hanno portato al voto sulla BREXIT, non sbagliatevi, molti di quelli che protestavano erano stati lasciati fuori dalla tavola dove veniva divisa la torta economica.“

 

LA SINTESI

 

L’élite finanziaria trae vantaggio da una moneta forte…

L’élite controlla i media e la politica…

La moneta forte danneggia i lavoratori e le imprese locali…

Quando il popolo può votare l’élite se lo prende in saccoccia…

 

E SE LO FACESSIMO ANCHE NOI?

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20•

di Alberto Bagnai
tratto da “Il Fatto Quotidiano” del 03.01.2017
 

Cominciamo da qualche dato: secondo il sito infostat.bancaditalia.it il tasso d’interesse sui BOT a 3 mesi nel settembre del 1992 era al 18,05%; in ottobre scese al 15,51%, e un anno dopo (settembre 1993) all’8,86%: un calo di quasi 10 punti in un anno. Il Corriere della Sera del 16 maggio 2012, in un articolo a firma Marvelli e Pagliuca, evoca “il ricordo del 1992, quando il nostro Paese venne costretto ad abbandonare lo Sme”.

Avrà ragione la Banca d’Italia, secondo cui dopo la crisi del 1992 i tassi scesero rapidamente, o avrà ragione il Corriere, secondo cui “nel periodo successivo i Bot andarono al 17%”? Secondo il sito dati.istat.it il tasso di disoccupazione era al 6,4% nel 1977 e al 13,5% nel primo trimestre del 2014. Il 2 aprile del 2014 il Corriere della Sera titola in prima pagina: “Tanti disoccupati come nel 1977”. Avrà ragione l’ISTAT, secondo cui nel 1977 il tasso di disoccupazione era meno della metà che nel 2014, o il Corriere ritenendolo uguale a quello del 2014? Secondo il sito www.imf.org fra il 1980 e il 2015 il tasso di crescita delle esportazioni italiane è stato in media annua del 3.7%, e tale è stato in media anche fra 2005 e 2008.

Il Corriere della Sera del 1 gennaio 2017, in un articolo a firma Basso, afferma che “l’export ha avuto un boom fra il 2005 e il 2008 per effetto della moneta unica”. Avrà ragione il Fondo Monetario Internazionale, secondo cui fra 2005 e 2008 la crescita delle esportazioni fu allineata a quella degli ultimi 36 anni, o avrà ragione il Corriere, secondo cui quelli furono anni di boom? Potrei continuare ma mi fermo: vi ho annoiato abbastanza e il problema è noto. Era l’8 ottobre del 2013 quando avvertii su questo giornale di come fosse in atto un tentativo di riscrittura della storia, il cui scopo palese era convincerci che stiamo meglio oggi, sotto il protettorato di Bruxelles, di ieri, quando eravamo liberi di decidere a casa nostra.

A fronte di questa riscrittura della storia a suon di bufale da parte dei grandi media, inquietano le esternazioni di Pitruzzella, presidente dell’antitrust, tanto preoccupato dalla diffusione delle bufale nei social media da proporre la creazione di un’autorità indipendente di controllo. Qui i problemi sono due. Intanto, ci si potrebbe chiedere perché intervenga a chiedere di limitare la libertà di manifestazione del pensiero assicurata dell’art. 21 della Costituzione l’esponente di un organo che non ha rilievo costituzionale (in costituzione il CNEL c’è, l’antitrust no) e dovrebbe comunque occuparsi di altro.

Va ricordato che bufale come quella sulla disoccupazione “come nel 1977” sono state smascherate proprio dai social: il meccanismo di controllo quindi esiste già, ed è dato appunto dalla concorrenza fra media. È comprensibili la sete di rivalsa di quelli tradizionali, che “informano” come vi ho ricordato, e la cui credibilità nel 2016 è andata in pezzi. Tuttavia è paradossale che il garante della concorrenza intervenga per consolidare, anziché limitare, il potere di monopolio delle grandi testate. Tra l’alto, ultimamente le autorità amministrative indipendenti, dalla Banca d’Italia alla Consob, non hanno dato grande prova di quell’indipendenza da cui traggono legittimazione, dimostrando spesso subalternità alle scelte (errate) dei governi.

Facile prevedere che l’autorità “indipendente” per il controllo dei social diventerebbe un orwelliano Ministero della Verità. C’è poi un altro problema. Ovunque in Europa le politiche dissennate imposte da Bruxelles su mandato di Berlino rischiano di mandare al potere la destra. Siamo sicuri che sia una buona idea limitare libertà politiche come quella di espressione alla vigilia di un evento simile? Come è stato con la repressione dei salari (via “riforme”), così anche con la repressione del dissenso (via “antibufale”) sarebbe la sinistra in salsa europeista a fare il lavoro sporco per una destra che incombe minacciosa. È un rischio che non possiamo permetterci.

Ogni tanto ripenso ai 220 mila che ai primi di luglio sono  andati a Modena per ascoltare Vasco Rossi.  Non solo hanno pagato i biglietti  per riascoltare dal vivo un settantenne trasgressivo di paese, rendendolo ancora più  ricco; si sono mossi da tutta Italia  in gruppo  pagandosi il treno, la benzina, il pedaggio autostradale,per convergere a Modena; hanno mangiato panini,  hanno dormito sulle panchine o pernottato in qualche nelle stazioni, o all’addiaccio; hanno accettato di correre rischi   persino mortali, come   sapevano era avvenuto poco prima durante l’adunata di piazza Cavour a Torino.

Hanno sopportato insomma i disagi – eh sì – da soldati  in marcia, e senza un lamento. Anzi contenti, perfino spontaneamente disciplinati.

Dico: pensate se fossero capaci  di farlo per uno scopo politico. Se arrivassero in 220 mila a Roma, una volta, per protestare contro  la sottrazione di diritti come cittadini, lavoratori, elettori. Che so, contro le vaccinazioni come inaudita “pretesa dello stato,  giuridicamente obbligatoria, di metterci dentro sostanze di cui non sappiamo la composizione”  manco fossimo animali;  contro l’immigrazione senza limiti al costo di 4,5  miliardi l’anno mentre  “in Italia gli indigenti sono passati in 5 anni da 1,5 e 4 milioni”,per un insieme scelte politico economiche “assurde” ostinatamente imposte  dalle oligarchie  nonostante i “risultati rovinosi”, il che “non può essere accidentale ma il prodotto di un sistema progettato, implementato e difeso”.   Per gridare che le mitiche speranze dell’europeismo sono state tradite. Per urlare che”nel mondo reale, il liberismo di mercato non ha gli effetti promessi dal modello ideale, ossia che il mercato non è “libero” ma gestito da cartelli; non tende ad evitare o assorbire le crisi, ma le genera e amplifica; non tende a massimizzare la produzione di ricchezza reale ma quella di ricchezza finanziaria, non tende a distribuire le risorse ma a concentrarle in mano a pochi monopolisti”, insomma che il  sistema “dissolve la società invece di renderla più efficiente”, anzi “dissolve l’idea stessa dell’uomo”.

Se i giovani per una volta dormissero  all’addiaccio, pagassero i trasporti verso Roma, si comportassero per qualche giorno da soldati politici,  farebbero paura al governo  che ci è stato imposto  dalla Banca Centrale e da Bruxelles, ai parlamentari che dipendono dalle lobbies e comitati d’affari, e che hanno svenduto l’Italia, le sue industrie e la sua sovranità agli interessi stranieri.

Quelle  che cito fra virgolette sono  frasi dall’ultimo saggio di Marco Della Luna, Oltre l’agonia – Come fallirà il dominio tecnocratico dei potere finanziari, Arianna Editrice, 9,8 euro.

Della Luna è  stato il primo in Italia ad avvertirci che per  il capitalismo terminale globale, il  quale fa soldi non più producendo merci ma producendo bolle finanziarie  per poi farle scoppiare, non ha più bisogno di lavoratori, produttori, operai, eserciti di massa  – né quindi di mantenere sani, efficienti, istruiti , men che meno prosperi e soddisfatti i popoli, di cui non ha più bisogno (nemmeno come consumatori). Risale infatti  al 2010 il suo saggio “Oligarchie per popoli superflui”, il titolo dice già l’essenziale.

In questo nuovo saggio, Della Luna ci avverte che il sistema è entrato in una fase ulteriore  e più letalmente anti-umana.

Ormai  persino il profitto finanziario  ha perso importanza sia come scopo che come  mezzo per l’elite finanziaria”;  e se  ciò sembra paradossale, essendo il profitto puro e a breve lo scopo radicale del capitalismo, basta ricordare le migliaia di miliardi che le banche centrali (appartenenti alla finanza privata) creano  dal nulla per  mantenere a galla il sistema, mettendoli a disposizione di chi comanda in misura illimitata; basti pensare alle banche che creano denaro dal nulla con  il che “genera un flusso di cassa positivo, ossia un redito, che la banca incassa, ma su cui non paga le tasse”, perché “gli Stati” sono “privatizzati “ e  sono orientati nelle loro politiche dai “mercati anziché dai o ai popoli”.

Per lorsignori, il profitto “ha perso importanza come movente” perché lo ha già,  garantito, esentasse; banche centrali e stati già gli forniscono tutti i fiumi di denaro necessari e superflui,  indebitando e tassando i contribuenti. Sicché l’autore giunge a preconizzare perfino “il tramonto della finanza”,  beninteso come “sistema di dominio della società”. Un tramonto che non coinciderà con la nostra liberazione, anzi al contrario: lo stanno  già sostituendo con il nuovo: “il dominio diretto e materiale sulla società”, attraverso la  “gestione coercitiva del demos, potente e unilaterale e insieme non responsabile delle scelte verso i suoi amministrati , non diversamente dalla zootecnia  non è responsabile verso gli animali di allevamento”. 

Eco la nuova fase che ci hanno preparato: il governo zootecnico, “l’allevamento-condizionamento di masse umane per l’utilità degli allevatori”.  Già lo fanno   per via mediatica “restringendo e omogeneizzando le rappresentazioni che gli umani hanno della realtà” e “tabuizzando e psichiatrizzando il dissenso  e  la contro-informazione”, fino a renderla penalmente perseguibile. Lo fanno con “la Buona Scuola”, l’attuale sistema educativo congegnato in modo da non sviluppare facoltà cognitive, né l’attenzione sostenuta, né la capacità  di auto dominio  né di differire le gratificazioni e sopportare le frustrazioni”: il metodo perfetto per “produrre persone deboli, dipendenti, condizionabili, incapaci di opporsi”.

Non si tratta di risultati cattivi  divergenti  da intenzioni buone, e  da ideologie erronee  anche se benintenzionate: no, dice Della Luna: sono effetti perseguiti deliberatamente per “semplificare” l’uomo, standardizzarlo in vista dell’allevamento zootecnico.

Impressionante l’esempio che fa della scomparsa della borghesia  produttiva, culturalmente vivace, e reattiva, rovinata dalle crisi deflattive continue  e dal fisco rapacissimo. Non è un caso malaugurato. E’ che “la piramide sociale va interrotta lasciando uno spazio vuoto sotto il suo apice [il famigerato 1% che concentra  l’80% delle ricchezze] , così che l’apice sia al sicuro dalle scalate (mobilità verticale)   dagli attacchi delle classi intermedie erudite”.

Ciò a cui punta è  “realizzare tra l’oligarchia e i popoli la medesima distanza e differenziazione qualitativa che c’è tra l’allevatore e gli animali allevati”, secondo il modello zootecnico.

Nella chiave del governo zootecnico diventano perfettamente spiegabili la plurivaccinazione  obbligatoria dei cuccioli, volevo dire dei bambini. Al di là di ogni polemica sulla pericolosità o innocuità dei vaccini, quel che esseri umani, cittadini e non dei  polli  da allevamento dovevano rigettare è che “il potere costituito ha la potestà giuridica di immettere nel corpo della gente sostanze attive”,   fra cui tante disponibili “in base alle nanotecnologie e biotecnologie, e molte di esse coperte da segreto militare o commerciale”,   nota Della Luna.

Nella prospettiva dell’allevamento zootecnico acquista senso anche  “il dogma dell’accoglienza e della mescolanza dei popoli”, imposto come “evidente, dimostrato, e tale che chi li contraddice è irragionevole, malintenzionato, pericoloso, immorale”.  La verità è che esso, oltre ad essere in Italia  un business “attraverso l’inclusione degli immigrati  nel circuito dell’affarismo parassitario”  che succhia denaro pubblico, ha perfettamente senso dal punto di vista dell’allevatore: “la trasformazione dall’alto del popolo” , il popolo-bestiame, “imponendo l’immigrazione sostitutiva delle  popolazioni nazionali”; allo stesso  modo l’allevatore inserisce nella stalla nuovi tori e nuove fattrici, per “migliorare la razza”.

Voi obietterete: ma oltretutto è anti-economico, crea disordine, diminuisce l’efficienza della società, costa moltissimo.  Infatti, conferma l’autore: ciò dimostra che “la comprensione economicista del divenire  attuale è palesemente scavalcata”.

Quando la casta politica-amministrativa “lascia senza tetto e  senza cibo i cittadini italiani  mentre  alloggia gli immigrati in alberghi a tre e quattro stelle”,  quel che  attua “è l’annullamento programmatico del concetto di cittadino come titolare di diritti specifici verso la sua polis.L’annullamento del demos”, ossia del “popolo” come entità politica, padrone collettivamente delle proprie scelte.

E’ la riduzione del cittadino a pollame.

Tale modello “non implica affatto pace, sicurezza, efficienza per le popolazioni, esattamente come non le implica il modello zootecnico”. Per gli allevatori, gli animali allevati “sono solo fonte di utilità; non hanno diritti né dignità riconosciuta”.

Né diritti né dignità riconosciuta, si prenda nota.  Ora che ogni nuovo robot  introdotto nella produzione elimina 6,2 posti di lavoro, i governi  mai eletti, con la copertura della “austerità “ tedesca  perché “dobbiamo rientrare dal debito”  (ignobile menzogna, se la BCE stampa tutti i miliardi che vuole, o meglio che vogliono le  banche che la possiedono), e il denaro è scarso e costoso (altra ignobile menzogna) e non ce n’è per voi  –  vi stanno riducendo  – deliberatamente, coscientemente –  a “un corpo sociale saldamente in mano all’oligarchia dominante” proprio perché sempre più “costituito da masse miste di indigenti, disoccupati, immigrati, clandestini, pensionati che sopravvivono grazie ad interventi emergenziali del governo e di agenzie pseudo-sociali e pseudo-religiose ampiamente finanziate dal governo”, ossia dai contribuenti ridotti a indigenti.

Pensate agli 80 euro di Renzi, elemosina  che poi un milione e mezzo ha dovuto pur e restituire, un “bonus” che non  si sa se durerà, se i poveri l’avranno anche l’anno prossimo (dunque non è un diritto, men che meno “acquisito”).  Questo è voluto:

La mancanza di redditi e servizi sicuri, la dipendenza da interventi anno per anno, rende queste masse sempre più passive, remissive”, dunque “politicamente inattive”: questo è lo scopo.


Vascodipendenti.

Perché è chiaro che  se il capitalismo finanziario terminale “tende a togliere alla gente tutto il reddito e tutti i risparmi disponibili”, finisce anche per “togliere il motivo di pagare i debiti anziché infischiarsene”.  Se non si è già diventati pollame, non si è tenuti ad obbedire  né a rispettare simili “autorità”,  “non ha senso pratico né morale pagare le tasse e versare i contributi ad un siffatto sistema sociale”. Lorsignori sanno  però come scongiurare la rivolta.

Contrariamente a quel che fa credere la narrativa holllywwodiana, le rivoluzioni non le fanno gli affamati – questi hanno da far  la fila alla Caritas e agli  uffici di collocamento, a fare le pratiche per il “bonus”, razzolare fra la spazzatura dei mercati  di  frutta e verdura –  ma le classi emergenti nella prosperità; a fare la  Rivoluzione fu la borghesia che, sicura dei suoi mezzi economici ed intellettuali, strappò i  diritti politici.

Quelli con  la pancia vuota sono passivi e remissivi, aspettano il bonus da 80 euro, i giovani passano da un precariato all’altro e non avranno mai una pensione sufficiente a farli sopravvivere: dunque piatiranno  dallo stato interventi, che saranno anno per anno,  incerti, caritativi. Su   questa strada, ci hanno trasformati da cittadino,  “prima a   mero prestatore d’opera sul mercato, poi a semplice consumatore privato, e infine a una vera e propria precarietà ontologica”.

Ecco: il “Precario ontologico” è quello a cui puntano a ridurvi. A cui  vi hanno già ridotto, voi giovani. “La precarietà assunta a paradigma normativo”, ormai è la vostra condizione, a cui siete invitati dai media e dai politici   pagati da lorsignori  a abituarvi gioiosamente, ottimisticamente,  come elemento essenziale della giovinezza, oggi qui domani là a 450 al mese, andate in  Europa, emigrate, è bello cambiare  lavoro….Ovviamente, “precario ontologico”, precario per essenza  è  l’animale di allevamento, che dipende giorno  per giorno dal mangime distribuito.  Ma almeno, non lo sa.

Per questo mi rivolgo a voi, giovani e quarantenni, avete dormito all’addiaccio e mangiato al sacco,   avete corso dei rischi,  avete sborsato quattrini, benché molti di voi siano sicuramente precari.  Siete già precari ontologici? Per Vasco l’avete fatta, la marcia su Modena. Ne rifarete mi un’altra per rifiutare il governo zootecnico?

“All’Italia conviene tornare alla lira”. Lo sostiene il tedesco Marc Friedrich, consulente finanziario di fama, in una intervista  a Sputnik Deutschland. Non solo l’Italia, affondata da un tasso record di debito e disoccupazione, ma “tutti i paesi del Sud Europa starebbero meglio con una moneta sovrana invece che con l’euro. Questi ‘ paesi, con i limiti imposti dalla Banca Centrale, non vedranno mai quell’inizio di crescita che permetterebbe loro di rimettersi”.

Marc Friedrich è co-autore di un saggio «Der groesste Raubzug der Geschichte», che è stato un best seller nel 2012. “Già allora dimostravamo  che l’euro non funziona.   Adesso vedo che per la prima volta, in Italia il concetto di Italexit non è più tabù”.

Cita “Alberto Bagnai dell’università di Pescara” . Ha ragione Bagnai. “In marzo, sostenendo che l’euro collasserà comunque qualunque sia il capitale politico investito in esso,  questo professore  di economia ha sottolineato la necessità di una  uscita “controllata” dalla moneta unica, padroneggiando l’inevitabile.

“La causa più probabile – ha scritto Bagnai – sarà  il collasso del sistema bancario italiano, che trascinerà  con sé il sistema tedesco. E’ nell’interesse di  ogni potere politico, certo  dei dirigenti europei declinanti, e probabilmente anche degli USA, gestire questo evento invece di attenderlo  passivamente”.

Parole di buon senso. Di fronte alle quali non c’è, probabilmente, il vero e proprio terrore delle  oligarchie dominanti davanti a quel che hanno fatto col loro malgoverno monetario.   Che le paralizza.  Pochi sanno che nell’eurozona, i prestiti andati a  male in pancia alle banche assommano alla cifra stratosferica di 1.092 miliardi di euro. L’Italia è la prima del disastro, con 276 miliardi di  prestiti  inesigibili; ma la seconda è la Francia di Macron con 148 miliardi. Seguono la Spagna con 141 e la Grecia con 115. La Germania  ne cova 68 miliardi, l’Olanda 45, il Portogallo 41.

Prima della Germania, ci seguirebbe nel precipizio la Francia – trascinandosi evidentemente giù anche l’Egemone  di Berlino.

Il rischio è passato inosservato, spiega l’economista francese Philippe Herlin, perché si comparano questi 148  miliardi di prestiti andati a male con i bilanci delle grandi banche francesi,  il triplo del Pil nazionale (che ammonta a 2.450 miliardi di dollari). Errore, perché in caso di crisi le cifre iscritte a bilancio sono poco o nulla mobilizzabili; “quel che conta è la liquidità, il cash, i fondi propri”. I fondi propri delle banche francesi sono 259,7 miliardi; quasi il 60 per cento (il 57) sarebbero dunque divorati dai prestiti marciti;  Herlin prevede  dunque l’uso di bad bank  riempite con il denaro dei contribuenti. “Per ora  non c’è urgenza, al contrario dell’Italia, ma in caso di aggravamento della crisi finanziaria  (aumento dei fallimenti, un qualunque shock finanziario) il governo sarà forzato a intervenire”.

Non riusciamo ad immaginare i sudori freddi che provoca a Berlino la prospettiva di contribuire coi risparmi  dei virtuosi  tedeschi ad una badbank  pan-europea  da  mille miliardi. Eppure, continua Friedrich, “se l’Italia deve restare nella UE, allora l’economia più forte del blocco, la Germania, deve accollarsi il  fardello delle sovvenzioni all’Italia e agli altri Stati membri del Sud”. Ovviamente, anche lui ritiene che l’immane compra di titoli  di debito che sta facendo la BCE  al ritmo di 60 miliardi di  euro al mese, non fa che nascondere il problema e guadagnare tempo. Per farlo, i vertici hanno rotto tutte le regole, a cominciare dalle loro.  Ma collasserà, e possiamo solo sperare che i politici responsabilmente cercheranno allora di minimizzare i guasti e di eliminare l’euro in modo controllato. In ogni caso ciò costerà caro”.

Si potrà  contare sulla Merkel come la politica che responsabilmente smonterà la  moneta unica in modo controllato? E’ assorbita non tanto dalle prossime elezioni, ma dalla  strategia che ha (espresso anche a nome nostro) dopo il disastroso G7 di Taormina, e lo scontro con Trump: “Noi europei dobbiamo veramente prendere in mano il nostro destino”. Ma  come? Per quanto erratico e imprevedibile, in mano a pulsioni emotive incontrollate e sotto schiaffo del Deep State che vuole la sua eliminzione (e lo sta facendo), The Donald è chiaro e costante nella sua ostilità commerciale verso la Germania, che accusa  di slealtà e di manipolazione della moneta.

Avrete letto probabilmente la notizia: “Laura Boldrini alla ricerca di una super-casa nei pressi di Piazza Navona. […] Si tratta di una abitazione “cinquecentesca molto bella e di valore storico, tra i bugnati che qua e là sorgono nei dintorni di piazza Navona”. L’Espresso osserva che la magione della Boldrini – che nel 2014 ha dichiarato un reddito imponibile di 115.338 euro – ha tutt’altro che l’aspetto di “un appartamento da fine legislatura” ma sembra “la tipica casa di rappresentanza, come non bastassero le sale di Montecitorio per ricevere presidenti e ambasciatori”.

Si ha qui dal vivo un tipico esempio di ciò che in inglese si chiama  self-righteousness; parola   che mal traducono i termini “moralista ipocrita”, “farisaico”. Per il Webster, indica “l’esibizione compiaciuta di superiorità morale, derivante dal sentimento che le proprie convinzioni, azioni o relazioni sono  di più gran valore che di quelle della persona comune.  Gli  individui self-righteous sono spesso intolleranti delle opinioni degli altri”.

Quest’attitudine  spocchiosa è meno personalmente della Boldrini – ancorché ella la esibisca in modo caricaturale – che di una classe. Anzi, di una superclasse: la superclasse mondiale e mondialista. Quella “di sopra”  che governa  attraverso il caos e sta rimpiazzando i popoli europei,  l’oligarchia globalista e globalizzata, che sta assumendo i costumi lussuosi propri delle plutocrazia insindacabili. Poiché ci domina e dominerà sempre più, vale la pena di farne una tipologia. L’analista politico Michel Geoffroy l’ha tentata. Ne riporto i passi salienti.


La superclasse sta accelerando la sua confisca della sovranità popolare

Il forum di Davos è un  noto appuntamento della superclasse. Nel forum del gennaio 2017, è stato presentato come base delle discussioni il rapporto Global Risks 2017: molto istruttivamente, il rapporto indicava come “rischi” le manifestazione democratiche di volontà popolare degli ultimi mesi: il Brexit, l’elezione di Trump in Usa, e in Italia  il “No” al referendum di Matteo Renzi.

Da  queste  rotture, la superclasse ha dedotto (escritto nero su bianco) “il bisogno di proteggere meglio i nostri sistemi di controllo qualità dell’informazione”: insomma il “nostro” monopolio dell’informazione è  stato minato dalle notizie sul web; questo ha provocato “una fragilizzazione della fiducia della popolazione”, da qui il proposito di censura alle informazioni incontrollate – e  dunque definite “fake news” – di cui la Boldrini è stata in Italia la precursora.

La superclasse si è proposta di “arginare i rischi”  (ossia il voto popolare). Dopo il Brexit, “bisogna smettere di dire che il popolo ha sempre ragione”,  ha sancito Cohn Bendit. “La storia ha mostrato che quando si segue la  volontà dei popoli, soprattutto nei momenti difficili, si sbaglia”, ha rincarato Macron.   La soluzione l’ha prospettata il demiurgo Jacques Attali (j), il creatore in laboratorio di Macron: una riforma costituzionale che determini “i temi che un voto popolare  maggioritario non dovrà decidere”; temi che “saranno santuarizzati iscrivendoli nella Costituzione”. Già fatto, direte voi:  fin dal 2012  i maggiordomi italioti della superclasse, aspiranti ad essere ammessi alla superclasse mondiale,  hanno inserito l’obbligo di pareggio di bilancio in Costituzione. E’ il nodo scorsoio che ci strangola, ed è stato opera di Mario Monti, per mostrare il suo zelo alle volontà di Schauble e Merkel.  Attali propone di “santuarizzare”, ossia di sottrarre al voto e volontà popolare, molti altri temi  iscrivendoli nel marmo delle costituzioni. Lo chiama “santuarizzare  il Progresso”. La superclasse definisce infatti “progresso”  la propria ideologia liberista-libertaria, e “i nostri valori” le nozze gay, la vendita di bambini (utero in affitto), il rimpiazzo multiculturale, e l’eutanasia  somministrata dal servizio sanitario nazionale.

Come detta infatti il documento di Davos, “I fattori di rischio [la volontà popolare] possono essere arginati creando società più inclusive  basate sulla cooperazione internazionale”. Al di fuori della neolingua, “società più inclusive” indica  l’utilità di sommergere  la popolazione votante sotto ondate di immigrati estranei, votanti anch’essi, per lo più secondo i desiderata della superclasse perché ostili rispetto al popolino fra cui sono venuti a vivere. L’utilità s’è vista nelle ultime elezioni francesi, dove gli immigrati hanno votato in massa il banchiere d’affari.


Come è  apparsa la superclasse mondiale?

Il collasso dell’Urss e della possibilità di rivoluzione socialista ha consentito ai più ricchi di applicare con rigore dottrinario   la dogmatica  capitalista,  e insomma di rivoluzionare la società a  loro profitto. Una classe che non teme più la classe operaia  o lavoratrice – marginalizzata dalla migrazione e dalla de-industrializzazione – applica la sua rivoluzione “dall’alto”. Anche Pietro il Grande fece una rivoluzione dall’alto, ma  con grandi differenze: la superclasse non punta a rinforzare e modernizzare una nazione, ma ad  un obiettivo mondialista: ossia a dissolvere ogni Stato nazionale per sostituirli con un “governo mondiale”  (meglio,  in neolingua,  governance mondiale). La superclasse è cosmopolita. Nel nuovo ordine, l’autorità non emana più dalla sovranità politica, ma dal denaro liberato da ogni condizionamento legale, dal marketing e “i  nostri sistemi di [controllo] informazione”.

La superclasse mondiale  poggia dunque, in Occidente, sull’emancipazione del potere economico-finanziario  dalla sovranità politica:

  • Emancipazione territoriale con la globalizzazione degli scambi e la de-territorializzazione della ricchezza.
  • Emancipazione dalla materialità del denaro, con la finanziarizzazione e la promozione di capitale fittizio.
  • Infine, emancipazione sociale: con l’alleanza della sinistra al neocapitalismo globalista, ormai i super-ricchi non temono più il popolo – un popolo che del resto possono cambiare a volontà con delocalizzazioni e immigrazioni.

Ciò significa che il nuovo potere finanziario mondializzato non riconosce più alcun limite al suo sviluppo. Il suo strumento, il neo-capitalismo, si basa su una fuga in avanti con la creazione continua di nuovi desideri  sempre riaccesi, estesa a tutto il pianeta, poi alla natura stessa dell’uomo.

Come è stato già notato, è la “rivoluzione del 68” ad aver congiunto il neo-capitalismo alla “sinistra” libertaria ed edonista.  Gli slogan sessantottini, “Vietato vietare”, “Godere Operaio”, “Dopo Marx, Aprile”, “Chiediamo l’impossibile, Vogliamo Tutto” erano indicativi di questa alleanza. Hanno aperto al “consumare senza limiti” grazie al credito e alla pubblicità totale, ma soprattutto grazie alla metodica cancellazione degli ostacoli culturali al dominio del denaro –  la famiglia, il risparmio, la frugalità  come valore, lo spirito di sacrificio per la nazione, le “virtù” cristiane e quelle borghesi – variamente bollate come: clerico-fasciste, reazionarie,  maschiliste, eccetera. L’estrema sinistra utile idiota dell’oligarchia,  per questo compito è stata compensata:  ma ovviamente solo nei suoi capi. Paolo Mieli, Giuliano Ferrara, Gentiloni, la Boldrini sono stati ammessi nella superclasse mondializzata (molti di loro lo erano per diritto, come figli di papà) in qualità di maggiordomi di lusso del Sistema, direttori di media, cooptati agli alti livelli transnazionali (UE, ONU,  ONG) .

Si tratta in effetti di una classe – ossia di un gruppo sociale che presenta caratteri particolari e costanti, che la distinguono dalle altre classi.

Questa classe  si pone non solo al disopra delle vecchie elites nazionali,  ma fuori dalla portata, e persino dalla vista, dei popoli. Questa superclasse è transnazionale e il suo campo d’azione è mondiale, come il suo progetto è cosmopolita.

Il saggista Geoffroy vi distingue quattro cerchie. Cerchie concentriche, che hanno la ricchezza finanziaria come denominatore comune dei loro privilegi, derivante essenzialmente dalla de-regolamentazione mondiale.

 

La cerchia della elite finanziaria mondiale

Qui si raggruppano e si ritrovano i responsabili delle istituzioni finanziarie internazionali e delle banche centrali, i dirigenti delle cosmo-multinazionali quotate, a fianco dei grandi speculatori ricchissimi.

Secondo i dati ONU, il 10 % della popolazione mondiale controlla l’85% delle ricchezze, e l’1 per cento ne controlla il 40%.  I grand commis di questa super-elites (Draghi, Christine Lagarde,  Padoa Schioppa,  Janet Yellen)  vi sono cooptati in quanto aderenti agli interessi della finanza.  Occorre che parlino inglese. Non occorre  che   siano intelligenti, come dimostrano Mario Monti e  Jean-Claude Trichet, le cui scelte economiche sono state rovinose e sbagliate persino secondo la dogmatica oligarchica.  Trichet che aumentò i tassi dell’euro quando  avrebbe dovuto calarli – un errore che precipitò e rese durevole la crisi 2008-2017 – aveva dichiarato, nel   prendere le sue funzioni  alla massima poltrona della BCE nel 2003: “I am not a Frenchman”: non sono francese, e lo disse in inglese. Ecco tutto ciò che serve.  Una ottima introduzione agli occhi della superclasse.

 

La cerchia (o meglio  il circo) mediatico

Si parta dalla constatazione che la elite di cui sopra possiede  sostanzialmente tutti i media mainstream in Occidente, quelli che “contano”. Spesso sono  imprese in perdita secca, ma servono alle elites per influenzare i decisori,  i politici nazionali e la popolazione votante. Udo Ufkotte, il giornalista della FAZ che ha  ammesso di essere nel libro-paga Cia come  tutti gli altri colleghi (ed è morto a 57 anni), ha spiegato l’essenziale: «Prima di tutto è necessario rendere autorevole il giornalista a libro paga, facendo riportare i suoi articoli, dandogli copertura internazionale e premiando i suoi libri. Molti premi letterari non sono che premi alla fedeltà  propagandistica […] In occasione della crisi libica del 2011, ha raccontato di come fu  imbeccato dai servizi germanici perché annunciasse sul suo giornale, come fosse un fatto assodato, che Gheddafi era in possesso di armi chimiche ed era pronto ad usarle contro il suo popolo inerme. […] Se invece si trasgredisce la linea filoatlantica le conseguenze sono altrettanto note: la perdita del lavoro, il triste isolamento professionale, persecuzioni”  giudiziarie.

I media hanno anche un’altra funzione importante: comandano l’accesso alla cultura, creando le reputazioni culturali.   Promuovono le rinomanze degli intellettuali   mediatici per farne dei “maitres à penser” di successo: tipicamente, in Francia,  i veri e propri direttori di opinione (Alain Minc e  Jacques Attali, che è anche banchiere), i reduci  come Cohn_Bendit ,   Bernard-Henry Lévy ed altri “nouveaux philosophes”  post-sessantottini,, nonché auguste banalità come Edgar Morin e Alain Touraine. In Italia, per la generazione precedente si pensi A  Elio Vittorini e Alberto Moravia (che nessuno ha letto più appena scomparsi, essendo venuta meno la pompa pubblicitaria che li indicava come genii),  per l’attuale Baricco e Saviano, singolari “maitres à penser”   palesemente a disagio con l’attività di pensare.   Il sistema mediatico che li incensa  fa  anche (soprattutto) da filtro contro l’emergere di intellettuali non-organici al sistema, bloccare l’originalità e le soluzioni intellettuali avanzati essenziale, ed è visibilissimo nel fatto che, sotto la superclasse, la cultura è stagnante, ripetitiva,  immobile;  praticamente contigua allo spettacolo, alla pornografia e alla pubblicità.

I divi  dello show business e le star di Hollywood costituiscono un prezioso mezzo di diffusione  prestigiosa dell’ideologia della superclasse, a cui del resto appartengono.  Lo si è visto chiaramente durante la campagna elettorale in Usa, quando  quasi l’intero star-system si è schierato  esplicitamente contro il Tycoon “populista” (o creduto tale).

 

La cerchia delle entità non governative

Fondazioni “culturali”, think tanks (“Serbatoi di pensiero”) sono centinaia, impossibile elencarle tutte. Dalle antiche Brookings Institution alla Rockefeller Foundations alla britannica Chatam House (Royal Institute  of International Affairs), dalla Bill & Melinda Gates Foundation, alla notoria Open Society di George Soros,  sono importantissimi centri-studi privati attraverso cui i miliardari influiscono sulla politica estera degli Stati Uniti e dell’Occidente.  Sono anche dette fondazioni senza scopo di lucro,  perché esentasse nel diritto anglosassone:  Rockefeller destina alla sua Rockefeller Foundation parte dei suoi profitti, che può quindi detrarre alla tassazione: un doppio vantaggio.   Solo per fare qualche caso: il Council on Foreign Relations,  pensatoio privato fondato nel 1921 dai Rockefeller e dai Warburg,  che unisce centinaia di esponenti del businesss americano, negli anni ’30 fu la centrale intellettuale che  portò Roosevelt ad entrare in guerra contro l’Asse. Più recentemente, le ebraicissime American Enterprise, il JINSA (Jewish Institute for National Security Affairs) e il PNAC (Project for a New American Century) hanno concretamente preso il comando del governo Bush jr., preparato l’11 Settembre, elaborato la “dottrina Wolfowitz” e scatenato la superpotenza nella destabilizzazione  di tutti i paesi islamici potenzialmente ostili ad Israele, passata mediaticamente come “guerra al terrorismo globale”. Dal Council on Foreign Relations dei Rockefeller sono filiati il Bilderberg  (una “bilaterale” che lega i  paesi europei alla NATO) e la Trilateral Commission (che unisce nei suoi consessi anche gli interessi privati giapponesi, oltre a quelli euro-americani).

La Open Society  Fundations di Soros è addirittura una rete di fondazioni “senza scopo di lucro” (dove il miliardario può investire parte dei suoi  profitti  sottraendoli al prelievo  fiscale)  che il  nostro eroe ha fondato nel 1976, con il dichiarato scopo di “favorire la transizione alla democrazia” dei paesi dell’ex Patto di Varsavia. Di fatto è stata istigatrice  di primavere colorate, e  promotrice di  legislazioni “avanzate” (aborti, eutanasia, droga depenalizzata) e sempre  per l’immigrazione senza limiti,  la fine  delle sovranità nazionali,  l’abolizione delle frontiere, il globalismo e i diritti omosessuali, insomma “i nostri valori”  (quando parla dei “nostri valori occidentali”,  la superclasse intende ovviamente i suoi).

Se le suddette Fondazioni operano  influenze “dall’alto”,  le ONG –  Organizzazioni Non Governative – fingono di agire “dal basso”, come create da  gruppi di cittadini normali che  vogliono  promuovere cause ecologiste (Greenpeace), umanitarie (Medecins sans Frontières),  animaliste, contro il riscaldamento globale, contro il nucleare,  cause sempre altamente morali;   sono difenditrici dei diritti umani – e  con ciò,   giustificano, e a volte consigliano volentieri gli interventi umanitari armati.  Sostanzialmente, chiedono dal basso le stesse “conquiste di civiltà” che le fondazioni esigono dall’alto, e che sono sempre i valori della superclasse: no  alle frontiere, mescolamento di popolazioni, libera circolazione di uomini e capitali, “diritti umani” conculcati  dalle sovranità  nazionali, eccetera.

L’Onu riconosce  almeno 1300 ONG: di fatto, l’ONU si fa suggerire da queste “formazioni di base”, questi comitati di cittadini disinteressati  che spontaneamente si uniscono,  le politiche globaliste che esso stesso vuol promuovere , e che sono la sua  ragion d’essere: Le Nazioni Unite  furono storicamente il primo organo per l’attuazione del governo mondiale.

Magari aiuterebbe porsi  la domanda: queste spontanee associazioni di cittadini  disinteressati, chi le paga? Lo scandalo (subito sepolto) delle ONG che affittano navi per portarci immigrati in Italia,  hanno  dato un inizio di risposta persino al grande pubblico.

Nel 2015,  il 56 per cento  gli investimenti “liberi” dei miliardari della superclasse sono stati destinati a quello che nella neolingua orwelliana si chiama “filantropia”, ossia a queste ONG umanitarie-ecologiche. Come mai? Perché le ONG sono un efficacissimo strumento per aggirare e scavalcare  la sovranità degli Stati, far avanzare la loro agenda globalista (con annesso diritto di ingerenza) e smantellare la regolamentazione politica degli Stati,  per così dire ‘a furor di popolo’; diciamo meglio, nella neolingua orwelliana, su richiesta “della società civile”. Concetto  più   politicamente corretto  (non evoca il “popolo”) e più utile.  Esempio: è  la “società civile” che chiede alla Boldrini di  mettere fine alle “fake news” sul web.

 

La cerchia di Stato

Pensiamo a Mario Draghi, prima   funzionario al Tesoro, poi  – dopo la visita sul Britannia per la svendita dei gioielli IRI – promosso a Goldman Sachs e poi alla Banca Centrale:  è un esempio preclaro di grand commis, tecnocrati dell’apparato pubblico  e altissimi funzionari dello Stato – o  prestati alla politica –   che hanno tradito lo Stato di provenienza per operare a favore dei miliardari privati, e quindi entrare nella superclasse, accedere ai suoi emolumenti e ai suoi privilegi e al suo potere.  Pensiamo a Prodi, a Ciampi, Beniamino Andreatta, a Enrico Letta, a Padoa Schioppa: storie simili.

Dovunque sono stati questi tecnocrati, magari prestati alla politica temporaneamente  con la scusa di una crisi finanziaria che giustificava l’emergenza, a operare  in ogni Stato  il “divorzio fra Tesoro e Banca centrale” – ossia il calmiere sui tassi sul debito pubblico – che ha gettato il debito pubblico sui “mercati”,  abbandonandoli cioè alla speculazione selvaggia, facendo salire  i tassi  secondo il giudizio  che “i mercati” (ossia la superclasse finanziaria) dava delle politiche   di un certo stato: la massima privatizzazione dei profitti da interessi usurari che sia mai stata osata nella storia.

In Francia naturalmente, dove nacque Jean Monnet, questo tipo di cooptazione è più antico. La rottura dell’identità nazionale  dei grand commis risale addirittura al 1972, quando una legge (Legge Pleven) assimilò  il tenere in conto l’identità  nazionale ad una discriminazione comparabile al razzismo…

Ne sono seguite:

la rottura della sovranità nazionale col trasferimento della sovranità monetaria, e poi di bilancio, prima ai ”mercati”  poi alla BCE e alla UE. Rottura col consenso popolare: nonostante il NO francese per referendum al trattato di Costituzione Europea nel 2005, è stato imposto il Trattato di Lisbona nel 2009, che ha liquidato ogni “preferenza europea” e disciolto una potenza industriale di 500 milioni di  cittadini alla concorrenza coi salari mondiali, la devastazione chiama de-industrializzaizone. Ormai abituata a dominare in questo modo, la superclasse nel 2015,  provocata artificialmente la “crisi migratoria”, ha imposto  ad ogni paese – per diktat germanico – quote di clandestini da ammettere, senza mai consultare le cittadinanze autonome. D’altra parte,  tenere  in conto della  nazionalità d’origine, come del sesso e genere (LGBT)  è  già diventato un crimine di discriminazione razziale, sessuale, religiosa… Guai, come ha fatto Orban, a  dirsi disposto ad accogliere cristiani siriani..

(continua)

Macron e Jacques Attali  alla riunione del Bilderberg a Copenhagen, giugno 2014.  Lì Attali ha presentato il suo giovane protetto a quelli che contano.

E lì probabilmente è  stata architettata la  strategia per fare del giovanotto il candidato sintetico al silicone,  visto che il loro Hollande stava rovinando nei sondaggi e diventava impresentabile alle elezioni il  partito detto “socialista”.

Dovrà diventare “il campione del pop-futurismo, trasformare i francesi nei nomadi ideali alla Attali: una classe di precari che ha acquisito qualche competenza e un inglese passabile, ma, ma manca di impiego stabile, di una professione affidabile, di un vero salario e di un avvenire” (The Saker): insomma esattamente quel che aveva preconizzato la Boldrini nello stesso anno: “I migranti sono l’avanguardia della globalizzazione, ci offrono uno stile di vita che presto sarà molto diffuso per moltissimi di noi,  perché nell’era globale tutto si muove. Si muovono i capitali.  Si muovono le merci.  Si muovono le notizie.  Si muovono gli esseri umani”. O come auspica  il filosofo post-hegeliano materialista Alain Badiou, i migranti ci devono insegnare a diventare migranti noi stessi, stranieri in casa nostra, per “non rimanere prigionieri di questa lunga storia occidentale e bianca che volge  al termine”.

Eric de Rotschild accompagna Macron al memoriale della Shoah, 30 aprile

Adesso vediamo che  la grandissima maggioranza dei francesi ha detto sì a questo progetto.   Attorno a Macron s’è formato, ed è grandissimo, “il partito unico della mondializzazione felice, dell’Europa post-nazionale, dell’ideologia diversitaria” (Mathieu Bock-Coté), quella   per cui nozze gay,  invasione di immigrati, eutanasia, insegnamento del gender  negli asili,  utero in affitto e cambi di sesso sono Il Progresso. Un partito unico che crede che solo una politica è possibile (“Più Europa, più Global, più NATO,  più finanza, più disuguaglianza”),   e le sue finalità indiscutibili; che unisce le elites favorite e i lumpen delle banlieues, non tanto disoccupai quanto in occupabili. 


Media, pensiero unico per il partito unico

Che vi devo dire: se gli piace così…e non solo ai francesi, ma agli europei. Di una  cosa sono certo: il totalitarismo che comincia e serrerà le  viti dei suoi ceppi sui nostri colli e sulle nostre caviglie, che ci multerà per opinioni scorrette (che punirà  come fake news), ci getterà nelle guerre neocon, ci  ridurrà in ulteriore miseria – questo regime oligarchico basato su aberrazioni civili e morali,  mortuarie e  sessuali,  è così contrario alla natura, al senso comune  e alla grazia,  da essere insostenibile. Come il marx-leninismo staliniano,  imploderà per le sue contraddizioni,  dopo  aver oppresso  e  obbligato a vivere nella menzogna. Voglio sperare duri meno dell’altro GuLag – perché fu incredibile cosa sopportarono allora i soggetti, e  la passività, stupidità  e viltà  delle masse  in Europa oggi mi sembra più profonda e maggiore di quella.

Il campo opposto, quello che chiamano “populista”, sovranista, sconfitto, ha un problema di leadership. In Francia come in Italia  e negli  altri paesi, ed  è questa mancanza che  può prolungare l’oppressione. Ma avremo tempo   di  pensarci: cinque anni di oppressione, forse dieci, sono davanti a noi.

L’establishment spara (sui propri piedi) le ultime cartucce:
gli assalti della magistratura

Il finale di partita si avvicina e gli ultimi minuti scivolano via portandosi con sé anche regole, convenzioni ed etichette: il gioco si incattivisce, i falli diventano più marcati e la volontà di “aggiustare” il risultato sempre più palese. È uno spettacolo poco edificante, che indebolisce ulteriormente l’istituto della democrazia già piuttosto malconcio, ma non certo sorprendente: dopo la lunga e sanguinosa scia di attentati gestiti dalla DGSE che ha inaugurato con largo anticipo le presidenziali francesi (le prime a svolgersi in pieno stato d’emergenza dai tempi della guerra in Algeria) ed episodi sintomatici come l’omicidio della deputata Jo Cox, era scontato che l’establishment euro-atlantico desse fondo al suo arsenale in vista delle cruciali consultazioni del 2017.

Sta infatti per entrare nel vivo “l’anno della frattura”, con le legislative che si svolgeranno il 15 marzo in Olanda: se il Partito della Libertà di Geert Wilders dovesse affermarsi come prima forza politica, sarebbe l’inizio di quell’onda che, ingrossandosi elezione dopo elezione, sommergerà l’Europa, trascinando via con sél’euro e le istituzioni di Bruxelles. Di fronte a questa marea “populista”, l’oligarchia euro-atlantica, sempre più arroccata ed inquieta, spara le ultime cartucce: perso il controllo della politica con la scomparsa della fittizia dialettica tra socialisti e popolari e l’emergere del reale scontro tra “mondialisti” e “sovranisti”, persa la capacità di influenzare l’opinione pubblica con la completa esautorazione dei media, perso in sostanza il controllo della democrazia, non le resta che intervenire a gamba tesa nell’agone politico, azzoppando questo o quel candidato. Come? Ricorrendo al già rodato strumento delle inchieste giudiziarie, anche a costo di logorare definitivamente il potere giudiziario ed alimentare ancora di più lo sfaldamento delle istituzioni democratiche.

La spudoratezza con cui la magistratura sta intervenendo sulla scena politica in queste settimane è sintomo della crisi ormai irreversibile in cui versa il sistema: la giustizia ad orologeria è così maldestra e volgare che parlare di “complotti” è persino superfluo, come è ridicola quella stampa che tenta di negare l’evidenza (si veda, a questo proposito, l’editoriale di Lucia AnnunziataLa nemesi del complotto” pubblicato sull’Huffington Post il 4 marzo). Non solo però le manovre della magistratura non sortiscono gli effetti sperati, ma addirittura producono esiti opposti. Verrebbe allora da dire: lasciamoli fare! Lasciamo che sguinzaglino la magistratura in Francia come in Italia, perché così accelerano la loro fine: più i tribunali intervengono fallosamente nella campagna elettorale e maggiore sarà l’impeto dei populisti nelle urne.

L’effetto boomerang della giustizia a orologeria è evidente in Francia, dove la frenetica attività del circuito mediatico-giudiziario ha impresso nuovo slancio alla “populista” Marine Le Pen, sempre più vicina all’Eliseo proprio grazie alle schizofreniche manovre della magistratura.

Se l’iter democratico avesse seguito il suo corso naturale la vittoria del Front National non sarebbe stata facile: si prefigurava un ballottaggio tutto a destra dello schieramento politico, tra Marine Le Pen ed il candidato dei repubblicani, François Fillon. Si presentava però un problema: Fillon è considerato un“filorusso” ed il suo nome è emerso alle primarie contro ogni previsione ed auspicio, perché il candidato su cui puntava l’establishment era l’europeista e filo-atlantico Alain Juppé. Anziché lasciare che la campagna elettorale proceda sui suoi naturali binari, si sceglie così di azzoppare il candidato dei repubblicani. Parallelamente si lancia un terzo candidato, centrista e slegato dai vecchi partiti, con l’obiettivo di contrapporlo a Marine Le Pen al ballottaggio del 7 maggio: è l’ex-banchiere di Rothschild ed ex-pupillo di Jacques Attali, Emmanuel Macron, già ministro dell’Economia sotto la presidenza di Hollande.

Contro François Fillon si mette quindi in moto la solita macchina del fango: a gennaio il settimanale satirico“Le Canard Enchainé” accusa la moglie di aver usufruito per anni di un impiego fittizio al Parlamento e prontamente la procura di Parigi apre un’inchiesta per appropriazione indebita e abuso di ufficio, avviando le prime perquisizioni negli uffici dell’Assemblea nazionale. Fillon è sottoposto ad un violentissimo fuoco mediatico nella speranza che getti la spugna: fallito il primo assalto, ai primi di marzo la magistratura torna alla carica, spostando le perquisizioni dal Parlamento alla sua abitazione privata. Complice anche la diffusione di sondaggi sempre più neri3 e la defezione di un numero crescente di notabili del partito, si cerca di mettere il “filorusso” Fillon nell’angolo e reinsediare quel Juppé uscito sconfitto dalle primarie: solo con cui, assicurano i media di centro-destra, è possibile conquistare l’Eliseo. Fillon però non demorde: parla esplicitamente di “assassinio politico” e, per disinnescare le manovre di Palazzo, mobilita la propria base che invade il Trocadero il 5 marzo. “En appelant au rassemblement du Trocadéro, Fillon franchit la barrière qui le séparait du populisme” scrive scandalizzato Le Monde: Fillon ha imboccato la pericolosa strada del populismo, appellandosi direttamente al popolo contro la magistratura.

La necessità di defenestrare Fillon in piena campagna elettorale, quando mancano ormai meno di due mesi alle presidenziali, nasce quasi certamente dalla costatazione che il candidato centrista, l’ex-banchiere di Rothschild Emmanuel Macron, non dispone di quel vantaggio che i sondaggi gli attribuiscono ossessivamente: creato in laboratorio ed espressione degli stessi poteri finanziari che a suo tempo si raccolsero dietro Matteo Renzi, Macron non ha nessuna certezza di accedere al ballottaggio, nonostante la martellante campagna di media a suo favore e la complicità degli istituti demoscopici. Ne deriva quindi l’urgenza di segare le gambe a Fillon e di installare ai vertici del partito repubblicano un candidato su cui l’establishment possa fare pieno affidamento.

L’intera operazione mediatico-giudiziaria si profila però come un clamoroso autogol per il sistema: è vero infatti che anche il Front National è oggetto delle inchieste della magistratura francese per un’analoga vicenda di rimborsi fittizi al Parlamento di Strasburgo, ma non c’è alcun dubbio che sia proprio Marine Le Pen la principale beneficiaria delle faide che stanno dilaniando il centro-destra. Dimezzato dalle inchieste, abbandonato da buona parte del suo stesso partito, concentrato sulla difesa di se stesso anziché sul programma elettorale, sottoposto all’infamante convocazione dei giudici a poco più di un mese dal primo turno, François Fillon, se anche dovesse salvare la sua candidatura all’Eliseo, arriverebbe comunque esausto alle elezioni: peggio ancora sarebbe se fosse costretto a gettare la spugna ed il partito repubblicano ripiegasse su un “piano B” a poche settimane dal voto.

La strategia degli assalti giudiziari, che tante soddisfazioni ha regalato durante questi ultimi 70 anni di “democrazia liberale” (si pensi ad esempio a Tangentopoli ed all’eliminazione violenta della Prima Repubblica), rischia di costare così carissimo all’oligarchia euro-atlantica, a riprova di un sistema consunto e decrepito, ormai incapace di leggere la realtà: è la stessa élite che aveva puntato tutto su Matteo Renzi ed aveva concepito per lui, con scarsa lungimiranza e molta alienazione dal contesto sociale ed economico, unpercorso di riforme costituzionali in chiave super-maggioritaria, poi conclusosi col disastroso referendum del 4 dicembre scorso e la conseguente caduta in disgrazia del premier.

Già, l’ex-premier Matteo Renzi: incensato dai media, decantato dalla cancelliere estere, gonfiato da sondaggi artificiali simili a quelli che oggi proiettano Emmanuel Macron all’Eliseo, il presidente del Consiglio ha commesso l’errore di credere alla propria propaganda. Ha creduto, in sostanza, di essere un politico di razza, accidentalmente infortunatosi il 4 dicembre 2016: come se fosse l’artefice delle proprie fortune, il protagonista di una scalata in solitaria dalla provincia di Firenze a Palazzo Chigi, e non fosse stato accompagnato alla presidenza del Consiglio mano nella mano da quegli stessi poteri che gli hanno poi dettato l’agenda.

Con l’invito a votare “no” al referendum, The Economist e con cui lui l’oligarchia atlantica avevano già scaricato il premier, considerato ormai come una causa persa: la priorità è assicurare la stabilità del governo, scongiurare cioè a qualsiasi costo le elezioni anticipate così da non turbare i delicatissimi appuntamenti elettorali in Francia e Germania. Se l’ex-premier avesse prestato più attenzione alla parole diGiorgio Napolitano e Sergio Mattarella, i massimi rappresentanti italiani dell’oligarchia atlantica, avrebbe avuto un’altra conferma dell’ostilità a qualsiasi ipotesi di interruzione prematura della legislatura: conscio che ogni giorno del governo Gentiloni equivale ad un’erosione di consensi e convinto di disporre di una certa autonomia, Renzi però scalpita. Ai primi di febbraio si parla apertamente di elezioni entro l’estate. Immediatamente il differenziale tra Btp e Bund rialza la testa e Massimo D’Alema profetizza: “Siamo seduti su una polveriera, se si vota ora lo spread va a 400”. Più chiaro di così è impossibile.

Come neutralizzare definitivamente Renzi e le sue velleità di elezioni anticipate? Ricorrendo come in Francia alla solita magistratura. Con la riapertura dell’inchiesta Consip ferma da mesi, si mettono nel mirino il padre dell’ex-premier ed il suo braccio destro, l’ex-sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Luca Lotti, lasciando che il solito Gruppo l’Espresso lanci sinistri messaggi: “Inchiesta Consip, una domanda a Matteo Renzi: fu tutto a sua insaputa?”. Gli stessi poteri che nel febbraio 2014 crearono il mito del “premier rottamatore” a distanza di tre anni decidono di annientarlo ed i giornali di Carlo De Benedetti, che ruotano sempre attorno allo stesso sole, sia adeguano prontamente alla linea.

Come nel caso francese, la manovra mediatico-giudiziaria ai danni di Renzi si profila però come un clamoroso boomerang: infangare l’ex-premier a suo tempo presentato come “l’ultima salvezza dell’élite italiana”, trascinare fino al 2018 l’effimero governo Gentiloni, lasciare marcire il Paese in un clima di abbandono e lacerante attesa, non farà che alimentare ulteriormente le spinte anti-sistema, pronte ad tracimare alle prossime elezioni.

Ma in fondo all’oligarchia euro-atlantica forse neppure interessa: “l’anno della frattura” è vissuto in funzione delle presidenziali francesi e davanti alla vittoria di Marine Le Pen tutto il resto passerà in secondo piano, comprese le sorti del governo Gentiloni e dell’Italia.

 

tratto da Wikipedia

Il ciclo di Frenkel (noto anche come ciclo di Frenkel-Neftçi) è una teoria dell’economista argentino Roberto Frenkel che descrive ciò che avviene quando un Paese economicamente meno sviluppato si aggancia alla valuta di un’area più forte in assenza di interventi politici che compensino gli squilibri: quindi una situazione di area valutaria ottimale inefficiente o non ottimale.

Il modello, inizialmente formulato con riferimento alla dollarizzazione dell’Argentina (e alla seguente crisi economica argentina) durata fino al 2001, viene ora talvolta citato per spiegare la crisi in corso in Europa in seguito all’adozione dell’euro.

Il ciclo si svolge in sette fasi:

  1. Il Paese accettando l’unione monetaria, liberalizza i movimenti di capitale.
  2. Affluiscono i capitali esteri, che trovano conveniente investire in un Paese dove i tassi di interesse sono più alti, ma è venuto meno il rischio di cambio.
  3. Il flusso di liquidità fa crescere consumi e investimenti, quindi crescono Pil e occupazione.
  4. Tuttavia aumentano anche l’inflazione e il debito privato; l’inflazione causa una progressiva perdita di competitività in mancanza di una svalutazione della valuta, a causa del cambio fisso, e un deficit crescente nella bilancia dei pagamenti e nelle partite correnti del Paese. Si creano inoltre bolle azionarie e immobiliari.
  5. Un evento casuale crea panico tra gli investitori stranieri, che arrestano i finanziamenti e chiedono un ritorno immediato del credito concesso.
  6. Inizia la crisi: si innesca un circolo vizioso tra fallimenti di aziende, aumento della disoccupazione, calo del Pil e aumento del debito pubblico. Il governo taglia la spesa pubblica o aumenta le tasse, aggravando la recessione.
  7. Il Paese è costretto ad abbandonare il cambio fisso e a svalutare.

La conclusione naturale del processo è l’uscita dal regime di cambi fissi tra le due monete.

 

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Gli Impunibili
Gli Impunibili

 

Per fortuna ha suscitato obiezioni persino nei mainstream media la proposta di  Pitruzzella. Costui, Giovanni Pitruzzella, all’insaputa della maggioranza degli italiani, è una “authority”. Più precisamente, è a capo dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, popolarmente detta “Antitrust”.  Secondo Wiki, i compiti istituzionali di Pitruzzella in quanto authority   sono: “vigilanza contro gli abusi di posizione dominante, vigilanza di intese e/o cartelli che possono risultare lesivi  per la concorrenza, controllo delle operazioni di concentrazione (fusione o take-over) comunicate all’Autorità, che ne valuterà l’impatto sul mercato, tutela del consumatore, in materia di pratiche commerciali scorrette, clausole vessatorie e pubblicità ingannevole, valutazione e sanzionamento dei casi di conflitto d’interesse dei componenti del Governo.”.

Ciò, dal 2011.  Per quanto la memoria si sforzi, non riesce ad evocare qualunque intervento del sullodato che abbia lasciato una traccia nella vita civile.

Adesso invece ha dato segno di vita. Si è  fatto intervistare nientemeno che dal Financial Times, per proporre la censura  su Internet  dei blog alternativi. A  livello europeo.

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2016-12-30/pitruzzella-antitrust-propone-network-europeo-anti-bufale-grillo-attacca-nuova-inquisizione–174117.shtml?uuid=ADBcUFNC

I blog  sono pieni di notizie che, non essendo autorizzate, sono per definizione false, fake news. E siccome tendono a  mostrare che nel Sistema c’è chi guadagna e ne approfitta a danno di chi ci perde e viene sfruttato, esse  sono “discorsi d’odio”.  Già  una delle nostri istituzioni più alte, detta Boldrini,  ha espresso  la volontà di sopprimere tali notizie. Naturalmente ispirata dal modello di tutti i progressisti, il presidente Obama, che dopo la mancata elezione di Hillary Clinton s’è premurato di emanare  la “Direttiva per contrastare la Disinformazione e la Propaganda“; infatti è noto che se la Clinton ha perso, è solo perché gli elettori, invece della CNN, hanno creduto ai blogger e le loro “bufale” (tipo il Pizzagate?) oltre che agli hacker di Putin. In Inghilterra,   c’è stato  il voto pro-Brexit, nonostante le direttive dei media. In Germania e Francia si vota fra  qualche mese, e anche lì lo status quo burocratico è minacciato  dai blog che mandano  fake news. La Post-verità in politica è uno dei motori del populismo ed è una delle minacce per le nostre democrazie” ha detto Pitruzzella al FT.

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BREVE DIGRESSIONE SUL DENARO
di  gabriele galeotti
 

Solo se il denaro piovesse dal cielo, forse, sarebbe giusto attribuire ad esso l’importanza che ha.

In quel caso, infatti, si tratterebbe di una “concessione divina”, da prendere per come viene e senza poter fare nulla per modificarla.

Certo, l’uomo tenderebbe a trasferirsi nelle regioni più “piovose” del continente e sarebbe diffusa la pratica della danza della pioggia.

Ma così non è e il denaro non è altro che un’invenzione.

Una squallida e vile invenzione dell’uomo, andatasi legittimando nel tempo a vantaggio di alcuni (le banche e i potenti) e non di altri (i popoli).

Un bluff di fronte al quale, suo malgrado, benché sia una sua stessa opera, l’uomo è costretto a prostrarsi.

Era una volta che gli Stati mantenevano a sé la sovranità monetaria e gestivano il denaro in ragione delle proprie necessità!!!

Così come andavano ad emettere il denaro in ragione della propria “riserva aurea” disponibile, ovvero di quel capitale in metallo prezioso [blindato nelle casseforti di Stato] a garanzia del valore attribuito (in maniera fittizia) alle monete e alle banconote emesse, non più realizzate con esso (e quindi senza valore materiale). 

Oggi non è più così; oggi non c’è più nulla di razionale nell’emissione del denaro.

Così diceva Abraham Lincoln, sedicesimo presidente degli Stati Uniti: “Ogni governo può creare, emettere e far circolare tutta la valuta ed il credito necessari per soddisfare le proprie necessità di spesa ed il potere d’acquisto dei consumatori”. 

Negli Stati Uniti, i banchieri internazionali avevano combattuto per un secolo per ottenere il diritto esclusivo all’emissione monetaria da scambiare col debito pubblico: ci riuscirono finalmente nel 1913 con l’istituzione della Federal Reserve.

Questa legge autorizzava un cartello privato a creare moneta dal nulla e a prestarla ad usura (interesse) al governo statunitense, controllandone la quantità che il cartello poteva espandere o diminuire a piacere.

Per questo Abraham Lincoln volle togliere ai banchieri privati il monopolio dell’emissione e del controllo monetario ed emise una banconota di stato [il famoso “verdone”]: poco dopo venne brutalmente assassinato sugli spalti di un teatro.

Nel Medioevo, sia nell’Europa Occidentale sia nel mondo Islamico, andò affermandosi il bimetallismo: le monete auree (che venivano spesso tesaurizzate) erano quelle di maggior valore e le monete d’argento, di valore intermedio, erano utilizzate per le grandi transazioni commerciali; c’erano poi anche quelle di rame [e/o mistura], usate principalmente per il commercio al dettaglio.

Lo stato, anche in ragione della scoperta di nuovi giacimenti, stabiliva il rapporto di scambio fra oro ed argento [che, solitamente, oscillava fra 1:10 ed 1:12].

In epoca rinascimentale, coloro che disponevano di metallo prezioso potevano portarlo alla zecca (gestita da chi esercitava il potere politico) per farne moneta; la zecca tratteneva parte delle monete coniate per le spese di coniazione e come diritto di “signoraggio”.

Sta di fatto che il valore delle monete era pressoché coincidente con quello (almeno localmente riconosciuto) del metallo con cui erano state coniate.

 

 

 

 

Situata nello Stato del New Hampshire, Bretton Woods è una località, dipendente dal comune di Carroll, circondata dalla Foresta Nazionale delle White Mountains. Qui si trova il Mount Washington Hotel, l’albergo in cui, dal 1 al 22 luglio 1944, si svolse la Conferenza di Bretton Woods che portò alla creazione della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale (FMI).

 

Quando si parla di Bretton Woods, inevitabilmente, il pensiero corre al sistema di regolazione dei cambi internazionali che ha caratterizzato il periodo compreso tra la fine del secondo dopoguerra e il 1971, data in cui il sistema venne abbandonato. Durante la conferenza di Bretton Woods furono presi gli accordi che diedero vita ad un sistema di regole e procedure volte a regolare la politica monetaria internazionale con l’obiettivo di governare i futuri rapporti economici e finanziari, impedendo di ritornare alla situazione che diede vita al secondo conflitto mondiale. Secondo gli storici tra le cause della guerra infatti andavano, infatti, conteggiate anche le diffuse pratiche protezionistiche, le svalutazioni dei tassi di cambio per ragioni competitive e la scarsa collaborazione tra i paesi in materia di politiche monetarie.

 

I due principali compiti della conferenza furono perciò quelli di creare le condizioni per una stabilizzazione dei tassi di cambi rispetto al dollaro (eletto a valuta principale) ed eliminare le condizioni di squilibrio determinate dai pagamenti internazionali (tale compito fu affidato al FMI). Bretton Woods istitui, per il raggiungimento del secondo fine, il Fondo Monetario Internazionale e la Banca internazionale per la ricostruzione e lo sviluppo (Banca mondiale), due importanti istituzioni esistenti ancora oggi che diventarono operative nel 1946. Gli accordi Dei due progetti presentati, quelli di Harry Dexter White, delegato USA e di John Maynard Keynes, delegato inglese, fu scelto il primo. Secondo il sistema definito da Bretton Woods il dollaro era l’unica valuta convertibile in oro in base al cambio di 35 dollari contro un oncia del metallo prezioso. Il dollaro poi venne poi eletto valuta di riferimento per gli scambi.

 

Alle altre valute erano consentite solo oscillazioni limitate in un regime di cambi fissi a parità centrale. Il ruolo dell’FMI L’istituzione creata con l’obiettivo di vigilare alle nuove regole e al sistema dei pagamenti internazionali fu per l’appunto il Fondo Monetario Internazionale. Inzialmente il numero di paesi aderenti al FMI era ridotto. Per aderire ogni Stato doveva versare una quota in oro e una in valuta nazionale sulla base delle quali veniva deciso il suo peso decisionale. L’obiettivo del Fondo inizialmente era quello controllare la liquidità internazionale e coadiuvare i vari paesi nel caso di difficoltà nella bilancia dei pagamenti. La fine di Bretton Woods e il nuovo ruolo dell’FMI La guerra del Vietnam, il forte aumento della spesa pubblica e del debito americano segnarono la fine del sistema istituito a Bretton Woods.

 

Il 15 agosto 1971, a Camp David, Richard Nixon, sospese la convertibilità del dollaro in oro, in quanto, con le crescenti richieste di conversione in oro le riserve americane si stavano sempre più assottigliando.

 

Il dicembre del 1971 segnò l’abbandono degli accordi di Bretton Woods da parte dei membri del G10 (il gruppo dei dieci paesi formato da Germania, Belgio, Canada, Stati Uniti, Francia, Italia, Giappone, Paesi Bassi, Regno Unito, Svezia). Con lo Smithsonian Agreement il dollaro venne svalutato e si diede il via alla fluttuazione dei cambi. Tuttavia le istituzioni create a Bretton Woods sopravvissero ma si trovarono a ridefinire priorità e obiettivi. In particolare, il FMI con la caduta di Bretton Woods ha visto di fatto cambiare il proprio ruolo di sorveglianza. Venuto meno con i cambi flessibili e l’abbandono dello standard aureo la necessità di gestire la liquidità internazionale, l’attenzione del FMI è stata portata sulle politiche macroeconomiche interne perseguite dai membri e sugli elementi strutturali dei loro mercati.

 

Venne data priorità all’obiettivo di finanziamento degli squilibri della bilancia dei pagamenti dei paesi in via di sviluppo trasformando il FMI da prestatore a breve termine a prestatore a lungo termine. Il FMI si trovava quindi investito del compito effettuare prestiti vincolati al rispetto di specifiche condizioni e a piani di rigorosa stabilizzazione macroeconomica. Una funzione che il FMI mantiene ancora oggi come dimostrano i recenti sviluppi collegati alla crisi dell’Euro che vedono il Fondo prestatore di prima istanza insieme all’Ue con i recenti piani di salvataggio di Grecia, Irlanda e Portogallo.

 

 

 

Nel 1971, dunque, le dieci più grandi potenze del mondo accettarono, la proposta nord americana di svalutare il dollaro, di permettere la fluttuazione delle monete grazie a un sistema di cambi flessibili e a una sostanziale scomparsa dell’ oro come ultimo riferimento simbolico del valore monetario.

 

Dopo il 1971 e la fine di Bretton Woods, il nulla: il mondo ha continuato ad avere una potenza egemone ma senza un accordo internazionale che ne razionalizzasse l’egemonia, ponendo così le basi per un disordine internazionale che ora è sotto i nostri occhi e che solo questa enorme crisi finanziaria ed economica mondiale pone all’ ordine del giorno stimolando una nuova cooperazione.

 


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