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tratto da “La Nazione” del 23.02.2015

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Angiolo (o Agnolo) di Ventura è stato un importante architetto e scultore senese, attivo in Toscana nella prima metà del Trecento.

Si hanno sue notizie solo a partire dal 1311 e la sua morte sarebbe avvenuta successivamente al 1349.

Il Vasari lo cita nelle “Vite” – insieme ad Agostino di Giovanni – nella biografia dal titolo: “Agnolo e Agostino”.

Dai pochi documenti che lo menzionano, risulta che nel 1329 riscosse un pagamento per alcuni lavori compiuti nel Campo di Siena [“in pede porte Salarie”].

Insieme al collega Agostino di Giovanni, nel 1325, infatti, aveva disegnato la torre del Palazzo Pubblico, meglio nota come Torre del Mangia.

Nel 1333, invece, assieme ad altri undici maestri, fece parte dello “staff tecnico” a cui fu richiesto un rapporto sui lavori di ampliamento del Duomo verso Vallepiatta.  

Fu anche architetto militare, attività svolta [forse] anche a Siena con i progetti per la Porta di Sant’Agata (1325) e la Porta Nuova, oggi Porta Romana (1327).

Nel 1334, con Guido di Pace e Meo di Rinaldo, si occupò dell’edificazione del Cassero di Grosseto. 

Due anni dopo, nel 1336, insieme a Domenico di Giovanni, Romeo Pepi e Giovanni Alberti, partecipò alla costruzione della fortezza di Massa Marittima: quest’ultima notizia è del 31 gennaio 1349, allorché egli figurò in Siena come testimone in un atto di vendita.

In particolare, Angiolo di Ventura – ovvero, semplicemente, l’Agnolo – sarebbe l’architetto al quale si deve il progetto del maestoso Arco [con una corda di 21,70 metri ed una freccia di 7 metri] col quale si intese collegare la Torre del Candeliere alle Mura Senesi.

È probabile che egli, pur ricordato principalmente come architetto, possa identificarsi anche con quell’Angelo da Siena che, nel 1330, insieme ad Agostino di Giovanni, scolpì il monumento Tarlati ad Arezzo; tale identificazione, proposta da Milanesi (1854) sulla scorta di Vasari (che, peraltro, attribuisce a Giotto il disegno del monumento), è accettata da pressoché tutta la maggiore critica.

Il cenotafio del Vescovo e Signore di Arezzo, Guido Tarlati (+1327), situato nel duomo e completato nel 1330 [Hoc opus fecit magister Augustinus et magister Angelus de Senis MCCCXXX], resta l’unica sua opera firmata e datata.

Tra le sculture assegnate al Maestro senese, soltanto le sette formelle dei due altari dei Santi Ottaviano e Regolo (1320 ca.), già nel duomo di Volterra (oggi nel Museo Diocesano di Arte Sacra), trovano concorde la critica.

Delle altre attribuzioni (Vasari, Le Vite – Venturi, 1904 – Valentiner, 1925), molte oggi rifiutate, sono da menzionare – restando dubbie le ipotesi attributive – il sepolcro del Vescovo Ranieri degli Ubertini (+1301) in San Domenico ad Arezzo (Valentiner, 1927) e le statuette di apostoli e profeti nel duomo di Massa Marittima (Carli, 1946), queste ultime avvicinate spesso e più ragionevolmente all’arte di Goro di Gregorio.

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CHIUNQUE AVESSE LA NOSTRA RICCHEZZA ARTISTICA
SAPREBBE VALORIZZARLA MEGLIO DI NOI

Ne è un esempio il prezioso dipinto tardomedievale
presso la Fonte dell’Abbondanza
 

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Nel 1999, presso la Fonte dell’Abbondanza in Massa Marittima, è stata rinvenuta una preziosa testimonianza pittorica risalente alla metà del Tredicesimo secolo.

Il Murale, comunemente detto “Albero della Fecondità”, è stato oggetto di approfonditi studi e sembra assurgere al ruolo di “unicum” nel pur vasto panorama artistico medioevale italiano.

Il Comune di Massa Marittima, di concerto con la Soprintendenza di Siena, ma in forme alquanto discutibili, ne ha promosso il restauro e dal 6 Agosto 2011, dopo lunghi anni, è tornato pubblicamente visibile.

Ma, poco dopo la fine del più recente intervento conservativo, esaminate doverosamente le risultanze di esso, giunsi alla conclusione che le operazioni di restauro non erano state condotte nella maniera più opportuna.

Numerose porzioni del Murale, infatti, erano state ridipinte arbitrariamente, senza alcun rispetto dei caratteri artistici originali dell’Opera.

Ai miei occhi, l’autenticità del Murale risultava FORTEMENTE PREGIUDICATA da una campagna di restauro (parlo dell’aspetto integrativo) affrettata e irrispettosa.

Diligentemente, dunque, intesi rappresentare le mie perplessità al Ministero competente.

La Soprintendenza, però, mesi dopo, ebbe a comunicarmi di aver effettuato i doverosi controlli sulle modalità di esecuzione dell’intervento e di avere anche promosso un sopralluogo da parte dell’Istituto Centrale di Restauro di Roma (dicesi eseguito il 15.02.2012).

Manco a dirlo, tutto risultava a posto: le operazioni erano state condotte correttamente, lo stato del Murale era buono e nulla ne aveva recato pregiudizio.

La questione fu liquidata con un laconico «Le operazioni di restauro eseguite sull’Albero della Fecondità risultano sostanzialmente corrette».

Peccato che tali controlli furono fatti SENZA MINIMAMENTE DARMENE CENNO così come SENZA AVERMI CHIESTO, preliminarmente, i doverosi chiarimenti nel merito delle mie rimostranze.

E, più che tutto, nonostante le reiterate richieste, SENZA PERMETTERMI DI ESPORRE LA MIA POSIZIONE E SENZA NEMMENO AVER ACQUISITO IL MATERIALE FOTOGRAFICO SU CUI SI FONDAVANO LE MIE RAGIONI (che mi richiesero solo successivamente all’essersi espressi).  

Ciò proprio quando [anche attraverso spot televisivi] si sbandierava la tanto decantata necessità che i Cittadini collaborassero con le Istituzioni.

Bene, io ho cercato di farlo ma NON ho avuto riscontro, se non risposte letteralmente umilianti, tese unicamente a travisare la realtà dei fatti e a negare l’evidenza.

Evidentemente, le Istituzioni accettano solo la collaborazione che ne esalta le gesta e rifuggono quella che mette in evidenza eventuali errori commessi.

Cupola Brunelleschi disegno 05

 

Nel 2017 ricorrevano i 700 anni dalla coniazione delle monete battute dal Libero Comune di Massa di Maremma: il Denaro Piccolo (o Pìcciolo) e il Grosso da 20 denari.

La Zecca fu operativa solamente per poco più di due anni, dal 1317 al 1319, e aveva sede nella palazzina – allora di proprietà pubblica, poi appartenuta alla famiglia dei Conti Alberti di Monterotondo – che si apre sull’attuale Via Norma Parenti e che oggi, in parte, ospita la Sede della Società dei Terzieri.

Con la dominazione Senese su Massa [dal 1336], l’edificio divenne proprietà dei Conti di Sassetta (un ramo dell’importante famiglia Gherardesca) che ne fecero una propria prestigiosa residenza privata.

Questi ultimi, nel 1401, dovettero cedere alle pressioni della Curia che volle acquistare il fabbricato per ampliare il Palazzo Vescovile, trasferito forzosamente nell’adiacente Palazzina dei Conti di Biserno [che si affaccia sulla Piazza del Duomo] dopo che i Senesi ebbero preso possesso del Castello di Monteregio.

 

Una curiosità che mi fa impazzire… (!!!)

Ma dovevano trascorrere ancora 100 anni esatti [100 anni esatti…] prima che qualcuno si ponesse seriamente il problema di “voltare” la Cupola di Santa Maria del Fiore [iniziata nel 1294-1295 sulle vestigia di Santa Reparata], pur già eretta fino al tamburo ottagonale che avrebbe dovuto sostenerla…

Solo nel 1418, infatti, l’Opera del Duomo bandì il concorso pubblico per la sua costruzione a seguito del quale, pur senza vincitori “ufficiali”, si giunse ad affidarne l’incarico a Filippo Brunelleschi e Lorenzo Ghiberti.

E’ certo che Arnolfo di Cambio – architetto progettista del Duomo – avesse previsto di caratterizzare il suo edificio con una struttura assai diversa e più ampia del tradizionale tiburio delle Cattedrali dell’epoca: tuttavia, la Cupola avrebbe dovuto avere un aspetto ben più convenzionale di quello conferitole dal Brunelleschi.

La costruzione della Cupola ebbe inizio il 7 agosto 1420 e la struttura – alla base della lanterna – fu completata il 1º agosto 1436.

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Il 23 agosto 1339, con duecentododici voti favorevoli e centotrentadue contrari, il “Gran Consiglio Generale della Campana” deliberava l’ampliamento del Duomo di Siena (AS-Siena, Consiglio Generale 125, cc. 18r-19r), la cui parziale edificazione si protrasse fino al 1357.

Tuttavia, si andava decretando un lavoro già iniziato: la posa della prima pietra della facciata del “Duomo nuovo” (come narra il cronista Andrea Dei), infatti, risale al 2 febbraio del 1339.

La cerimonia con la benedizione della fabbrica fu retta da Donusdeo Malavolti [o Malevotti, pare già Presule massetano nel 1302], allora Vescovo di Siena, e Galgano Pagliaresi, Vescovo di Massa, con la presenza di tutto il clero.

La chiesa esistente sarebbe divenuta il transetto della nuova Cattedrale, le cui navate avrebbero dovuto svilupparsi nell’attuale piazza Jacopo della Quercia, anticamente dei Manetti: “per planum Sancte Marie versus plateam Manettorum”.

Sono due i disegni – in pianta – dell’ingrandimento del duomo che si conservano nell’Archivio dell’Opera della Metropolitana (inv. n.1736 e n.1740). In entrambi si propone di mantenere la chiesa esistente, di modificare la cupola e di creare un corpo anteriore a tre navate e sei campate e una nuova abside (nell’uno semiottagonale e nell’altro poligonale) oltre la cupola e la demolizione del campanile.

I disegni, inoltre, sono “di grande interesse anche per il tipo di edificio che si voleva realizzare: si trattava di una cattedrale gotica di forme oltremontane, con coro a deambulatorio, come sono quelle di Chartres, Colonia, Praga, Bruxelles, ecc.. Una tipologia di pianta ben poco impiegata in Italia (un esempio è San Francesco di Bologna)” – cit. Lando Bortolotti.

Invero, fin dal 1° maggio 1317, si erano iniziati i lavori del prolungamento verso est (Vallepiatta) e si era dato inizio all’edificazione della facciata del Battistero. Dal 1331, inoltre, si andarono ad acquistare continuamente gli edifici nella piana prospiciente lo Spedale di Santa Maria della Scala e la Postierla, al fine di demolirli per fare spazio alla nuova immensa costruzione.

La direzione dei lavori di ampliamento fu affidata a Lando di Pietro (dicembre 1339), orafo di eccezionale versatilità, distintosi in opere di ingegneria, nel bilicare campane, nella costruzione del battifolle di Montemassi (1328) e delle mura di Paganico (1334). Fu richiamato da Napoli ove si trovava al servizio di re Roberto d’Angiò, ma sopravvisse al cantiere senese soltanto fino al 3 agosto 1340, data della sua morte.

Gli subentrò lo scultore senese – assai raffinato – Giovanni d’Agostino (con atto di conduzione fatto dall’Operaio Latino de’ Rossi risalente al 23 marzo 1340), che portò celermente avanti la fabbrica del “Duomo nuovo” [destinato a divenire il capolavoro dell’arte gotica senese], fino al 1348, probabile anno di morte dell’artista per l’epidemia. Mentre Lando di Pietro fu una sorta di “soprintendente” dei lavori, pagato anche dal Comune di Siena, Giovanni d’Agostino fu assunto con la carica di capomaestro dell’Opera.

Dopo il 1348, l’edificazione subì un forte rallentamento fino alla sospensione definitiva, sia per la recessione economica provocata dalla peste nera che decimò la popolazione sia per i problemi statici verificatisi in alcune parti già edificate.
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arca di San Cerbone - Goro di Gregorio (1324)

 

L’Arca di San Cerbone fu commissionata da tal Peruccio – membro dell’Opera della Cattedrale di Massa Marittima (lo stesso che nel 1316 si era fatto carico di giungere al compimento della Maestà di Duccio di Buoninsegna destinata all’Altare Maggiore) – e fu terminata nel 1324, come informa l’iscrizione in lettere capitali che corre al di sotto dei rilievi figurati.


ANNO D(OMI)NI MCCCXXIIII I(N)DI(C)T(IONE) VII MAGIST(ER)
PERUCI(US) OP(ER)ARI(US) EC(C)L(ESIA)E
FECIT FI(ERI) H(OC) OPUS MAG(IST)RO GORO GREGORII DE SENIS.


Trattasi di un VERO E PROPRIO CAPOLAVORO della scultura gotica senese, come pochi altri – del genere – sono giunti a noi.

Come attestano il verbale del 4 giugno 1600 circa la ricomposizione delle reliquie di san Cerbone nel monumento marmoreo (dopo il loro rinvenimento il 26 giugno 1599) e una “relatione” in volgare relativa al medesimo evento, l’Arca fu collocata sotto la mensa dell’Altare Maggiore negli ultimi anni del Cinquecento.

In seguito, fu inglobata nel nuovo altare costruito tra il 1623 e il 1626 da Flaminio Del Turco; in origine, però, probabilmente, doveva essere sorretta da colonnine marmoree (forse tra quelle reimpiegate da Del Turco come sostegno della mensa eucaristica).

Ambrogio Lorenzetti, fratello di Pietro, nasce a Siena nel 1285 (circa).

Dai tratti fondamentali della sua pittura, si ritiene che abbia attinto principalmente dall’arte di Duccio di Buoninsegna e di Giotto [piuttosto che da quella del fratello e di Simone Martini].

La sua prima opera firmata, datata 1319, è “La Madonna col Bambino” nella chiesa di Sant’Angelo di Vico l’Abate presso San Casciano Val di Pesa.

Tra il 1330 e il 1333, visita Firenze e vi soggiorna più volte per avvicinarsi all’opera dell’architetto e scultore Arnolfo di Cambio (di quest’ultimo è il progetto di Santa Maria del Fiore); qui dipinge il Trittico per la Chiesa di San Procolo [oggi agli Uffizi]. 

Alcuni studiosi gli attribuiscono un ruolo di grande importanza nella complessa gestione dei rapporti culturali tra Siena e Firenze della prima metà del secolo.

Nel 1335, rientra stabilmente a Siena e realizza – col fratello – alcuni affreschi (andati persi) presso l’Ospedale di Santa Maria della Scala.

E’ dello stesso anno la “Maestà” dipinta per la Chiesa agostiniana di San Pietro all’Orto di Massa Marittima.

Immediatamente dopo, nel 1336, lavora nella cappella dell’Eremo di Montesiepi presso l’Abbazia di San Galgano.

Tra il 1337 e il 1338, dipinge nel Convento di Sant’Agostino di Siena: gli affreschi, staccati dalla Sala Capitolare, sono oggi custoditi nelle Cappelle Bandini Piccolomini e Piccolomini di Castiglia della Basilica di San Francesco.

Tra il 1338 e il 1339 (forse il 1340) – nella fantastica cornice della Sala dei Nove nel Palazzo Pubblico di Siena (contigua a quella del Mappamondo) – realizza quello che è considerato il suo capolavoro: le “Allegorie del Buono e del Cattivo Governo”.

Del 1342 é la “Presentazione al Tempio” per l’altare di San Crescenzio nella Cattedrale di Siena [oggi agli Uffizi]; del 1343, invece, sono i dipinti di facciata e la tavola d’altare di San Pietro in Castelvecchio.

Al 1344 risalgono “La Cosmografia” del Palazzo Pubblico di Siena e “L’Annunciazione” destinata all’Ufficio della Gabella della medesima città [oggi alla Pinacoteca Nazionale di Siena].

In esso, a grandi lettere, si legge la frase latina “Ambrosius Laurentii de Senis hic pinxit utrinque” (Ambrogio di Lorenzo da Siena qui dipinse da ambo i lati).

Altre, ma non troppe, sono le sue opere minori (alcune anche nell’amiatino).

Ambrogio Lorenzetti muore a Siena – di peste – nel 1348, proprio come il fratello Pietro.

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di gabriele galeotti

Il Museo dell’Opera Metropolitana di Siena è qualcosa di meraviglioso!
 
E lo è a partire dalla location!
 
Almeno in parte, infatti, si trova negli ambienti sorti laddove avrebbe dovuto aprirsi la navata laterale destra del così detto “Duomo Nuovo”, ovvero la maestosa struttura che i Senesi – nella prima metà del 1300 – volevano costruire per tenere il passo di Firenze e della sua stupenda Santa Maria del Fiore.
 
Solo questo basta e avanza per ritenerla cosa fantastica!
 
Era il 23 agosto 1339 quando il Gran Consiglio Generale della Campana deliberava ufficialmente, con duecentododici voti favorevoli e centotrentadue contrari, di dar corso all’ampliamento.
 
La decisione, in realtà, decretava di procedere con un lavoro già iniziato: la posa della prima pietra della facciata del “Duomo Nuovo” infatti, come narra il cronista Andrea Dei, risale al precedente 2 Febbraio. Fin dal 1° maggio 1317, inoltre, si erano partiti i lavori del prolungamento verso Vallepiatta e si era dato inizio all’edificazione della facciata del Battistero.
 
La cerimonia con la benedizione della pietra fu svolta da Donusdeo Malavolti, vescovo di Siena e Galgano Pagliaresi, vescovo di Massa, con l’assistenza di tutto il clero.
 
La chiesa esistente sarebbe divenuta il transetto della nuova Cattedrale, le cui navate avrebbero dovuto svilupparsi nell’attuale piazza Jacopo della Quercia, anticamente dei Manetti: “per planum Sancte Marie versus plateam Manettorum”.
 
Sono due i disegni in pianta dell’ingrandimento del duomo che si conservano nell’Archivio dell’Opera della Metropolitana (inv. 1736 e 1740): in entrambi, si propone di mantenere la Chiesa esistente, di modificare la cupola e di creare un corpo anteriore a tre navate e sei campate e una nuova abside (nell’uno semiottagonale e nell’altro poligonale) oltre la cupola e la demolizione del campanile.
 
I disegni, inoltre, sono “di grande interesse anche per il tipo di edificio che si voleva realizzare: si tratta di una cattedrale gotica di forme oltremontane, con coro a deambulatorio, come sono quelle di Chartres, Colonia, Praga, Bruxelles, ecc.: una pianta pochissimo impiegata in Italia (un esempio è San Francesco di Bologna)”.
 
Fin dal 1331, inoltre, si erano continuamente acquistati pressoché tutti gli edifici nella piana prospiciente lo Spedale di Santa Maria della Scala e la Postierla, affinché venissero demoliti per procurarsi lo spazio necessario allo sviluppo della nuova costruzione. Una vera e propria “direzione dei lavori”, comunque, fu affidata – a Lando di Pietro – solo nel 1339.
 
Dopo il 1348, il processo di edificazione subì un forte rallentamento fino alla sospensione definitiva, sia per la recessione economica [provocata dalla peste nera che decimò la popolazione] sia per taluni problemi statici lamentati da alcune porzioni architettoniche già edificate.
 
Ciò detto, è indispensabile citare il fatto che, tra le tante cose, nel Museo dell’Opera risieda buona parte della produzione artistica di Duccio di Buoninsegna il cui il capolavoro assoluto è la Maestà (un tempo a corredo del’altare maggiore del Duomo medesimo).
 
Immediatamente dopo – forse – quella di Siena, però, viene la Maestà di Massa [che si può ammirare nella cappellina absidale sinistra del Duomo], datata 1316 e considerata l’opera più bella del Maestro poiché una delle ultimissime (forse l’ultima), ovvero quella della piena maturità artistica…
 
Del medesimo artista, è possibile ammirare anche l’originale della stupenda vetrata – dedicata a Maria Vergine Assunta – che decorava il rosone absidale. Degni di nota, ovviamente, anche gli originali delle sculture di Giovanni Pisano (tolte dalla facciata), oltreché quelle di Donatello, di Jacopo della Quercia ecc. ecc.
 
Stupenda – al margine – la Libreria Piccolomini (con accesso dall’interno del Duomo) fatta realizzare, tra il 1492 ed il 1502, dal Cardinale Arcivescovo di Siena Francesco Piccolomini Todeschini (poi Papa Pio III) per custodire il ricchissimo patrimonio librario lasciatogli dallo zio Papa Enea Silvio Piccolomini (ovvero Pio II – quello di Pienza!!!) affrescata dal Pinturicchio [vero nome Bernardino di Betto Betti, Perugia, 1452 circa – Siena, 11 dicembre 1513] in virtù di un contratto stipulato il 29 giugno 1502. Aiuto del Pinturicchio, tra i tanti, fu anche un certo Raffaello Sanzio [Urbino, 28 marzo o 6 aprile 1483 – Roma, 6 aprile 1520]…

di gabriele galeotti

Fino al 1462, la Pienza che tutti conoscono come “Perla” del Rinascimento toscano altro non era che un piccolo borgo: Corsignano.

Qui, il 18 Ottobre 1405, era nato Enea Silvio Piccolomini che, 53 anni dopo, succedendo a Callisto III, divenne Papa Pio II.

Era stato ordinato Sacerdote il 4 Marzo 1447, nominato Vescovo il successivo 19 Aprile e vestito dello zucchetto purpureo di Cardinale il 17 Dicembre 1456 (dallo stesso Papa cui sarebbe succeduto).

Ma fu un evento particolare a regalarci la Pienza di fronte alla quale – oggi – ci commoviamo per la sua straordinaria bellezza.

In occasione di un suo viaggio verso Mantova, infatti, il Pontefice volle rivedere la sua Cittadina natale e i luoghi che lo avevano visto crescere.

Il degrado che si trovò di fronte agli occhi e la miseria cui era relegata la sua terra lo portarono a decidere di “fondare” una nuova città.

Una NUOVA CITTA’ che sormontasse e oscurasse l’antico borgo originario: una NUOVA CITTA’ IDEALE, da disegnare secondo i canoni artistici del Rinascimento e facendo tesoro del sopraggiunto progresso socio-economico.

Approfittando del suo ruolo e mettendo a disposizione molte risorse della Chiesa, in men che non si dica affidò il progetto urbanistico/edilizio all’architetto e scultore fiorentino Bernardo di Matteo Gamberelli, detto il Rossellino [Settignano, 1409 – Firenze, 1464].

L’intervento, un impareggiabile miscuglio di edilizia e urbanistica, durò circa quattro anni e portò alla nascita di una Cittadina armoniosa, in forme tipicamente quattrocentesche.

Papa Pio II è stato il CCX° Pontefice della Chiesa Cattolica, dal 1458 alla sua morte avvenuta ad Ancona il 14 Agosto 1464.

La morte prematura di papa Pio II pose fine alla fantastica storia della sua CITTA’ IDEALE che però, da allora, fortunatamente, ha subito ben poche modifiche.

Le spoglie di Enea Silvio Piccolomini riposano a Roma, nella Basilica di Sant’Andrea della Valle, nel rione di Sant’Eustachio. 

VITA D’AMBRUOGIO LORENZETTI
PITTOR SANESE

Se è grande, come è senza dubbio, l’obbligo che aver deono alla natura gl’artefici di bello ingegno, molto maggior doverebbe essere il nostro verso loro, veggendo ch’eglino con molta solecitudine riempiono le città d’onorate fabriche e d’utili e vaghi componimenti di storie, arrecando a se medesimi il più delle volte fama e ricchezze con l’opere loro, come fece Ambruogio Lorenzetti pittor sanese, il quale ebbe bella e molta invenzione nel comporre consideratamente e situare in istoria le sue figure. Di che fa vera testimonianza in Siena ne’ frati Minori una storia da lui molto leggiadramente dipinta nel chiostro: dove è figurato in che maniera un giovane si fa frate, et in che modo egli et alcuni altri vanno al Soldano, e quivi sono battuti e sentenziati alle forche, et impiccati a un albero, e finalmente decapitati con la sopragiunta d’una spaventevole tempesta. Nella quale pittura con molt’altre e destrezza contrafece il rabbuffamento dell’aria e la furia della pioggia e de’ venti ne’ travagli delle figure; dalle quali i moderni maestri hanno imparato il modo et il principio di questa invenzione, per la quale, come inusitata innanzi, meritò egli comendazione infinita. Fu Ambruogio pratico coloritore a fresco, e nel maneggiar a tempera i colori gl’adoperò con destrezza e facilità grande, come si vede ancora nelle tavole finite da lui in Siena allo spedaletto che si chiama Monna Agnesa, nella quale dipinse e finì una storia con nuova e bella composizione. Et allo spedale grande nella facciata fece in fresco la natività di Nostra Donna, e quando la va fra le vergini al tempio; e ne’ frati di S. Agostino di detta città il capitolo, dove nella volta si veggionoigurati gl’Apostoli con carte in mano, ove è scritto quella parte del Credo che ciascheduno di loro fece; et a’ piè una istorietta contenente con la pittura quel medesimo, che è di sopra con la scrittura significato. Appresso, nella facciata maggiore sono tre storie di S. Caterina martire, quando disputa col tiranno in un tempio, e nel mezzo la Passione di Cristo con i ladroni in croce e le Marie da basso, che sostengono la Vergine Maria venutasi meno; le quali cose furono finite da lui con assai buona grazia e con bella maniera. Fece ancora nel palazzo della Signoria di Siena in una sala grande la guerra d’Asinalunga, e la pace appresso e gl’accidenti di quella; dove figurò una cosmografia perfetta, secondo que’ tempi: e nel medesimo palazzo fece otto storie di verde terra molto pulitamente. Dicesi che mandò ancora a Volterra una tavola a tempera che fu molto lodata in quella città; e a Massa, lavorando in compagnia d’altri una capella in fresco et una tavola a tempera, fece conoscere a coloro, quanto egli di giudizio e d’ingegno nell’arte della pittura valesse; et in Orvieto dipinse in fresco la cappella maggiore di S. Maria. Dopo quest’opere, capitando a Fiorenza, fece in S. Procolo una tavola et in una cappella le storie di S. Nicolò in figure piccole, per sodisfare a certi amici suoi, desiderosi di verder il modo dell’operar suo; et in sì breve tempo condusse, come pratico, questo lavoro, che gl’accrebbe nome e riputazione infinita. E questa opera, nella predella della quale fece il suo ritratto, fu causa che l’anno 1335 fu condotto a Cortona per ordine del vescovo degli Ubertini, allora Signore di quella città, dove lavorò nella chiesa di S. Margherita, poco inanzi stata fabricata ai frati di S. Francesco nella sommità del monte, alcune cose, e particolarmente la metà delle volte e le facciate, così bene che, ancora che oggi siano quasi consumate dal tempo, si vede ad ogni modo nelle figure affetti bellissimi, e si conosce che egli ne fu meritamente comendato. Finita quest’opera, se ne tornò Ambruogio a Siena, dove visse onoratamente il rimanente della sua vita, non solo per essere eccellente maestro nella pittura, ma ancora perché avendo dato opera nella sua giovanezza alle lettere, gli furono utile e dolce compagnia nella pittura, e di tanto ornamento in tutta la sua vita, che lo renderono non meno amabile e grato, che il mestiero della pittura si facesse. Laonde, non solo praticò sempre con letterati e virtuosi uomini, ma fu ancora con suo molto onore et utile adoperato ne’ maneggi della sua republica. Furono i costumi d’Ambruogio in tutte le parti lodevoli, e piuttosto di gentiluomo e di filosofo che di artefice; e, quello che più dimostra la prudenza degl’uomini, ebbe sempre l’animo disposto a contentarsi di quello che il mondo et il tempo recava, onde sopportò con animo moderato e quieto il bene et il male che gli venne dalla fortuna. E veramente non si può dire quanto i costumi gentili e la modestia con l’altre buone creanze siano onorata compagnia a tutte l’arti, ma particolarmente a quelle che dall’intelletto e da’ nobili et elevati ingegni procedono, onde doverebbe ciascuno rendersi non meno grato con i costumi, che con l’eccellenza dell’arte. Ambruogio, finalmente, nell’ultimo di sua vita fece con molta sua lode una tavola a Monte Oliveto di Chiusuri; e poco poi, d’anni 83, passò felicemente e cristianamente a miglior vita. Furono le opere sue nel milletrecentoquaranta. Come s’è detto, il ritratto di Ambruogio si vede di sua mano in S. Procolo nella predella della sua tavola con un capuccio in capo. E quanto valesse nel disegno si vede nel nostro libro, dove sono alcune cose di sua mano, assai buone.

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La Casa Vicens di Barcellona, prima abitazione privata progettata dall’architetto catalano Antoni Gaudí (Reus, 1852 – Barcellona, 1926), aprirà al pubblico il prossimo 16 novembre.

L’apertura sarà permanente: sarà – dunque –  un vero museo.

Sul sito web casavicens.org si possono reperire tutte le informazioni ed approfondire ogni aspetto di carattere storico-artistico riguardante l’edificio.

La costruzione della Casa Vicens ebbe inizio nel 1883 e terminò nel 1885: doveva essere la residenza estiva della famiglia Vicens; il committente fu Manel Vicens i Montaner – broker in borsa – tra i primi a credere nel genio artistico di Gaudí.

L’attuale edificio è il risultato di numerosi rimaneggiamenti: la costruzione originaria di Gaudí fu ampliata nel 1925 su progetto di Joan Baptista Serra de Martínez.

Il pubblico potrà visitare tutta la casa: il museo vero e proprio, allestito nel secondo piano dell’abitazione, accoglie una stupenda collezione attraverso la quale – oltre ai 130 anni dell’edificio – sarà possibile comprendere il contesto storico-artistico-culturale in cui lo stesso nacque.

Non sono un appassionato del Modernismo Catalano: ma Gaudì è Gaudì…


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