tratto da Wikipedia

Il ciclo di Frenkel (noto anche come ciclo di Frenkel-Neftçi) è una teoria dell’economista argentino Roberto Frenkel che descrive ciò che avviene quando un Paese economicamente meno sviluppato si aggancia alla valuta di un’area più forte in assenza di interventi politici che compensino gli squilibri: quindi una situazione di area valutaria ottimale inefficiente o non ottimale.

Il modello, inizialmente formulato con riferimento alla dollarizzazione dell’Argentina (e alla seguente crisi economica argentina) durata fino al 2001, viene ora talvolta citato per spiegare la crisi in corso in Europa in seguito all’adozione dell’euro.

Il ciclo si svolge in sette fasi:

  1. Il Paese accettando l’unione monetaria, liberalizza i movimenti di capitale.
  2. Affluiscono i capitali esteri, che trovano conveniente investire in un Paese dove i tassi di interesse sono più alti, ma è venuto meno il rischio di cambio.
  3. Il flusso di liquidità fa crescere consumi e investimenti, quindi crescono Pil e occupazione.
  4. Tuttavia aumentano anche l’inflazione e il debito privato; l’inflazione causa una progressiva perdita di competitività in mancanza di una svalutazione della valuta, a causa del cambio fisso, e un deficit crescente nella bilancia dei pagamenti e nelle partite correnti del Paese. Si creano inoltre bolle azionarie e immobiliari.
  5. Un evento casuale crea panico tra gli investitori stranieri, che arrestano i finanziamenti e chiedono un ritorno immediato del credito concesso.
  6. Inizia la crisi: si innesca un circolo vizioso tra fallimenti di aziende, aumento della disoccupazione, calo del Pil e aumento del debito pubblico. Il governo taglia la spesa pubblica o aumenta le tasse, aggravando la recessione.
  7. Il Paese è costretto ad abbandonare il cambio fisso e a svalutare.

La conclusione naturale del processo è l’uscita dal regime di cambi fissi tra le due monete.

2 Commenti a “Il Ciclo di Frenkel”

  • Francesco Mazzei scrive:

    Noi siamo arrivati già da molto tempo al punto 6… non ci resta che aspettare l’epilogo poi finalmente ci sarà la ripresa.

  • Roberto Ovi scrive:

    Roberto Frenkel, si afferma nella premessa, descrive ciò che avviene quando un Paese economicamente meno sviluppato si aggancia alla valuta di un’area più forte, ed in assenza di interventi politici che compensino gli squilibri.
    L’Italia non è un paese economicamente poco sviluppato. E’ la terza economia dell’eurozona. Ha il solo gravissimo problema di essere bloccata da una burocrazia inefficiente, da sindacati conservatori e da imprenditori voraci di contributi pubblici ed abituati ad essere protetti dalla concorrenza (quest’ultimo problema riguarda anche gli ordini professionali, oggetto di varie istruttorie dell’autorità antitrust) e dove la mobilità sociale è bloccata da almeno una ventina di anni.
    L’Italia, come la quasi totalità degli altri stati, europei, ha completato alla fine degli anni ottanta, con il recepimento dell’atto unico europeo, la liberalizzazione del movimento di persone, capitali, beni e servizi, ed ha poi aderito a trattati internazionali (Uruguay round …) dal contenuto simile.Per questo, fortunatamente, ha conosciuto un forte afflusso di capitali stranieri, Spesso ha avvantaggiato l’Italia. L’ha danneggiata solo quando tali capitali, a causa delle nostre negligenze, politiche e non, hanno trovato occasioni per speculazioni, come è successo troppe volte negli ultimi quaranta anni, con particolare riferimento agli ultimi venti.
    Io credo che il rischio di cambio danneggi più la povera gente dei capitali finanziari, che hanno il vantaggio di potersi muoversi velocemente sul mercato internazionale. Basta chiedere a quelle persone che agli inizi degli anni novanta avevano trovato conveniente stipulare mutui in ECU, proprio per il vantaggio del cambio fisso, e che furono gravemente danneggiate dalla svalutazione della lira (circa il 30 per cento del valore), effettuata nel 1992 dalla Banca d’Italia. Ce ne sono stati anche a Massa Marittima. Basta informarsi.
    Se è vero, come è vero, che il flusso di liquidità ha fatto crescere consumi e investimenti, accelerando Pil e occupazione, in Italia il debito pubblico è aumentato a causa della costante attività di spesa in deficit realizzata da Parlamenti e Governi di ogni colore politico, mentre l’inflazione, dopo il 1992, non è affatto aumentata. E’ anzi diminuita, e non poteva essere altrimenti, visto che la bassa inflazione, non superiore al 2 per cento, era uno degli allora cinque parametri di riferimento, per accedere all’Euro, così come oggi disciplinata dal c.d. “six pack”. Ne deriva, come logica conseguenza, che la perdita di competitività del sistema paese non è derivata dall’inflazione ma dall’incapacità di fare riforme dei diversi ordinamenti pubblici e privati dello Stato, coerenti con le scelte politiche ed istituzionali già fatte ed in itinere (adozione dell’Euro). L’impossibilità di svalutare, comportava e comporta l’esigenza, e direi l’obbligo, di muoversi su questa strada.
    Al punto n.5 si riferisce che un evento casuale creerebbe panico tra gli investitori stranieri, che arrestano i finanziamenti e chiedono un ritorno immediato del credito concesso. La crisi delle banche, qualcuna delle quali davvero vicina alla risoluzione, non è un evento casuale. Così come la crisi di grandi aziende, come Parmalat ed altre. Se ne parlava da quasi venti anni. Beppe Grillo fu uno di questi e, come sapete, fu preso per pazzo.
    La crisi che oggi viviamo ha certamente avuto anche cause esterne, ma in Italia ha colpito più duramente proprio perchè non sono state fatte riforme e, caso unico in Europa, dal 2008 al 2013 è stato persa una quota rilevantissima del PIL e circa il 25% del prodotto industriale. Se l’Italia vuole uscire dall’Euro lo faccia pure. Ma non dia ad altri responsabilità che non hanno

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